Il bassista non se lo incula nessuno

Vortice di candeggina

La dinamica dello strappo si può associare, anche comodamente e strumentalmente, a fenomeni di usura o trazione improvvisa e violenta – o di entrambi i tipi. Su tutto domina una considerazione: nella lacerazione del tessuto possono abitare le motivazioni più diverse, quello che si nota è – sai che profondità di riflessione – due lembi che non si toccano più. Ma l’ambiguità causale (usura versus intenzione) credo che sia il segreto del successo dello strappo come modalità di movimento, rispetto ad altre dinamiche: che ne so, metaforicamente parlando, mettere nel cassetto, superare, archiviare, sciogliere nell’acido. La rottura vuole sempre raccontare un non-ce-la faccio-più che gioca benissimo a favore di chi ha già deciso come disporre i pezzi ma ha bisogno di una giustificazione apparentemente esogena (ma tanto, come sappiamo non è che endogeno equivalga a controllabile: pia, vecchia, decrepita illusione) per raccontarsi privo di alternative.

Come degli assurdi visconti di Valmont in chiave piccolo borghese tendiamo a fotterci gli arrivi a destinazioni vivibili, quelle dove non è che trovi avvio il paradiso perenne dell’Eden ma dove, almeno, ci sono ingredienti ulteriori rispetto a quelli che riteniamo di desiderare – altra attività che la faciloneria tende a confezionare nell’integralismo forsennato del loop desideriovolontàsoddisfazionescarto-nuovo desiderio. Un cerchio,  nel quale l’elemento chiave del controllo è rappresentato dalla fase dello scarto. Se butto via, se rompo, esprimo controllo attraverso la manifestazione di una conseguenza evidente alle mie azioni, deliberatamente eseguite. Un po’ come nel the medium is the message, non conta il contenuto ma la modalità. Nella mia non breve e non lunga (nessuno ne ha una lunga a sufficienza, facciamo tutti ipotesi basate su campioni esperienziali troppo piccoli rispetto alla storia della nostra specie) esperienza questo è quel che ho riscontrato.

Malkovich Malkovich, in una storia di gente con tanto tempo a disposizione e denari da spendere

Se unite questa propensione, questo meccanismo di generazione di gratificazione basata sul movimento non orientato all’utilità pratica, al crescente deterioramento della qualità della comunicazione tra umani (anche questo un po’ malevolmente accentuato ma anche tanto, veramente tanto, endemico, forse pandemico), il quadro che ne viene fuori è davvero sconfortante. L’ascolto, la lettura, le scelte lessicali sono sempre di più un balletto di figurine mostrate e poi riprese, con un livello di scambio a volte risibile – anche in contesti ufficiali, è veramente allarmante quanto poco resti di presumibili contenuti in corso di trasferimento. I pacchetti del protocollo Internet arrivano sempre quasi per intero, quelli della comunicazione tra umani, invece, escono a prendersi un po’ d’aria, si stiracchiano sui documenti per iscritto, e lì evaporano – o restano, fino alla prossima lettura di convenienza.

Per me ci sono sempre quelle vetero-letture un po’ da riprendere, da Minima Moralia a Il Disagio della Civiltà, ma il tempo della lettura è stato sempre di più fagocitato dal piccolo Azatoth ipertrofico del lavoro. Riuscirò mai a spingermi verso letteratura un po’ più recente? Qualche anno fa, in un momento di interesse per le neuroscienze mi ero avventurato nella lettura di I of the Vortex di Rodolfo Llinas ed ero rimasto colpito su tutta la linea. Per Llinas il fondamento del fenomeno che chiamiamo coscienza risiede nella natura oscillatoria, elettrica, della rete neuronale del cervello e questo meccanismo di base informerebbe un po’ tutto, alla stregua della ventola che gonfia il pupazzone ballerino fuori dalla concessionaria di auto usate del telefilm medio americano.

Se volete dare uno sguardo a Rodolfo eccovelo qui in un video sul rapporto tra cervello e coscienza, un tema che negli ultimi venticinque anni ha assunto il livello di sanguinosità di una disputa tra monofisiti e duofisiti a Bisanzio:

Rodolfo te la spiega in dieci minuti netti

Llinas, che sembra un personaggio uscito da un film di Lynch, ci propone una sintesi di decenni di ricerca scientifica in modo molto efficiente (e pure simpatico) per dirci una cosa che lui trova molto bella (io più tranquillizzante ancorché spiazzante), partendo da un ragionamento che prende le mosse dalla comparazione degli stati di veglia e di sonno. Quello che chiamiamo coscienza sarebbe «A dynamic property of the system» che tradotto dal mio comprendonio vuol dire: qualcosa che emerge in corso d’opera e non persistente (o addirittura immanente). In pratica, nella banalizzazione cialtronesca di chi scrive qui, Io è il casino che fa il mio sistema talamo-corticale nel tentativo di tenere sempre acceso quel sistema di funzioni predittive che ci hanno consentito di sfamarci, ripararci, diffonderci e arrivare fino ad oggi.

Un punto nodale è la riduzione al numero minimo possibile delle variabili per controllare il movimento – ecco una radice funzionale per il nostro riduzionismo, quello che pragmaticamente ci consente di mirare alla preda nell’epoca della caccia di sussistenza, senza star lì a far cose come immedesimarci. Però, ovviamente, oggi continuiamo a confonderci, il vortice dell’io continua a pensare di dover lanciare strali o mazzate a prede immaginarie. Non riuscendo a cambiare rotta, i contesti venatori e le prede se le inventa e, avendo traslato i concetti di valore dal procacciamento della sussistenza a argomenti come il prestigio sociale, ci attacca delle narrative che scontano via via la difficile, a volte impossibile, rappresentabilità della materialità del risultato. Cinquantamila anni fa, se hai preso o meno la preda non poteva essere un dubbio – oggi se si è raggiunto un risultato è spessissimo discutibile e oppugnabile. Tanto che spesso, nella comunicazione politica, si possono riciclare tranquillamente messaggi dal passato e riproporli come nuovi di zecca come se niente fosse (date uno sguardo a come vengono presentati i risultati delle conferenze G20 e Cop26 e ci saremo capiti – voi avete capito entro quando e come dobbiamo contenere i valori di CO2 e aumento della temperatura? Io no, e se da un lato sono sicuro che leggendo un po’ di letteratura scientifica potrei farmi un’idea, dall’altra sono sicuro che il mio mal di fegato peggiorerebbe vertiginosamente al realizzare che si continuano a dire le stesse cose da dieci anni facendo finta che sia un grande risultato continuare a dire un grado e mezzo tra trent’anni).

Se Daniel Kahnemann (e attraverso di lui anche il defunto Amos Tversky) in Thinking Fast and Slow hanno reso popolare, con un taglio da psicologi e da teoria della decisione, una rappresentazione binomiale di due modalità antitetiche di approccio alla decisione che, in ultima analisi, riconosce la genealogia storica del pensiero veloce, il suo valore in relazione a contesti moderni nei quali il tempo è intrinsecamente compresso, ma raccomanda e celebra il valore della riflessione, Llinas ci riporta alle ragioni meccaniche, fisiologiche, del perché il Sistema 1 (quello che pensa di dover risolvere in fretta sennò si muore) sembra sempre prevalere. Perché a pensare con calma il vortice non ci sarebbe proprio portato. Chissà che questo non sia un fattore evolutivo significativo, e che elementi di differenziazione non possano emergere nella discendenza evolutiva.

Se guardo a come la gente utilizza gli strumenti della gestione dei rifiuti nella città in cui vivo penso che quello di chi pensa un po’ di più sia un ramo secco.

Una foto di Amos Tversky e Daniel Kahneman
Tversky e Kahnemann, pure simpatici anche loro

[Una piccola parentesi per demistificare ulteriormente che ci sia una netta correlazione degli approcci alle decisioni con corrispondenti attributi socioeconomici – non sempre, spesso proprio no, come dimostra la vicenda di Theranos, la cui fondatrice, Elizabeth Holmes, è in questi giorni a processo per avere spillato a investitori pesanti (i Walton, i De Vos, i Murdoch) centinaia di milioni a testa per una startup per la quale questi ultimi non avevano fatto minimamente la loro brava due diligence, anche se sono sicuro che hanno pagato profumatamente qualcuno che ha prodotto dei report, delle presentazioni, dei fogli di calcolo. La Holmes, nel 2015 era la startupper miliardaria più giovane del pianeta, essendo riuscita a gonfiare inusitatamente il valore della sua azienda fino a nove miliardi di dollari e tutto sulla base dell’annuncio di avere sviluppato un sistema di esame del sangue in grado di testare praticamente tutto a partire da una minuscola puntura digitale. La uber-figlia di papà Elizabeth, papino era un vice president Enron (altra azienda dal curriculum esemplare), detestava i prelievi fatti con il buon vecchio ago nelle vene del braccio, proprio non le andava giù e allora si è inventata che la sua azienda era in grado di costruire un dispositivo che faceva prelievi indolori con risultati affidabili praticamente per ogni test di laboratorio immaginabile. Solo dopo avere raccattato barcate di soldi si è premurata di frustare, con l’aiuto del suo ganzo presidente e COO, gli scienziati nell’open space per realizzare il robo che aveva già venduto e quando è risultato brutalmente chiaro che non si poteva fare è iniziato il vertiginoso sgonfiamento. E il passaggio da ospite di punta del TechCrunch Disrupt allo sdegno mediatico. Nessuno di voi investirebbe in questo modo, solo un contesto di raggiro renderebbe comprensibile il fatto che possiate aver dato soldi a una tizia di «buona famiglia», convincente e magniloquente, per fare una cosa della quale non poteva in nessun modo dimostrare lo stato di avanzamento. Aveva solo una narrativa e la convinzione ad avere diritto a farsi dare dei soldi. Oggi è a processo ed è una piccola orgia di Schadenfreude per il borghese logorato che è in noi ma il disastro (visibile o meno) è già avvenuto un numero impressionante di volte. Della vicenda si occupa AirMail in una serie di articoli, per chi è abbonato o in grado di arrivarci. Cinquantamila anni fa Elizabeth non avrebbe potuto dire a nessuno che aveva una preda perché sarebbe stato palese che si trattava di una falsità materiale. Negli ultimi venti anni ci ha costruito sopra una carriera.]

E così si torna un po’ all’inizio, al fatto che gli strappi sono probabilmente, spesso, mosse che esprimono una affermazione di libertà, strumentalizzata in un dibattito con/contro qualcuno. Tra il Diario del Seduttore di Kierkegaard e Les Liaisons Dangereux di Choderlos de Laclos non c’è una differenza cosmica solo perché in un libro non si tromba e nell’altro sì. C’è l’affanno del personaggio seduttore, il suo dubbio essenziale, pilotato dal (più o meno) moralismo dell’autore. La logica della caccia si trasferisce sul piano della politicizzazione erotica nelle Liaisons, in una logica quasi da sportsmen/sportswomen, perché la sussistenza non è evidentemente un problema – ma la constatazione dello schiacciamento volontario dei propri bisogni in nome di una politica è quel che schianta il seduttore, mostrandocelo infine più come un cattivo sopportatore di sé che altro. In Kierkagaard la concentrazione sul metodo come obiettivo (e non sul risultato) è cruda e bruta. La negazione del conseguimento sembra essere un aspetto essenziale, un obiettivo speciale e sensibilissimo di tutto il teatro della seduzione.

Lo strappo è agito per fare male, a volte a qualcuno, a volte come rimostranza tipo addio ingrata patria non avrai le mie ossa. Come se se ne facesse qualcosa, la patria, delle tue ossa morte. Però nella dialettica moderna dell’espatrio ci sono molti fattori simili a quelli delle cacce preistoriche, basti guardare alle dinamiche salariali nei paesi OCSE negli ultimi trent’anni, con un aumento diffuso, pure marcato talvolta, dappertutto tranne che… in Italia, cari i miei non più piccoli lettori. Nelle tabelle ci sono i valori assoluti ma esportando su foglio di calcolo e facendo due conti viene fuori oltre meno tre percento in trent’anni, a prezzi correnti, in dollari e parità di potere di acquisto al 2020. Se vi sentite inchiappettati, non è solo una sensazione.

Misurarsi con la morale non è sempre fare il baciapile o analità freudiana, non solo, potrebbe essere anche legato all’interrogativo su come fermare un po’ il vortice, farlo rallentare e respirare senza smettere di esistere (come fa intendere chiaramente Llinas). Deve esserci un modo per essere con sé stessi che non sia dominato da questa foga-fregola di dire-fare-baciare-lettera-testamento, me lo fa venire in mente anche la scelta di Poe di usare come epigrafe del suo The Man of the Crowd, l’aforisma di La Bruyère riportato, non fedelissimamente, da Poe, come «Ce grand malheur, de ne pouvoir être seul». Il moralista chiamato in causa dall’immorale con una inclinazione irresistibile per le ragazzine e l’assenzio.

Edgar Allan Poe: i racconti, la vita e la poetica
Meh…

La Bruyere il moralista, Poe l’immorale, una citazione un po’ storta, una soluzione un po’ radicale, la solitudine, ma anche questa sciagura di non poter essere veramente soli. A leggerla oggi atterrisce la domanda, a mo’ di alieno incistato nelle trippe, se quel livello di solitudine nel quale la sciagura si cambia in buona sorte, non sia effettivamente irraggiungibile. Le cattive compagnie abitano dentro in modo irrimediabile.

Spesso non ricordo più cosa ho scritto qui su QUASI – superficialità o immunità dal feticismo scatologico dei propri prodotti (ricordiamo che Céline ha detto qualcosa di simile a: «non vedo perché dovrei farmi fotografare al tavolo dove scrivo: è una attività assimilabile alla defecazione»), chi può dirlo? Buono o cattivo, sano o malsano? Non è solo il povero gatto di Schrödinger a vivere in una sovrapposizione di stati – che, guarda un po’, sono influenzati nel loro collassare su uno specifico quadro piuttosto che un altro proprio dall’osservatore dell’esperimento. Non ricordo più e devo andare a controllare se dal mio tascapane un po’ logoro pieno di frammenti questo me le ero già giocato. La paura di diventare il vecchio zio che ripete sempre le stesse storie.

A questo punto però mi viene in mente una stanza da Il Sogno del Prigioniero di Montale, un altro dei miei chiodi fissi:

La purga dura da sempre, senza un perché.
Dicono che chi abiura e sottoscrive
può salvarsi da questo sterminio d’oche;
che chi obiurga se stesso, ma tradisce
e vende carne d’altri, afferra il mestolo
anzi che terminare nel pâté
destinato agl’Iddii pestilenziali.

Nella musica, per quanto esista un livello di cattiveria intrinseco molto alto in quel genere di mercato, noi praticanti da salotto o da saggio di scuola di musica, se le cose funzionano a dovere, usciamo dal mondo della purga, anche se solo per qualche mezz’oretta. E quando ci facciamo ascoltare, mentre noi suoniamo, cercando di stare un delta t più avanti sulla partitura, per non farci prendere di sorpresa, sempre a un passo dal timore e tremore, voi vi godete la musica, a patto che non sia troppo scadente. È probabilmente una delle cose migliori che possiamo fare.

Però oggi (e non da oggi) l’industrializzazione della musica è quel fenomeno, che riguarda di certo anche altri ambiti, che tende ad azzerare le ansie esecutive, spesso azzerando l’esecuzione. Non devi più organizzarti molto per catturare la preda, se la preda diventa il feticcio che agiti. E il feticcio a volte sei tu, hai voglia a strappare…

Cosa fare, nella vita in generale, per smettere di essere pâté o confenzionatori di pâté non è chiaro – ognuno sogna, più o meno temperato dallo scetticismo, di salvarsi con un surplus di capitale che diventa sempre più arduo da raggranellare (e presto anche da spendere) e noi, questa maggioranza disunita e smandrappata, siamo qui che galleggiamo in balia dei cicli economici, dando una seria mano agli affanni di ogni singolo giorno in cui entriamo in vicendevole contatto per i nostri negotia, con un discorso continuo, esteriore e interiore, intrecciato di sopportazione e brama di strappi, cercando ogni volta di ripulire la logica della narrativa dalle sfumature di disperazione che invece le danno forma e sostanza, fosse anche in quota minoritaria. Sfumature che vediamo impresentabili, di cui si tende a vergognarsi o a vantarsi, sminuendole così nel loro ruolo di sintomi incontestabili di quel malessere che continua ad affliggere le nostre società (= gli individui) in modo essenziale.

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