Nonostante le temperature siano scese di cinque gradi, e fa più freddo a Lecce che a Berlino, è pur sempre primavera, che fa rima con dormire. Se non mi fossi compromessa col direttore forse vi risparmiereste questo consueto mio blaterare intorno ad argomenti che paiono interessare solo me. Confido nel sottotitolo della rivista, e nelle mie più affezionate lettrici fantasma, di passare nell’indifferenza.

Mentre da sempre pubblicamente ammiro maestri morti o sul punto di morire (Muñoz spero che sia immortale) e ne parlo con un tono snob e antipatico che attira, in modo inspiegabile, più api del miele, nel chiuso della mia casetta di provincia guardo ai giovani fumettisti newyorkesi, in particolare la scena indie che si è formata intorno al negozio di fumetti Desert Island di Gabe Fowler , che è anche l’editore di “Smoke Signal”, rivista di fumetti in formato tabloid. È una scena fatta principalmente di autori di Brooklyn, alcuni giovanissimi e con alle spalle solo qualche autoproduzione, materiale difficile da reperire anche solo online, disegnano e stampano nell’underground più profondo e se ne fregano abbastanza di pubblicare sui social.
Si tratta in molti casi di fumetti fatti con urgenza, che non hanno nessuna intenzione di aspettare editori o di affinare tecniche, ma che hanno cose da dire e le dicono, spesso con un tratto istintivo. Un tratto molto vicino all’art brut per alcuni, invece altri sono apparentemente scarabocchiati in gran velocità, ma con una maestria sequenziale e con punti di vista veramente interessanti.
Juliette Collet, giovanissima, gira intorno a quella scena, molto più presente sui social, meno punk ma più pop, è evidentemente una nipotina di Julie Doucet, e molte cose le apprese bene dalla canadese.

Non avevo ancora mai preso nulla di suo e approfittando del catalogo “Just indie comics”, in piena notte, ho fatto un ordine, subito dopo mi rendo conto che il T9 mi ha modificato la via di casa e scrivo una mail in piena notte per avvisare. Risposta immediata con un piccolo appunto di scuse, “Blah Blah Blah”, la rivista che avevo ordinato, non è più disponibile, mi chiede se voglio il rimborso.
No, niente rimborso, infila qualcos’altro. Mi fido.
E ho fatto bene, al posto di Collet, mi sono arrivate a sorpresa due antologie in cui è presente lei e un giornale stile quotidiano della stessa Collet (immagino sfilato da qualche “Smoke Signal”, visto il formato).

Juliette Collet è giovanissima, gestisce la pagina in modo meraviglioso, non c’è ombra di digitale, ma gioca con collage, texture e timbri. Le sue pagine mi ricordano tantissimo i 365 Days di Doucet, ma come dicevo con un segno più pop, e più colorato.
I disegni recenti che sta postando mi piacciono molto di meno, ma è da tenere d’occhio.
