“Eureka!” di Alfredo Castelli e Silver

Paolo Interdonato | post-it |

Mentre pensavo all’importanza di Alfredo Castelli nella mia vita di lettore, ho ripreso in mano la meravigliosa annata di “Eureka!” da lui curata con Silver.
La storia di “Eureka” è interessantissima.

Andrea Corno aveva ereditato una piccola casa editrice e ne aveva affidato la direzione al cognato, Luciano Secchi, appassionato di fumetti.
Secchi, spesso firmandosi Max Bunker, aveva un fiuto particolare nell’identificare gli eventi editoriali di successo. Vedendo “Diabolik”,  aveva premuto sull’acceleratore di sesso e violenza e inventato, con Magnus, “Kriminal” e “Satanik”. Subito dopo la nascita di “Linus”, aveva inventato “Eureka”, dimostrando che gli innumerevoli tentativi di imitazione, che le riviste di successo qualche volta sbandierano nel sottotitolo, possono produrre esperienze di successo. Poi c’era stata l’acquisizione dei diritti dei fumetti Marvel e un sacco di periodici che vendevano bene.
Per una ventina d’anni, tutto era andato bene presso la casa editrice. Conti economici a posto, vendite molto buone, gestione dei rapporti con i collaboratori un po’ autoritarie, ma funzionali. Poi un paio di scelte disastrose dal punto di vista economico e una separazione non proprio cordiale dalla moglie (e sorella dell’editore) avevano interrotto il sodalizio tra Secchi e Corno.
Nei primi giorni di luglio 1983, “Eureka!” fa capolino in edicola con un formato decisamente più grande di quello che aveva avuto nell’ultimo periodo, durante il quale si era adeguata all’aspetto da tascabile assunto da “Linus” (ché a Secchi l’emulazione riusciva proprio bene). In copertina c’era Andy Capp (il personaggio simbolo della rivista, come il bambino di Peanuts era quello di “Linus”), ma disegnato da Silver.

Dopo quella prima copertina, per undici mesi, ho incontrato per la prima volta o ho imparato ad amare alcuni fumetti (e i loro autori) che avrei amato per tutta la vita.

Ogni numero – tranne il primo – aveva un tema attorno al quale veniva sviluppato un dossier monografico, fitto di informazioni che, nella prima metà degli anni Ottanta del secolo scorso, mi sarebbe stato difficilissimo trovare altrove: “3D”, “Gioca!”, “Spia!”, “Giappone”, “È in festa!”, “Futuro”, “Speciale Pulizie di primavera”, “Pesce d’aprile & truffe”, “Guardie e ladri”, “Una Grecia inedita”.
Accanto a quei dossier, alle news e alla satira del “Carciofo Nazionale”, c’erano i fumetti. C’erano il sublime Quino, il gigantesco Carlos Giménez con Los Profesionales, L’omino bufo dello stesso Castelli che mostrava una capacità narrativa e un’efficacia di disegno rarissime, Le storie nere di Abuli e Bernet e Sarvan di Segura e Bernet.
Al centro della rivista c’era un inserto, chiamato “Album”, che conteneva cose spesso stupefacenti.
Primo tra tutti Mike Kaluta – cui sono dedicati addirittura due “Album” – che disegna, su testi di Danny O’Neill, The Shadow. Non ricordo che vicenda raccontassero i due episodi pubblicati su quell’anno di “Eureka!”, ma gli articoli che introducevano la storia articolata e crossmediale della serie mi hanno fatto amare il personaggio (che poi, con Howard Chaykin e Kyle Baker, mi ha dato un bel po’ di soddisfazioni). Le pagine di Kaluta pesanti di inchiostro, quella città avvolta dalla nebbia, il buio di china da cui emergono il naso, la sciarpa e le pistole fumanti di The Shadow, sono indimenticabili.
Nel numero dedicato al Giappone, c’è il primo Blackjack di Osamu Tezuka che abbiamo potuto leggere in italiano. La serie di Tezuka ha una continuity piuttosto lasca, questo ha permesso a Castelli e a chi collaborava con lui di scegliere un episodio a caso tra i molti disponibili che mostra però tutte le caratteristiche del personaggio e l’impegno sociale dell’autore. Per me Blackjack sarebbe rimasto un sogno per molti anni. Di solito, nella mia vita, attese così lunghe si sono risolte in clamorose delusioni: quando Hazard edizioni, tra il 2002 e il 2005 (vent’anni dopo quel primo incontro), mi ha permesso di leggere integralmente quella serie in ventiucinque volumi, ho goduto dall’inizio alla fine.
E poi: Star Wars di Archie Goodwin e Al Williamson (due volte); un adattamento di un romanzo di James Bond 007 di Yaroslav Horak; uno straordinario inserto 3D; un fumetto stranissimo come Welcome to Rome, un cadavere squisito, nato da un progetto di Francesco Coniglio, scritto da Renato Nicolini, in quegli anni assessore alla cultura di Roma e inventore della “Estate romana”, e dallo sceneggiatore Roberto Dal Prà e disegnato, una pagina a testa, da una quarantina di fumettisti importanti; l’esordio di Sebastiano Vilella; Orchestra zigana dell’autore greco Ianni Kalaitzi (che ha per protagonista un fumettista inventato, una delle innumerevoli ossessioni di Castelli).

E infine, sempre in quegli “Album”, c’è la conclusione di Milady nel 3000 di Magnus. Quella storia, però, merita un post-it tutto suo.

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