C'era una volta il west

Da “Caccia sul mare” a “Il Popolo degli uomini”

Se vuoi sapere di cosa sto parlando sarà meglio che recuperi le puntate precedenti:

Il 10 febbraio 1978 viene pubblicato il primo album (omonimo) dei Van Halen. Io lo prendo in cassetta, ma quella si è sputtanata da un po’ e manco avrei più il mangiacassette, quindi adesso ce l’ho in mp3. Contiene un sacco di roba buona, tipo Runnin’ with the Devil, You really got me o Ain’t talking ‘bout love. Roba che ti fa saltare sulla sedia mentre lo ascolti e tirare su il volume a palla.
Quindi, su il volume e torniamo in edicola…


 Dopo la morte di Donald Welsh, come detto il primo “arcinemico”, questi tre episodi rappresentano un’altra svolta nel percorso narrativo. Fino a qui abbiamo incontrato storie e personaggi legati al classico immaginario western, riletto e interpretato in modo innovativo, nella sostanza quanto nell’approccio grafico, ma siamo rimasti legati alla “conquista del selvaggio west”. Fermo restando che quell’ambientazione resterà la principale, com’è naturale, da qui in avanti incontreremo scenari davvero inconsueti.
Così, in Caccia sul mare Ken viene narcotizzato e diventa giocoforza marinaio su una baleniera diretta verso lo stretto di Bering, fino ad affrontare un naufragio. Dopo l’oceano, ecco un panorama ancora più insolito per un fumetto western: gli sterminati ghiacciai artici ne Le Terre Bianche. In Alaska Ken e i pochi superstiti (fra cui l’eschimese Nanuk, uno dei personaggi collaterali che resterà nel cuore dei lettori) dovranno affrontare una dura lotta per la sopravvivenza. Una sopravvivenza che ne Il popolo degli uomini diventa convivenza di alcuni mesi nel villaggio eschimese, soprattutto conoscenza di una cultura diversa tanto da quella occidentale quanto da quella dei nativi americani, con cui finora si era confrontato. Un episodio più leggero del consueto, infarcito da diversi (forse troppi…) momenti comici o addirittura farseschi, tutti imperniati sulle incomprensioni che possono sbocciare fra culture diverse. Questo non impedisce una svolta drammatica al termine dell’albo, quando Ken viene arrestato per complicità in un omicidio, seppure commesso in modo accidentale dall’amico Jolu.

Ricordi? Già altre volte ti ho detto che leggere questa serie significava trovare un personaggio che, come me, cambiava. Io, per dirla tutta, quella sensazione la provai più tardi (fu il mio amico G.L., grande intenditore di KP, a introdurmi un po’ di tempo dopo nel mondo di Lungo Fucile). Ma la provai, eccome.
Già fino a qui il barbuto Mountain Man (quasi da, scusa la bestemmia, Grande Blek) ha indossato i panni di un affascinante cittadino a Washington, sebbene impacciato in scarpe troppo strette, e poi quelli di un pellerossa in Chemako… Ora è diventato marinaio e poi membro adottivo del popolo Inuit. Insomma, nelle sue storie non c’è solo partecipazione etica e, quasi, politica, né semplice immedesimazione eroica, ma contaminazione con diverse esperienze umane.
E, a proposito di esperienze, altra cosa importante sono le citazioni. Certo, molti le usano in narrativa, ma Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo sembrano avere l’intenzione di farti capire che quella citazione tu non la devi solo cogliere: la devi “seguire”. Non dico abbiano intenti pedagogici, ma quasi.
Okay, sono criptico. Mi viene meglio con un esempio. Certo, “dentro” Caccia sul mare trovi Moby Dick, ma gli autori sembrano voler dire «Caro lettore, non stiamo semplicemente citando Melville, stiamo facendo un invito alla lettura!». E in questa trilogia di episodi diventa evidente quanto Berardi, nel suo citare altre opere, sappia essere personale, giungendo non solo ad attingere a medium diversi, ma addirittura a mixarli. In Caccia sul mare è evidente il romanzo di Melville come fonte di ispirazione, ma l’arpioniere di Moby Dick viene sostituito da Nanuk, a sua volta mutuato da un altro personaggio: Dersu Uzala.

Akira Kurosawa racconta la storia di Dersu Uzala, personaggio realmente vissuto fra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, in un film del 1975. Una spedizione topografica nella tundra da parte di militari russi, comandati dal Capitano Arsen’ev, incontra il vecchio Dersu Uzala, che accetta l’incarico di guida. Inizialmente visto come il classico vecchietto eccentrico e con qualche rotella fuori posto, l’anziano nomade guadagnerà il rispetto dei militari e l’amicizia del capitano, che saprà apprezzare la sua capacità di vivere in sintonia con il mondo e la natura. L’uomo si dimostrerà anche incapace di stabilire legami con la “società civile”, e in questo è impossibile non vedere un parallelo con il Jeremiah Johnson di Corvo Rosso non avrai il mio scalpo, come abbiamo già visto matrice ideale del personaggio creato da Berardi (e così si chiude un virtuale cerchio di citazioni). Pure il problema agli occhi di Nanuk è mutuato da Dersu Uzala, anche se nella pellicola di Kurosawa avrà conseguenze tragiche. Ed è evidente il parallelo tra il Capitano Arsen’ev e Ken, entrambi affascinati da un modo di “vedere il mondo” così diverso, rappresentato da Nanuk/Dersu.

il “vero” Dersu Uzala

Questi episodi segnano pure la prima “vacanza” di più numeri consecutivi presa da Milazzo, che lascia i disegni ad Giancarlo Alessandrini e Bruno Marraffa. I ritmi mensili si facevano sempre più pesanti e queste “vacanze” si faranno più frequenti.
Sia chiaro: questo non significa che ora stiamo parlando di episodi “riempitivi”, e non sono in dubbio le qualità di Alessandrini e Marraffa, né degli altri disegnatori che si alterneranno sulla serie (segnati questa postilla, varrà anche per il futuro). Ma la sintonia fra Berardi e Milazzo sulla loro creatura era difficilmente riproducibile, e le pause spesso saranno dovute a far affrontare a Milazzo episodi particolarmente significativi: lo capiremo meglio in seguito.

Come già successo in Chemako, anche la permanenza di Ken fra il “popolo degli uomini” è di diversi mesi. Fermo restando che la cronologia, ti dicevo l’altra volta, si è fatta più vaga e priva di riferimenti, possiamo dire che al termine dell’episodio siamo giunti al 1873 circa.


Più semplice è la nota cronologica di chi all’edicola comprò quei numeri di KP. Il Popolo degli uomini esce nell’aprile 1978. La vita di Aldo Moro si sta spegnendo lungo 55 giorni passati nella “prigione del popolo”, una stanza ricavata in un appartamento di via Montalcini 8 a Roma, acquistato mesi prima dalla brigatista Anna Laura Braghetti. Moro è prigioniero dal 16 marzo, quando è stato rapito. Gli restano pochi giorni. Ne avrai sentito parlare…
Nel frattempo, mentre la situazione politica in Italia è tesissima dopo il rapimento del presidente della DC, a Milano il 18 marzo vengono uccisi due giovani simpatizzanti della sinistra alternativa, Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci. Il loro assassinio è un atto politico, un messaggio lanciato per scatenare la tensione a Milano, a cominciare da un quartiere storicamente fertile per la sinistra, magari innescando una spirale di ritorsioni. Nell’immaginario collettivo di chi ancora attende giustizia per quell’omicidio (la cui matrice fascista, sia chiaro, è comunque certa) i nomi dei due ragazzi restano scolpiti come Fausto e Iaio.

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