Quasiamore

Volando come vola il tacchino

Solo le povere di spirito hanno paura dell’odore del cibo. Desiderano una porta a separare nettamente la cucina dalla sala. Qualche volta si lasciano andare ad affermazioni perentorie: «L’odore di cibo, che ti si infila nei vestiti e sotto la pelle, è puzzo di povertà, come nel sottoscala di un condominio popolare». Un classismo sconcertante che ci produce ilarità.
Ieri sera abbiamo sbollentato i broccoli fino a quando l’aria non è diventata densa e poi li abbiamo fatti saltare nell’olio rovente con un trito d’aglio. Nell’acqua dei broccoli, ancora in ebollizione, abbiamo gettato le orecchiette fresche e pochi minuti dopo le abbiamo scolate e gettate nell’olio con aglio e broccoli, coprendole infine di pecorino grattato a scaglie.
Il rumore delle forchette che si agitavano veloci nei piatti si è esaurito prima degli argomenti di conversazione che, instancabili, hanno continuato a riverberare nel convivio fino all’esaurirsi della sesta bottiglia di falanghina.
Poi, via gli abiti e tra le lenzuola di lino. L’odore di cibo, che ci si era infilato nei vestiti e sotto la pelle, ha accresciuto ricchezza e divertimento.
Quando le persone che ospitavamo sono andate via, felici del nostro egoismo, abbiamo stappato un Cremant da sorbire in solitudine. Solo allora abbiamo visto quel volume portatoci da qualcuno. Il primo numero di una rivista di quasi trecento pagine con una testata gloriosa: “Métal Hurlant: Le Futur, c’est déjà demain”. L’abbiamo sfogliata rapidamente, annoiandoci per la pedanteria degli articoli e godendo dell’intelligenza del padre del cyberpunk. Poi abbiamo iniziato a compulsare i fumetti. Fantascienza in tutte le salse, con una molteplicità di stili e maniere.
Grandissima noia.
La stizza, per la pessima carta usata, aumentava man mano che sfogliavamo: i fumetti inutili, con lettering respingente, tutta roba nuova di cui non si sentiva la necessità, e la trovata del respiro internazionale con gli autori americani ci ha fatto andare il sangue alla testa. L’abbiamo chiusa lì.

“Métal Hurlant” potevi dare tanto, invece puzzi di povertà come il sottoscala di un condominio popolare.

Nel 1968, a maggio, siamo a Parigi a scoprire i nostri e gli altrui corpi e la spiaggia che giace sotto il pavé. Da quel momento ci torniamo spesso: almeno una volta l’anno per sentire la temperatura di una città che ci dà molto.
Siamo lì all’inizio del 1975. Passeggiamo per rue Etienne Marcel quando, occhieggiando un chiosco, ci imbattiamo in quella copertina.
Una creatura fantastica dal ventre prominente, accovacciata su una pietra, ruggisce al cielo blu scoprendo zanne puntute. Non c’è rabbia in quel latrare alla luna. La coda del mostro è arrotolata e il corpo è rilassato.
Il titolo, “Métal Hurlant”, si riferisce chiaramente al grido della materia che più inneggia alla modernità. Quella rivista, che promette periodicità trimestrale, è un inno al futuro.
La potenza dell’ immagine e la più prosaica dicitura “riservato agli adulti” ci regalano sensazioni liquide nei muscoli pelvici, calore che sale lungo le vertebre, sensazioni di umido e di sbornia che si sentono quando si è corpo vivo e desiderante.
Andiamo in giro che ci puzza la clitoride, gioendo delle nostre fantasie putride.

Riconosciamo in quelle pagine quattro disegnatori diversi. Tutti bravissimi. Uno in particolare, quello che ha disegnato il mostro su quella copertina ineludibile, ci entra dentro. Arzach, otto pagine silenziose che si aprono con un omino che indossa un cappello puntuto e un mantello che si libera nell’aria e, sul dorso di un volatile niente affatto aerodinamico, si avvicina a una fortezza di pietra. La dama imprigionata nella torre ha un corpo meraviglioso ed è custodita da un carceriere gigante e intenzionato a uccidere chiunque si avvicini. Il cavaliere errante e il suo ambiguo destriero volante lo sconfiggono con facilità e possono dedicarsi al salvataggio della bella prigioniera. La vicenda si conclude con una gag rubata a un cortometraggio d’animazione di Tex Avery che abbiamo visto, una trentina di anni prima, in una piccola sala newyorchese.
Un fumetto meraviglioso che ci lascia con la voglia di cavalcare lo pterodattilo tacchinoide. Sogniamo di stringere quel corpo glabro, bianco e morbido, tra le cosce. Di sentire il riverbero dei suoi muscoli nelle gambe a ogni colpo d’ala. Il vento freddo colpirci le gote, mentre quella strana capigliatura conserva un calore tale da farci prudere la cute.
La pelle dello pterodattilo ci trasmette calore al bassoventre. Il suo odore ci si infigge nelle nari. Sente come di aglio e broccoli. Come di sudori e di riempimenti e svuotamenti ghiandolari.

E ancora adesso, mentre sfogliamo questa inutile rivista, sentiamo nei vestiti e sotto la pelle l’odore di quell’animale meraviglioso e fatale.

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