Le vignette propagandistiche del Dr. Seuss

Omar Martini | post-it |

Le vignette dei giornali hanno il problema intrinseco che, dopo qualche anno, rischiano di diventare poco comprensibili a un lettore che non ha vissuto il periodo in cui sono state pubblicate. Non è esente da questo pericolo la produzione satirica oggetto dell’analisi di Dr. Seuss Goes to War, il volume del 1999, curato da Richard H. Minear, che raccoglie una selezione dei circa 400 cartoon realizzati dal gennaio 1941 al gennaio 1943 da Theodore Seuss Geisel, il famoso autore per l’infanzia conosciuto come Dr. Seuss, per “PM”, un quotidiano che si collocava a sinistra e che aveva tra le sue direttive quella di appoggiare in maniera quasi acritica le posizioni, anche interventiste, dell’allora presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt. Nato poco dopo l’inizio della Seconda Guerra Mondiale e durato fino al 1948, grazie all’intervento di un collaboratore di questo periodico nascono questi contributi. Il giornalista infatti mostra al direttore Ralph Ingersoll una vignetta del Dr. Seuss che mette alla berlina Virginio Gayda, l’allora direttore de “Il giornale d’Italia”. Colpito dal disegno, Ingersoll ingaggia immediatamente l’artista e da quel momento inizia una collaborazione che, seppur  di breve  durata, è prolifica nel numero di disegni prodotti.

A guardarle adesso, molte di quelle vignette possono suscitare sentimenti contrastanti. Se la qualità tecnica dell’autore è indiscutibile, soprattutto per la sua capacità, in numerose situazioni, di riuscire a realizzare disegni altamente complessi, fitti di dettagli ed elementi, sono il tono e gli argomenti che possono creare perplessità a chi le osserva adesso, a ottant’anni di distanza. Sono oggettivamente dei prodotti di propaganda in perfetta sintonia con il governo, e che in molti casi rivelano non solo una forte aggressività ma anche delle punte di razzismo.

Gli obiettivi più ricorrenti del primo anno (precedente all’offensiva a Pearl Harbour) sono gli attacchi ai fautori dell’isolazionismo e soprattutto a Charles Lindbergh, per la sua vicinanza al gruppo “America First” e le posizioni che lo facevano sbilanciare decisamente verso l’ideologia nazista. È da notare, tra l’altro, che Lindbergh non viene usato solamente dal Dr. Seuss come simbolo del “nemico in casa”, ma è anche presente in vari romanzi ucronici come un personaggio esplicitamente nazista ovvero con simpatie verso quella ideologia (tra i vari esempi, quelli più conosciuti sono probabilmente Fatherland di Robert Harris e Il complotto contro l’America di Philip Roth).

In generale, il dissenso per un intervento da parte degli Stati Uniti è rifiutato perché bollato in maniera indiscriminata come una sorta di collaborazionismo nei confronti del Nazismo, senza fare differenza se quel dissenso derivi da un “isolazionismo amico” oppure da un reale senso di pacifismo. È condannato unilateralmente e la pena è la gogna sulle pagine del quotidiano.

Naturalmente gli alleati della Germania non vengono risparmiati e sono trattati in modo diverso, a seconda delle loro caratteristiche, sebbene ciò che accomuna queste rappresentazioni sia il taglio tendenzialmente macchiettistico con cui vengono disegnati: rimane però poco chiaro se questo approccio spesso “leggero” sia dovuto a una mancata conoscenza delle azioni terribili che venivano perpetrate nei vari teatri di guerra, oppure a una scelta cosciente.

Benito Mussolini viene mostrato come un incapace personaggio da operetta, il primo ministro del regime di Vichy Pierre Laval come un burattino nelle mani di Adolf Hitler e il Giappone come una massa informe di persone, tutte uguali e senza una personalità di spicco verso cui indirizzare gli strali.

La rappresentazione del Giappone è uno dei punti più discutibili di questa produzione. Infatti, ancora prima dell’attacco a Pearl Harbour del dicembre 1941, inizia una stereotipizzazione grafica basata sui luoghi comuni dell’epoca, che culmina in una vignetta del 1942 in cui, senza mezzi termini, i giapponesi che vivono negli Stati Uniti vengono accusati di essere spie al servizio del nemico, idea completamente priva di fondamento, mentre non viene presa nessuna posizione sul trattamento razzista e sull’incarceramento di tutti i cittadini di origine asiatica rinchiusi in veri e propri campi di concentramento. Il Dr. Seuss mantiene un atteggiamento analogo nei confronti del Giappone anche quando interrompe la sua collaborazione con “PM” all’inizio del 1943 per andare a lavorare con Frank Capra alla realizzazione di alcuni documentari. In particolare, ce n’è uno, Our Job in Japan, in cui l’approccio nei confronti di quel popolo sconfitto è colonialista e di superiorità. La valutazione riservata a quel paese viaggia su due possibili binari: si tratta di un popolo fortemente sanguinario, per i delitti di cui si era macchiato, oppure di un popolo senza cervello, che aveva eseguito gli ordini dei propri capi senza porsi delle domande o dei dubbi. In ogni caso, la soluzione a tale problema è la medesima: il compito degli americani è quello di sradicare le loro idee negative e malvagie, nello stesso modo in cui il Dr. Seuss aveva rappresentato una situazione analoga in un paio di vignette disegnate per “PM” in cui lo zio Sam “ripuliva” il cervello della popolazione americana.

Un atteggiamento ondivago è quello nei confronti di Iosif Stalin e dell’Unione Sovietica. Inizialmente vista in maniera negativa sia per l’anti-comunismo ampiamente diffuso negli Stati Uniti sia per il trattato di non belligeranza Molotov-Ribbentrop stipulato con la Germania, nel momento in cui Stati Uniti e Unione Sovietica diventano alleati, le critiche iniziali si attenuano, sebbene sia sempre sotto traccia una certa diffidenza e non vengano mai accettati realmente come alleati. Un punto di vista che è piuttosto curioso, considerata l’area politica di sinistra in cui militava il giornale. C’è però da segnalare che in quegli anni l’impegno di molte persone di sinistra, più che da una vicinanza alla Russia era soprattutto caratterizzato da un’attenzione ai temi sociali, che aveva toccato il suo apice durante la crisi economica del 1929, e alle forti discriminazioni che continuavano a esistere nei confronti di larghe fasce della popolazione.

Con l’entrata in guerra alla fine del 1941, gli obiettivi degli attacchi del dr. Seuss (e del giornale) cambiano leggermente. Non più gli isolazionisti, bensì tutte quelle persone che non danno un contributo concreto al conflitto (per esempio, vengono criticati i lavoratori che, mettendosi in malattia, fanno perdere migliaia di ore di lavoro alla produzione dei beni necessari alla vita quotidiana o alla costruzione delle armi per l’esercito), le persone che non fanno nulla per influenzare il risultato del conflitto e tutti gli speculatori che usano la guerra per il proprio tornaconto economico.

Il tono da fustigatore e da critico è una costante e non verrà rinnegato nemmeno nelle interviste future. Quello che si nota, però, è che, come anche osservato negli articoli che accompagnano questa raccolta di vignette e che forniscono le coordinate e le informazioni fondamentali per inquadrarle e comprenderle meglio, il tipo di segno grafico non si sposa sempre molto bene con il tono delle situazioni ritratte, oppure attenua la drammaticità di certi momenti che vengono rappresentati. Paradossalmente, uno dei personaggi che più “godono” di questa impossibile drammaticità nei tratti, è proprio Hitler che, per come è disegnato, a volte viene graziato attraverso un’involontaria “bonarietà”. E’ solo in certi momenti che l’oggetto della rappresentazione (per esempio, un bosco di alberi spogli a cui sono impiccati degli ebrei) è talmente potente che trascende il disegno “carino” e arriva diretto al lettore.

È senza dubbio facile “criticare” ora, a così tanti anni di distanza, queste opere, che vivono delle emozioni di quel periodo, che trasudano la guerra esterna e interna che si combatteva non solo in Europa, ma anche nel territorio statunitense. Quello che però risalta in maniera inconsapevole, sia dai disegni che dai commenti che li accompagnano, è come lo spirito fustigatore del Dr. Seuss non abbia risparmiato nessuno, evitando ogni distinguo, tralasciando qualsiasi considerazione di opinioni diverse dalla sua (e da quella di “PM”) perché erano obbligatoriamente sbagliate, e veicolando un insieme di valori rappresentati da maschi bianchi, borghesi e statunitensi. Valori che erano intrinsecamente giusti e superiori a quelli degli altri, valori che portavano a guidare e comandare le persone che si erano arrogate il diritto di incarnarli, valori che non prendevano in considerazione l’idea di un confronto e di una condivisione di idee ma che nella cancellazione dei giudizi del prossimo trovavano la propria soddisfazione.

I libri per bambini che avrebbe realizzato in seguito e con cui sarebbe diventato universalmente famoso, non hanno un retroterra diverso da queste vignette, ma si alimentano di questo spirito, senza però contenere gli aspetti un po’ più problematici. Per esempio, il racconto Yertle the Turtle, in cui la tartaruga protagonista decide di stare sempre più in alto, sopra una pila di altre tartarughe, per la sua sete di potere e di dominio, è una metafora (semplificata) di Adolf Hitler. Ortone e i piccoli Chi?, invece, a detta del suo autore, nasce dall’esperienza nel Giappone del dopo-guerra, rendendo implicitamente la cittadina di Chissà una rappresentazione del Giappone e, di conseguenza, il protagonista Ortone una metafora degli Stati Uniti.

La poesia, la fantasia e l’ironia che traspare da tutti questi libri nasce probabilmente da uno spirito “positivo” che permeava il periodo successivo al conflitto mondiale, bisogna però sempre tenere presente che i sentimenti che l’hanno preceduto derivano da uno spirito cieco di propaganda che ha voluto (e sempre vorrà) una conclusione armata del conflitto e mai un “cessate il fuoco” diplomatico.

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