Il bassista non se lo incula nessuno

Meno stanze, meno corridoi

Anche se, a prima vista, pare esistere una proporzionalità inversa tra morfologia delle zanne e presunta pericolosità degli animali, si tratta di un abbaglio. Perché la bestia più pericolosa resta quella umana – sebbene molti di noi, nottetempo, bruxino alla grande limandosi a zero i canini, il potenziale distruttivo che rappresentiamo e che puntualmente traduciamo in fatti tangibili è incommensurabile.

Accingendomi a scrivere, come al solito con l’equivalente interiore dello spazio bianco virtuale nel quale caricano a Neo i programmi di apprendimento superveloce – solo che a me non si carica mai nessun programma – dalla mia memoria era saltata fuori la locuzione inglese reality bites, ma non sapevo bene perché o a cosa ricondurla. La sensazione, sicuramente rinsaldata dal quadro di cronaca attuale, ma profondamente radicata nel quotidiano, ve lo garantisco, è che la realtà abbia delle brutte zanne e tenda a morderci il culo senza volerci lasciar andare.

Era una roba che non c’entrava con le zanne…

In realtà, appunto, quello due parole altro non sono che il titolo originale dell’omonimo film di Ben Stiller del ’94, uscito in Italia con il titolo Giovani, Carini e Disoccupati, una tiepida dramedy con Winona Ryder e Ethan Hawke, oltre allo stesso Stiller, che venne assunta, in qualche misura, a elemento obbligatorio nel canone della Generazione X. Nella colonna sonora appare, tratto comune al Joker di Todd Phillips, Rock’n’Roll Part 2, di Gary Glitter. Non c’entra niente ma è un particolare deprimente in più che si aggiunge allo sconforto che possiamo provare se passiamo al carbonio-14 della realtà odierna i concetti di giovani, carini e disoccupati di metà anni ’90: i primi due sono tendenzialmente causalmente connessi, anche se ci vuole un po’ di fortuna in partenza, e sono tendenzialmente transitori, il terzo, quando sei più giovane pare un po’ parte della gavetta della vita, ma dopo diventa un terribile spauracchio, e per ottime ragioni, tanto da costringerti a fare lavori a condizioni che parti rilevanti della popolazione attiva – diversamente attiva – rigetterebbe gridando di dolore e indignazione. Ma, alla fine della fiera, ognuno ha il proprio, di culo morso dalla realtà, e fa male in modi molto diversi.

Non me lo ricordo neppure quel film, se devo essere sincero. La cosa più rilevante è guardare ai ventotto anni che sono trascorsi e leggerci dentro, ancora una volta, quello smottamento che è avvenuto in luogo di un progresso un po’ più eclatante (come recita il nome di un band che non mi piace neppure in modo particolare: we were promised jetpacks), verso un mondo neo-feudale, con questi signori del cloud che imperversano in lungo e in largo, con entità politiche territoriali che puzzano di failed state sia a Est che a Ovest, con questo smarrimento tremendo tra paradigmi tecnologici che promettono automazione e obsolescenza di una forza lavoro tradizionale e resistenze fortissime delle rendite di posizione, a livello macro come micro. Non raccontiamoci fregnacce, i percorsi di «digitalizzazione» si stanno facendo alla velocità con cui si riesce a dismettere (mandandola in pensione, non a Treblinka) la forza lavoro non in grado di adattarsi. Nel frattempo il contesto è frankensteinico, un rappezzamento increscioso di digitale e analogico le cui manifestazioni sono davanti agli occhi di tutti quelli che vogliono vedere.

Questo potrebbe essere il momento del rant ma ormai lo sfinimento è tale che non c’è più manco l’energia per imprecare veramente e lanciare invettive dantesche o maledizioni di Tamerlano. Voglio solo ricordare una catena di eventi che mi riguardano avvenuti in anni recenti. Pronti? Via! Allora, un giorno trovo nella cassetta della posta una notifica di consegna non avvenuta di una raccomandata da parte di uno di questi soggetti privati che sono andati a fare concorrenza alle Poste. Aspetto strano: era un due gennaio ed ero stato tutto il santo giorno a casa e nessuno aveva suonato (la casa è piccola, non si sfugge al suono del campanello). Il sospetto è che chi ha mollato quel talloncino nella mia posta manco ha provato a suonare, probabilmente per ragioni legate all’appalto vinto dal suo committente e a quanto veniva pagato, la cosa più conveniente era fare finta che il destinatario non fosse a casa. O vediamo poi se quel coglione riesce a dimostrare il contrario! (a chi poi? ché non c’è un’assistenza a cui rivolgersi) A quel punto tocca andare a ritirare la missiva in giacenza – a giusto cinque o sei chilometri da casa, ché in una metropoli vuol dire un tempo non banale, che rendi breve quanto possibile solo se ti muovi in macchina. Ci vai di sabato, perché, ovviamente, non riesci a sottrarre quell’oretta abbondante che serve, al lavoro. Vai, ritiri (paghi due euro per la giacenza, molto bene), apri la busta. Dentro c’è un altro messaggio che dice che devi andare a ritirare un atto presso il deposito atti del Comune. Immaginate una sinfonia di moccoli e bestemmie. Fatto? Giorni dopo vai, prendendo permesso dal lavoro, stavolta, a detto ufficio del comune, dove fai una coda di incerta conformazione e durata – paghi degli altri soldi, entri in uno stanzone pieno di scaffali alle pareti, pieni all’inverosimile di buste, plichi e rotoli, quando arriva il tuo turno (cosa non semplice da capire) mostri a un addetto un foglietto con sopra un numero e lui e un altro tizio guardano una lista stampata su un numero esagerato di fogli e depennano la riga che dovrebbe corrispondere al tuo numeretto. L’altro tizio va a prenderti un bustone dall’aria minacciosa, te lo consegna, te ne vai. Fuori lo apri e cerchi di capire che c’è dentro, ti ci vuole un po’ poi capisci – è una roba che ti contesta il mancato pagamento di IVA relativa all’attività di una società ormai cessata. Contestazione, tra l’altro sbagliata, perché nell’anno a cui si riferisce si era chiuso con IVA a credito su tutti i periodi e quindi non c’era da pagare un beneamato cazzo, per dirla con schiettezza. Inoltre la società era una s.r.l., un soggetto con personalità giuridica. Quindi: un giro demenziale per notificare all’ex-amministratore di un soggetto ormai morto una contestazione non valida. Un tentativo di estorsione per qualche centinaio di euro intitolato «accertamento automatico». Consiglio del commercialista: ignorare, visto che era come tentare di recuperare soldi dagli eredi inesistenti di un morto, con una motivazione insostenibile. Bella digitalizzazione di ‘sta minchia. Sipario.

Gordon Gekko diceva, con tanta convinzione, che greed is good. Può darsi, ma solo per chi si trova sul lato emittente del fenomeno. Qui abbiamo varie forme di avidità, le cui tracce si possono ritrovare nello stupido percorso che vi ho raccontato: quella del nuovo appaltatore, che vince al ribasso sapendo che poi renderà un servizio ancora più al ribasso, verso soggetti (i cittadini) che son facilissimi da inculare impunemente, quella dell’ufficiale giudiziario, figura tenuta – ho controllato i paludatissimi editti e leggi e leggine che ne parlano – a notificare, manco fosse un balivo medievale, il plicone cartaceo, arrivando ad «affiggere» alla porta del destinatario assente notizia della comunicazione. Se, ciao. Da qualche parte c’è uno stronzo o una stronza, pagati per svolgere un ruolo da società analoggica [sic] che manco si è preso la briga di venire ad affiggere qualcosa alla porta del malcapitato – è toccato a qualcuno sul filo del contratto a chiamata, del subappalto del subappalto, stampare uno scontrino su carta chimica e tagliare la corda. Stipendi sono stati pagati, alcuni grassi, altri magrissimi. Fatture per servizi sono state staccate alla pubblica amministrazione. Le palle di qualcuno sono cadute infrante sui sanpietrini all’uscita dal palazzone con dentro lo stanzone con tutta quella cartazza.

Questa è la società in cui viviamo, e a volte va pure peggio, perché attaccate a balletti di questo tipo – o ancora più barocchi e perversi – ci sono le sorti dell’esercizio di un diritto essenziale, la vita, la sopravvivenza, la libertà, patrimoni, cittadinanza e altro ancora. Non sempre finisce con un po’ di tempo perso, spese contenute e gran fiele che sale alle labbra. Allora, direte voi, è arrivato il Ron Swanson de’ noantri, il libertarian che vuole ridurre il Big Government… vi fermo subito. Non è che quello che accade, male, va ignorato o ricacciato da qualche parte – va emendato, aggiustato, raddrizzato, in primo luogo asciugato da tutto il ciarpame. Un tizio che si chiamava Michael Hammer – un cognome che un po’ mi fa pensare a Mjöllnir – era un ingegnere e si è occupato di tentare, durante gli anni ’80 del secolo scorso, di rispondere alla domanda di come si possa utilizzare la tecnologia e l’acume pratico per migliorare i processi delle aziende e delle organizzazioni (una roba chiamata BPR, Business Process Reengineering, che nel frattempo suona come vecchia, senza che si sia veramente imparato a farla). Hammer, per sintetizzare parecchio, diceva:

It is time to stop paving the cow paths. Instead of embedding outdated processes in silicon and software, we should obliterate them and start over. We should reengineer our businesses: use the power of modern information technology to radically redesign our business processes in order to achieve dramatic improvements in their performance.

«Obliterate», mica pettinare le bambole.

Confrontate questo assunto, questa dichiarazione di intenti e di strategia, con il pasticcio terrificante che vi ho descritto poco fa, avvenuto quasi trent’anni dopo l’uscita dell’articolo della Harvard Business Review in cui esprimeva il concetto.

Volere meno Stato quando per lo Stato ci lavori…

Ci sono tutti i mezzi e i presupposti per spianare un processo come quello – posta elettronica certificata, firma digitale, non dico siti web perché esistono da quasi un trentennio – anche solo per inviare contestazioni indebite e vessatorie. Ma non si usano. Perché bisognerebbe dismettere, riallocandoli ad altre mansioni, individui che vivacchiano o prosperano lungo la catena. E non si può fare, perché mica facciamo macelleria sociale.

E invece la facciamo, solo che privilegiamo la conservazione invece che un relativo progresso. Nel trasportare su «silicio e software» processi nati ai tempi della carta bollata, dei timbri e della ceralacca, creiamo un melange adulterato nel quale si incistano ancora di più nuove e vecchie posizioni di rendita e non emerge un beneficio prestazionale, una ricaduta positiva per la collettività. E ci prendiamo anche riccamente per il culo, con creazioni tipo agenzie per una Italia digitale, enti che almeno in parte sanno di orwelliano, visto che l’intento vero dell’amministrazione statale non va esattamente in quella direzione.

Ma tutto questo emana il tanfo di un meccanismo fallato, malamente ibridato con costrutti tecnologici nuovi ma sabotati in partenza da una ragnatela di preclusioni. Tanto che dopo un po’ si dice che tutta questa tecnologia in ultima analisi non risolve poi veramente i problemi o, più comunemente, ci si accontenta di avere in venti anni miglioramenti che ne avrebbero richiesti due. E dietro a tutto questo ci sono lavori, commesse, progetti, piani, che coinvolgono persone e gruppi che dovrebbero produrre dei risultati e invece vanno a una velocità risibile, con costi vertiginosi.

La sensazione è quella di uno svuotamento di vitalità, di uno svilimento sia dell’azione che dell’intenzione, mentre si sprofonda in una dialettica fatta di cliché e di slang – privilegiando la rilevanza di certi ambiti, i social media in primis, confondendo la familiarità di frequentazione con la comprensione. Erich Fromm rifletteva, in Fuga dalla Libertà, su come la rinuncia alla libertà come fonte di smarrimento e responsabilità configurasse una trasformazione degli individui in veri e propri automi – in quel momento i fattori perturbanti erano ideologici e tecnologici in pari misura, oggi abbiamo meno ideologia ma sempre tanti bassi istinti, zanne, bieca conservazione mentre, apparentemente, si sposa il paradigma tecnologico più digitale e meno meccanico di ottanta anni fa senza che sia necessariamente centrale, per quanto eclatante. Quello di cui stiamo parlando è sottostante, anche se in poco più di venticinque anni di società basata su Internet, alcuni tratti sono divenuti abbastanza strettamente allacciati con gli aspetti tecnologici.

Cento anni di Nosferatu, ma anche quarant’anni senza P.K. Dick – li possiamo tenere insieme in un discorso che mette insieme vita, morte e simulacri o simulazioni di entrambi. Dick ci ha fatto vedere che la vita, come discorso continuamente intrecciato con logiche di mercato e consumo, non poteva che diventare un luogo in cui ognuno diviene target di un approccio pubblicitario e promozionale, dove i prodotti e le esperienze confermano lo status, ma dove è anche possibile che si debba pagare un pedaggio per compiere i gesti più banali. Dopo un po’, la vita proceduralizzata dei personaggi si confonde, il dubbio che possa essere falsa o surrettizia si fa strada, fino a estremi fortissimi come quello di Ubik, dove i morti pensano di essere vivi e la voce di quello che pareva morto è invece del vivo che tenta di raggiungerli. L’esame dell’apparente realtà non fornisce più letture affidabili, anche perché le esistenze delle persone delle società futuribili immaginate richiedono quasi sempre di essere temperate da droghe, culti, surrogati, per essere lontanamente tollerabili.

Il non-spirato, il non morto non zombie (quest’ultima, altra ossessione degli anni recenti), è il vampiro, uno che gode dell’immortalità ma paga il prezzo di non potersi esporre alla luce del sole e di una dieta a base di sangue umano. La tensione sadomasochistica si esprime non solo nella proiezione di un timore-desiderio di finire alla mercé del mostro, ma anche verso la figura del mostro stesso: la narrativa fantastica degli umani genera un ulteriore reietto, diverso, superpotente, ma comunque reietto, un problema che aveva già, dando retta a Jorge Luis Borges, uno come Asterione, la cui aspirazione, però, era verso una redenzione-riduzione, verso meno stanze e meno corridoi di quelli che si trovava a percorrere nel suo labirinto coincidente, forse, con il mondo intero. Ma se almeno il Minotauro era inconfutabilmente terrificante, il vampiro no, è stronzone, perché, benché inquietante, ha fascino, magnetismo, attira e corrompe, ma quello che lo anima non è altro che greed non negoziabile, lancinante, e le sue vittime sono, talvolta, addirittura consenzienti o almeno arrendevoli. Il mostro moderno che viene configurato non ha niente di divino (fosse anche nel senso di quegli accoppiamenti gioviani finiti male della mitologia greca), è un travet della sopravvivenza, solo, con capacità e mezzi da baro, accumula ricchezze perché ha tempo, avidità e spietatezza dalla sua. In questo non è per niente dissimile da certi soggetti che animano le cronache finanziarie e politiche di questa epoca. Non sono immortali, non ancora, ma il resto del profilo quadra.

Più che uno spauracchio, il vampiro appare una onesta proiezione di desideri reconditi vissuti all’insegna del senso di colpa – una accettazione implicita di un patto più o meno faustiano in cambio di vita eterna e predazione degli altri. In confronto a questo cosa vuoi che siano starsene all’ombra e sorseggiare sangue? Bazzecole.

Mi viene in mente un altro film a questo punto, non tanto per citarlo nella sua interezza (si svolge e finisce sul filo di un senso di peccato e redenzione radicato nell’esperienza del regista – una prospettiva parecchio personale condita con un lieto fine in salsa cattolica che non mi sfagiola per niente) ma per ripensare a un personaggio in particolare. In The Addiction di Abel Ferrara, e siamo sempre negli anni ’90, nel 1995, Christopher Walken interpreta Peina, un vampiro che sembra essere riuscito a disintossicarsi, a tornare quasi umano. «Certe volte riesco anche ad andare di corpo», afferma con misurato orgoglio. Il sollievo di riuscire nuovamente a cacare dopo aver sperimentato l’orgia omicida del predatore. Ne richiede, di capacità di autocontrollo.

CINEMA — The Addiction (1995) dir. Abel Ferrara
Mangio la frutta. E ogni tanto riesco anche a fare la cacca!

Ma, come diceva Leonard Cohen in una intervista che ho citato almeno un’altra volta e sono finalmente riuscito a ritrovare (fin quando non oscurano pure questa per ragioni di copyright, mah) anche se in versione con sottotitoli svedesi che distraggono un po’, «niente funziona», in «questo regno umano», anche dopo averle provate tutte, «every kind of extravagance, every kind of restraint», e quello che ci resta è, probabilmente, la capacità di apprezzare l’impossibilità di risolvere l’equazione con uno o più dei fattori che ci sembra di poter avere a disposizione (o di poter arraffare).

Abbiamo visto troppi fenomeni da Silicon Valley e da democrazie andate un po’ a male – gente che ti incula da davanti, per dirla non bene, e pretenderebbe anche che gli dicessi grazie in ginocchio. Allucinati tanatofili che non riescono a fare a meno di un flusso continuo di sangue umano (metaforico o reale), prosternazioni, sacrifici e assurdi riti propiziatori. Il problema vero è che non riusciamo a isolarli, a disinnescarli, accomodandoli in zone protette e imbottite della società, dove non faranno troppo male a sé stessi o agli altri. No, invece li eleviamo ai ruoli più alti e pericolosi, dove potranno esprimere quella carica antivitale che, in fin dei conti, piace a tanti, troppi di voi, perché, in ultimissima analisi, è la stessa che ci avete dentro.

Come Peina, riuscirete a tenerla a bada e a diventare/tornare quasi umani? O forse non è corretto l’uso del termine, perché la proiezione del vampiro, all’indietro, ha invaso il troppo ottimistico concetto di umano, quello che, come leggo sul dizionario Treccani online, dovrebbe significare:

«che ha i sentimenti proprî dell’uomo o che dovrebbero essere proprî dell’uomo (in confronto alle bestie feroci); […] equo, affabile, pieno di comprensione, aperto a sentimenti di pietà; […] che mostra tali sentimenti; gentile, cortese; […] che è conforme a sentimenti di equità e rispetto»

Mi rigioco ancora una volta una citazione già fatta (i puntelli stanno finendo, tocca riusarli…) ricordando il Riccardo III che dice che anche le più feroci delle bestie sono in grado di provare pietà e quindi lui, non provandone nessuna, non è una bestia. Ma, appunto, un umano purissimo.

Siamo ancora lì.

Oggi, prima di finire di scrivere, ho visitato la casa-museo di uno scultore di inizio ‘900 molto attivo nella ritrattistica dei nobiloni, nei monumenti funebri e in quelli celebrativi di guerre e padri della patria, a titolo più o meno legittimo, di vari paesi, quasi tutti soggetti le cui storie si sostanziano nel sangue e nell’oppressione e che si vedevano tributate queste vistosissime ed eccessive testimonianze di superiorità, nella forma di colossale marmo funebre o gigantesca statua equestre. Con l’aggravante della presa per il culo di opere dove si raffigura il ritorno dal fronte della «fanteria vittoriosa»… Dobbiamo riprendere il discorso su cosa fosse veramente la guerra di trincea, o anche su cosa può essere la guerra odierna. Insomma, un sottinteso di fondo di quelle opere, al pari delle azioni dei nostri one-percenters, per additare un gruppo, dice che la gran parte degli altri esseri umani sono dei poveri stronzi buoni, al più, per farci il soylent green. Nella società occidentale contemporanea, nella maggior parte dei casi, non si muore in virtù di questo modo di vedere le cose, ma mi è arrivata come un pugno al plesso solare la constatazione che siamo ancora lì e che le probabilità di rimetterci, se non la ghirba, almeno la salute fisica o mentale sono tutt’altro che trascurabili. Bagnetto di realtà…

Da 12:07 se avete fretta, sennò meglio vedersela tutta

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