Facoltà di premiare

Boris e Paolo | (Quasi) un premio 2024, Facoltà di cazzeggio |

Paolo: Che fatica questa storia di “(Quasi) un premio”. Ricordami un po’ a chi è venuta questa brillante idea?

Boris: Non farmi ridere, dai! Comunque, il nucleo dell’idea è venuto a te, ma mi assumo la mia parte di responsabilità per la forma che il premio ha preso. Mostrare le storture dei metodi di attribuzione tipici dei premi italici ai fumetti, contraddicendoli tutti. L’editore ce lo diceva che sarebbe stata una gran fatica.

P: No. L’editore non ha detto così.

B: È vero. Claudio ha usato parole più colorite e ci ha chiesto se, come sempre, stavamo cercando di farci nuovi amici. Però io mi sono divertito. Alla prossima battaglia, se sei d’accordo, lo rifacciamo.

P: Davvero hai citato Suor Dentona di Scòzzari? Ma non è opportunooooo…

B: L’opera straordinaria di un formidabile…

P: Fermati!

B: Non mi viene la parola.

P: Per fortuna. Perché ho ancora nelle orecchie i rimbrotti del compagno editore che ci diceva che avremmo fatto incazzare tutti e tutte.

B: Però quello mica è un deterrente…

P: Un’occasione troppo ghiotta. E chi se la vuole perdere una bella rissa da bar?
Comunque sono venute fuori un po’ di cose interessanti. Alcune mi hanno proprio stupito. Vediamo se sono le stesse che hanno stupito anche te e capiamo se, alla prossima battaglia, lo rifacciamo.

B: Davvero c’è qualcosa che ti ha stupito? A me sembra solo di avere ricevuto conferme, interessanti per carità, ma di cose che già sapevo.

P: Ah… ti aspettavi davvero i messaggi piccati di autori, editori e direttori di eventi culturali? A me è parso che questa rivista che non legge nessunə sia presa fottutamente sul serio. E da un sacco di gente. Se, da un lato, mi inorgoglisce l’autorevolezza che – anche solo rivolgendoci insulti o battute sprezzanti – ci stanno riconoscendo, dall’altro, mi preoccupa il fatto che la superficie di cazzeggio che tentiamo di rendere evidente in ogni modo, venga bellamente ignorata. Ti racconto una barzelletta?

B: Non è che la ignorano. È che probabilmente non la colgono. Due sole categorie si sono occupate e si occupano di critica dei fumetti (di critica, cioè di recensioni semaforiche o di letture sociologiche, non certo di discorso critico, secondo me è questa – oltre allo stile del discorso – la grande rivoluzione di (Quasi) che abbiamo evidenziato con il premio): gli appassionati (spesso addirittura collezionisti) e gli accademici. Due categorie notoriamente prive di intelligenza per l’ironia. Arriviamo noi con questo stile gonzo, vuoi che lo colgano al volo?

P: E…

B: No. Non voglio che mi racconti una barzelletta.

P: Peccato. Era quella del vecchio che va dalla panettiera.  Ti avrebbe fatto ridere un sacco.

B:

P: Se non la vuoi, mi tocca di sottolineare che, proprio per quell’incapacità di cui parli, a me stupisce quanto sia stato preso sul serio un premio non premio. La barzelletta ha a che fare con il pane.

B: Ho capito, ma non la voglio sentire.

P: Va bene… passo al secondo motivo di stupore. L’ascesa del formato graphic novel è stata confusa con un’acquisita maturità dei fumetti. Adesso li si può leggere anche se non si cerca una narrazione seriale e, di conseguenza, consolatoria.  Stiamo vedendo, però, che la serialità ci dona alcune delle narrazioni meno consolatorie in assoluto (l’Asterix contro Lapinot di Trondheim, l’inizio del Marsupilami di Zidrou e , l’ultimo ZeroCalcare, addirittura DanDaDan di Yukinobu Tatsu). D’altro canto, il formato graphic novel è diventato il cantuccio in cui rifugiarsi con storie che assomigliano sempre più ai romanzi. E, di conseguenza, sempre più bolse e capaci di soddisfare le aspettative di lettori che, siccome non sono capaci di guardare le figure, devono rifugiarsi in racconti di parole, convinti che ciò elevi la loro capacità di capire il mondo.
Ecco. A me stupisce molto che le critiche mosse verso “(Quasi) un premio” non abbiano riguardato il metodo o il merito, ma si siano scagliate proprio verso le opere scelte perché “inferiori” ad altre, decisamente più consolatorie.

B: Non credo che le critiche siano state mosse da una ricerca di consolazione. Credo invece che siano state dettate da una sorta di abitudine. Anche io, anche tu, ogni volta che una delle tante squalificate giurie dei troppi festival nazionali premia dei titoli, abbiamo da ridire. Perché tutti sappiamo come vengono scelti, per motivi di opportunità editoriali e mai per motivi estetici, etici, ideologici. No, ideologici ogni tanto sì, e di solito sono le opere più brutte. Il punto di rottura, o di critica, che “(Quasi) un premio” ha introdotto, il metodo come lo chiami tu, quello che non è stato capito, è che non c’è nessuna giuria. Ma l’insindacabile giudizio critico tuo e mio. E il dibattito sulle opere, con la nostra redazione (quella che avrebbe dovuto essere la giuria) non si è svolto nel segreto di una stanzetta, ma – quale segno di assoluta onestà intellettuale – durante la pubblica istanza della consegna delle “targhe”. L’altra cosa che non so quanto sia stata capita dagli autori premiati o nominati – quelli italiani, sai, mi piacerebbe ricevere una risposta di Ruppert, ma non capiterà – è che il premio è consistito in un’analisi critica, un pochino più scomoda e articolata di una motivazione. E mentre dico questo mi viene in mente quello che abbiamo fatto per Baudoin

P: Esatto. È la terza evidenza. Siamo dei cialtroni. Abbiamo dedicato un sacco di tempo al miglior fumetto italiano e al miglior fumetto straniero. Ci siamo dimenticati di raccontare il libro meritevole di un premio (o (Quasi)) che secondo entrambi è importantissimo: quello al “classico” del fumetto.
Lo abbiamo dato ai Tre sentieri di Baudoin. Ed è stata la terza scelta inopportuna, perché in quel libro tu ci hai messo le zampe pesantemente e perché su quell’autore e con quell’editore stiamo per pubblicare il primo quaderno marcato sia Comicon sia (Quasi).

B: Ahahahahahaha! Se i ragazzi del Comicon ci mettono la fascetta: «Vincitore di “(Quasi) un premio” come miglior riproposta 2023 di un classico», questo strano anello del conflitto d’interesse si chiude perfettamente. Poi, quale riproposta? Nessuno li aveva mai letti in italiano quei tre libri! Forse qui, adesso, più che un discorso critico sui Tre sentieri e su Baudoin, che chiunque può recuperarsi – appunto – nel quaderno di prossima uscita, può essere interessante affrontare questa apparente contraddizione del premiare una cosa che si è partecipato a creare. Non trovi?

P: Tu e io siamo convinti che i tre fumetti raccolti nei Tre sentieri (ai quali avremmo voluto se ne affiancasse un quarto) siano fondamentali. Siamo convinti che quel libro sia bellissimo. Ho amato la tua postfazione. E sono contento di questa cosa dei Quaderni Comicon/(Quasi) in cui ci siamo infilati. Hai ragione: è un conflitto di interessi manifesto. Ma gli altri tre volumi di recupero che abbiamo segnalato, per un motivo o per l’altro, mi sono insopportabili. Prendo il mio preferito, Infanzia di Sempé (che è pure nelle mani del ragazzino de La strada di Larcenet): un libro bellissimo presentato in un piccolo formato e tradotto da un personaggio misterioso.
Mi sembra poi che l’aver preparato il quaderno, un volume di analisi dell’opera di Baudoin, di cui tra qualche settimana parleremo estesamente, racconti abbastanza bene perché amiamo così tanto quell’autore e quel volume in particolare.
Cioè… ne parliamo tra qualche settimana se lo spirito partenopeo dei nostri amichetti comiconici permette loro di mandare in stampa il volume.

B: Vedrai che adesso lo spirito di Partenope torna da Cannes con qualche palma e farà andare tutto per il verso giusto. Comunque, sulle menzioni del patrimonio hai ragione. Skin, per esempio, è proprio un brutto volume, e Le cronache del dopobomba ha debolissimi redazionali. Ma sono così potenti le opere che i difetti editoriali passano in secondo piano. Tre sentieri invece è anche un libro bello e fatto bene. Ma… hai citato La strada. Non è che ti stai portando avanti per l’anno prossimo?

P: Mi hai beccato. Tu lo hai letto? Io ancora no. Continuo a sfogliarlo da settimane, senza riuscire a guardare i balloon come se fossero portatori di un senso verbale utile alla narrazione. Resto su ogni pagina per un sacco di tempo. Seguo le traiettorie dello sguardo progettate da Larcenet. Mi perdo in quelle sfumature di grigio. E poi quel realismo, così nitido e privo di virate verso il grottesco come in Larcenet non si era visto mai… Sto discutendo con un’amica che – a proposito di Frank Miller – mi dice che il fascismo della storia (il contenuto) non può essere reso tollerabile dall’eventuale rivoluzione della pagina (la forma). Ecco, mi pare che La strada di Larcenet ci dica definitivamente che quel dualismo è una stronzata buona solo per le catene taylorizzate dei fumetti industriali: aberrazioni produttive che rendono lecito il mestiere dello sceneggiatore. Amo il romanzo di Cormac McCarthy; mi è evidente che non siamo di fronte a un adattamento. Larcenet ha liberato un fumetto di potenza narrativa mostruosa. Tu lo hai letto?

B: Letto e poi guardato e riguardato e riguardato ancora. Versione, adattamento, riduzione… tutte parole che ho sentito usare a cazzo a proposito di questo fumetto, da gente che si occupa e fa fumetto, ma che è afflitta da un ottocentesco senso di inferiorità verso la parola scritta. La strada è un lavoro che, per caso o per scelta (per scelta, lo so!), racconta la stessa storia di McCarthy, ma che per consapevolezza, originalità sul funzionamento dello sguardo è tutta una cosa diversa. Una riflessione teorica lucidissima e dolorosa che fa giustizia, come dici tu, del dualismo (anche quello vecchio di due secoli) tra forma e contenuto, ma sventra anche quel pregiudizio tutto cattolico che vede bellezza ed etica come una monade inseparabile. Un’opera gigantesca (potrei sbilanciarmi e definirla rivoluzionaria) che giunge a coronamento di una riflessione sofferta che parte almeno da Lo scontro quotidiano (e copre quindi quasi tutta la produzione di Larcenet) e che affonda le proprie radici nel concetto di “mondus duplex” di Georges Bataille. Tutta roba che dovremo approfondire. Dubito che quest’anno (ma anche nei prossimi anni) uscirà qualcosa di più potente.

P: Beh… hai trovato il modo per dimostrare in modo inconfutabile la nostra cialtroneria. Così riusciremo finalmente a ottenere che si smetta di considerarci autorevoli. Bravo, Boris! Chiudiamo così il mese dedicato a “(Quasi) un premio”!  Mentre dovremmo continuare a dire del perché i nostri (Quasi) premi sono i migliori possibili, spariamo a brutto muso il titolo del fumetto più bello del 2024. E lo facciamo prima che finisca maggio.
A me piacerebbe essere smentito.
Davvero non vuoi sentire la barzelletta del vecchio dalla panettiera?

B: Davvero. Ma tanto so che adesso me la racconti lo stesso…

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(Quasi)