Giilgamesh dio, eroe, donna

Emiliano Barletta | Affatto |

Sì, lo capisco. Il titolo può sembrare provocatorio, evocando ideologie politiche discutibili. Ma fidati, non è così. Perché in un fumetto franco-belga sull’epopea leggendaria del re Gilgamesh, il sovrano è una donna!

Ma torniamo indietro.

Il poema eroico di Gilgamesh (pronunciato Ghilghamesh), di origini sumera, ma diffuso in tutto il mondo mesopotamico, rappresenta il racconto più antico pervenutoci. Il nucleo originale di questa saga precede di oltre due millenni i poemi omerici e l’Antico Testamento, fondamenta stesse della narrativa occidentale.

Nel fumetto, la storia si sviluppa visivamente, senza dialoghi o didascalie. Un vero e proprio “Silent Comics”. Nonostante ciò, gli eventi si susseguono con una sorprendente vitalità narrativa e una facilità di lettura, mantenendo intatte la struttura e il ritmo del poema originale. Il libro non rappresenta solo la collaborazione tra due case editrici (la belga Vite e la francese Obriart), ma anche il risultato del talento di quattro artisti eccezionali: Dennis Marien, Maire-Brune de Chassey, Adley e Cecilia Valagussa.

Il cambio di genere dellə protagonistə non modifica né arricchisce i temi centrali dell’epopea sumerica. L’aspetto affascinante del poema più antico conosciuto è il fallimento del semidio Gilgamesh, che emerge come un eroe mortale, complesso, carente di virtù e guidato da un profondo senso di angoscia.

Ma procediamo con ordine.

La saga di Gilgamesh affonda le radici in racconti indipendenti, leggende orali che narrano le gesta di questo eroe mitico, sovrano della città-stato di Uruk. Gilgamesh, per due terzi un dio e per un terzo uomo (o, nel nostro caso, donna), è destinato a sperimentare e accettare la natura mortale dell’umanità.

All’inizio del poema, il re di Uruk si comporta come un tiranno, opprimendo i suoi sudditi. I lamenti dei cittadini giungono agli dèi, che incaricano la dea madre Aruru di creare un essere capace di contrastare l’impeto insaziabile di Gilgamesh. E così nasce Enkidu, creato per essere la nemesi di Gilgamesh.

Enkidu cresce vivendo tra gli animali, spaventando i cacciatori al punto che non riescono più a cacciare. Gilgamesh decide quindi di inviare la prostituta sacra Shamkhat per sedurre Enkidu e introdurlo all'”arte della donna”. La bestia si civilizza, diventa intelligente e impara persino a mangiare il pane, trasformandosi da creatura selvaggia a uomo. Il coito come atto di civilizzazione.

Tuttavia, nonostante la trasformazione, Enkidu decide di affrontare Gilgamesh per ucciderlo. I due si scontrano, ma nessuno riesce a prevalere sull’altro. Alla fine, con fatica, Gilgamesh vince la sfida, dando vita a un’amicizia profonda, descritta nel testo con connotazioni “femminili”. Non sono semplicemente specchi l’uno dell’altro, ma elementi di una vera coppia.

Insieme compiono imprese memorabili, come la conquista della Foresta dei Cedri e la sconfitta del mostro Khubaba, il guardiano della foresta, oltre all’abbattimento del Toro celeste, creato dalla dea Inanna/Ishtar. Ma alla fine, Enkidu viene punito per la loro tracotanza.

La morte di Enkidu getta Gilgamesh nell’angoscia e nella paura della morte, trasformando il racconto epico in una storia di perdita e dolore. Il dolore di Gilgamesh, proveniente dal lontano golfo persico di cinquemila anni fa, ci fa comprendere quanto sia profondo il suo amore per il compagno, attraverso i secoli fino a noi esseri cinici e social.

Gilgamesh intraprende un lungo viaggio per raggiungere Utanapishtim, l’unico sopravvissuto al diluvio universale e benedetto dagli dèi con l’immortalità, per guarire l’umanità dalla morte. Una volta raggiunto il suo antenato, lo attende una prova: deve attraversare l’abisso veglia-sonno per sei giorni e sette notti senza mai addormentarsi. Gilgamesh tenta, ma alla fine si addormenta. La prova è fallita, il sogno infranto. Gilgamesh capisce di non essere destinato alla vita eterna. Disperato per il suo fallimento, riprende la strada per tornare a Uruk.

La saga presenta tre finali diversi: il ritorno di Gilgamesh a Uruk; l’accettazione della mortalità e la conseguente morte che fa diventare l’eroe un intermediario tra i vivi e gli Inferi; e quello più spettacolare che lo vede ricongiungersi con lo spirito del suo amato Enkidu.

Ma il messaggio non è di speranza. Infatti, testimone della terra dei morti, Enkidu rivela che negli Inferi ci sono sia compensi che castighi, ma anche rimpianti e la prospettiva di un destino eternamente ripetuto.

Non svelerò quale finale abbiano scelto gli autori del fumetto. Lascio a te la scoperta.

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