Derive situazioniste in compagnia di Mulinex

Carlotta Vacchelli | Charlie don't surf |

Sabato 5 aprile al Pigneto si è presentato il primo numero della neonata rivista “Mulinex” (sic) in una passeggiata che ha avuto come luoghi d’elezione spazi dimessi e non del quartiere: piazzette, gastronomie, supermercati, parcheggi, incroci stradali, fermate della metro, baretti poco in vista, ma anche studi di artisti e gallerie di design.

La carovana si è tenuta lungo un’intera giornata ed è stata condotta dai due rappresentanti, figure note e attive nel mondo del fumetto e oltre: Fulvio Risuleo (Linea Bar) e Gabriele di Fazio (Just Indie Comics). L’autore e il critico hanno inanellato una serie di acrobazie concettuali, allestendo una performance per tappe nell’arco di una giornata, che ha incontrato una crescente attenzione da parte del pubblico: tra letture, recitativi, dibattiti, caffè, concerti, azioni di poesia collettiva, il tutto in salsa situazionista-surreale.

Ho potuto partecipare solo a una parte di questa piacevole giornata, a causa di un mix di accidenti personali e impegni pregressi:

1) arrivavo in after da una serata impegnativa al Forte Prenestino;
2) un pennuto si è svuotato le viscere sulla mia testa, è la seconda volta che mi succede nella mia vita e in entrambi i casi ero impegnata in attività fumettistiche – il che la dice lunga a livello statistico sul mio personale progetto di dedicare il 95% del tempo che mi resta in questa vita ai fumetti;
3) una breve conferenza che dovevo tenere a distanza con il gruppo di fumettofili piacentini Ora Pro Comics;
4) un meeting organizzativo di un festival di fumetto antispecista, e
5) una sessione di attacchinaggio di una proiezione di un documentario presso un centro sociale in cui sono attiva.

Comunque, ho trascorso con il gruppo “Mulinex” abbastanza tempo da farmi sovvenire alla memoria un capitolo dedicato all’importanza sociale della poesia tratto dall’eterno prontuario di sopravvivenza alle idiosincrasie della contemporaneità, Psicomagia di Jodorowsky:

«Un giorno, consultando un libro sul futurismo italiano con Enrique Lihn e altri amici, ci siamo imbattuti in una frase illuminante di Marinetti: “la poesia è azione”. A partire da quel momento, abbiamo cominciato a prestare molta più attenzione all’atto poetico che alla scrittura in sé […]. Per esempio: un giorno Lihn e io abbiamo deciso che dovevamo camminare sempre in linea retta, senza mai deviare. Mi spiego: se durante una passeggiata ci imbattevamo in un albero, invece di girargli attorno ci arrampicavamo in cima per proseguire la conversazione […]. Di fronte a una casa, suonavamo il campanello, entravamo dalla porta principale e uscivamo da dove potevamo, a volte da una finestra […]. Il Cile era un paese poetico. Ricordo di aver suonato a una porta e aver spiegato alla signora che ci era venuta ad aprire che eravamo poeti in azione e dovevamo attraversare la sua casa in linea retta. Lei ha capito perfettamente e ci ha fatti uscire dal retro.»

Il medesimo spirito di serissimo gioco raccontato da Jodorowsky ha permeato la presentazione della rivista. Come parte dell’audience ho percepito netta la sensazione di avere impegnato la giornata in un’attività estremamente densa di significato, mi sono sentita immersa un processo di riappropriazione dei ritmi e dei luoghi del quartiere in cui vivo, godendomi la giornata di sole in compagnia di persone interessate alle stesse cose che piacciono a me e ascoltando ragionamenti stringenti intorno alla mia arte preferita, quella che potenzialmente le contiene tutte, i fumetti.

È quindi con un senso di gratitudine per avere tradito gli schemi di un sabato al Pigneto, che tipicamente mi trovano incapacitata o riluttante a deviare rispetto a qualche forma codificata nel mio ambiente di riferimento (ho sempre qualche festival, conferenza, inaugurazione, o presentazione da imbastire o dove andare), e anche di coerenza con la visione del fumetto come punto di partenza per riflettere su molto altro (arti, culture, società, storia etc.) che scrivo questo pezzo programmaticamente elogiativo dell’operazione “Mulinex”. Non che quello che faccio di solito il sabato non mi piaccia: tutt’altro, coltivo con accanimento la mia dedizione all’inutile e all’anti-produttivo per eccellenza come forma di resistenza al capitale, anzitutto porsi la preoccupazione principale di vivere immersa nell’arte e nella cultura e trafficare con creativi provenienti da un’ampia gamma, che è più o meno la promessa che ho fatto a me stessa da quando ho iniziato a promettermi cose.

Quelli di “Mulinex” questa facoltà di creare cronotopi rilevanti per la creatività e il pensiero estetico l’hanno saputa fare particolarmente bene, e/o in modo insolito, dunque innovativo, ergo particolarmente efficace.

Vediamo dall’interno per quali caratteristiche si contraddistingue questa amena operazione editoriale nel più ampio panorama fumettistico.

La rivista si presenta in un maneggevole formato standard 16.5 x 23 cm, carta opaca. Sulla copertina giallo Napoli spicca la silhouette di uno zappatore, che – una suadente paranoia sussurra in un orecchio – è niente meno che il ritratto di una statuetta del presepe, colto in una posa plastica che dichiara disinvoltura nel mestiere. Capisco perché sono stati eletti proprio Di Fazio e Risuleo come rappresentanti della rivista, da parte della misteriosa redazione. Forse è una sovrainterpretazione, ma mi viene naturale azzardare l’ipotesi che l’atto di scavare messo a bella posta in copertina indichi vieppiù una dichiarazione di intenti: in effetti, i contenuti mi colpiscono, sia per atipicità nel panorama italiano, sia per i criteri che li ordiscono all’interno del numero. Sottendono, ovvero, un attento processo di selezione, che vedo ben squadernato sia dal lavoro di ricerca nel sottosuolo anglosassone che Just Indie Comics conduce in senso critico e archivistico da diversi anni, sia dalla trasversalità di stimoli che attraversa l’immaginario di Risuleo, che non ha proprio paura di mischiare fonti, all’occorrenza. Sono già felice di avere tra le mani questo oggetto.

Il titolo è redatto in una grafia tremula e sproporzionata da bambino che impara a scrivere e anche questo mi fa pensare immediatamente al fatto che Risuleo non fa nulla per nascondere il suo impegno nel proteggere questa dimensione infantile che agisce nella sua ispirazione: l’ha nutrita, cresciuta, coccolata, cullata, e nel suo cinema e lavoro cartaceo i risultati di questo sforzo si vedono con particolare efficacia. I personaggi dei suoi film sono spesso mostrati mentre attraversano quella fase magica, in cui tutte le vie sono ancora di là da percorrere, nel processo di scoperta di se stessi, delle proprie passioni, identità, direzione del proprio cammino, a scapito dei mille scazzi che la vita ti butta addosso a caso, quando meno te li aspetti e meno li vuoi. I suoi fumetti sono sempre il risultato di un tenero e delicato gioco di equilibri tra segni e parole, mi fanno pensare all’atto sacro e rituale del divertimento infantile, improntato al pensiero magico, e alla capacità di rivestire di significato oggetti comuni, dello status di entità che tutte le cose raggiungono, dell’apertura contemplativa e accettante verso il mistero e l’inspiegabile, della sospensione del controllo razionale che conduce con immediatezza all’individuazione di collegamenti nascosti tra le cose.

Una delle ultime volte che (con suo grande scorno, visto che ci porto sempre la mia personalità ingombrante e i miei chiassosi studenti americani), sono andata a salutare Risuleo presso lo studio Linea Bar (condiviso con Juta, Frita e Antonio Pronostico), l’ho trovato intento nell’allestire meticolosamente uno di quei quadretti di chiodini tutti colorati che usano i bambini (ho vaghi ricordi dell’asilo di questi oggetti), per poi scoprire che nello studio c’è un cassetto pieno di questi passatempi, alcuni dei quali componevano ritratti dei collaboratori.

Tornando a Mulinex, sulla quarta di copertina campeggia invece un motivo ossessivamente texturato a “M”, che riprende la prima lettera del titolo. La rivista si apre con una poesia in due atti di Marco Caporali, che analizza con precisione di significati e sonorità l’attrazione irresistibile che gli animi sensibili al bello e al ragionamento sul bello provano verso le cose inquietanti e potenzialmente pericolose – non importa quanto devastanti saranno le loro conseguenze sulla vita dell’individuo. Si chiude con un brano in 20 versi sciolti di una lingua inintelligibile, il Lamento del parallelepipedo di Alessio Trabacchini. L’opera mette a punto la mimesi di un testo poetico, con tanto di rime accidentali, allitterazioni, assonanze, rimalmezzo e altri artifici retorici. Apprezzo particolarmente il tono ora di invettiva, ora di lamentatio, ora di impeto lirico, e l’uso sapiente della punteggiatura, che contribuisce a creare il clima di meditazione intorno al non meglio specificato problema che a ogni evidenza affligge questo poliedro. Mi ci rispecchio.

Sono alla terza pagina di questo resoconto e non ho ancora scritto di fumetti. Sarà il caso che cominci: si tratta di una miscellanea di storie brevi, illustrazioni, tavole e vignette di Isobel Neviazsky, Ian Sundhal, Walker Tate, David Tea, con un inserto fotografico dal sapore crepuscolare-suburbano a cura di Andrea Sorini. I fumetti sono introdotti da prefazioni dell* autor*, che chiariscono questioni di estrema rilevanza, come il senso del fumetto nella loro creatività, il motivo per cui hanno preferito i fumetti ad altre forme espressive per raccontare quelle storie, il modo e il motivo per cui il disegno è entrato nelle loro vite, le diverse tecniche impiegate, i processi intorno ai quali si articola la loro creatività. Non c’è un vero e proprio tema dominante, ma dal ricorrere di alcune caratteristiche comuni intravedo un’anima: la scelta di stili di disegno destrutturato e fragile, in alcuni casi risultante dall’accumulo di segni, in altri casi dalla sottrazione; le linee tremule e spezzate, di contro alle rotondità del disegno fumettistico più tradizionale; una riflessione sul medium fumetto portata in superficie, resa chiara e palese all* lettor*, o per via metanarrativa e cerebrale (Walker Tate), o per smantellamento dei generi più classicamente rappresentati in questa arte (Ian Sundhal), o per l’angolatura prospettica di protagonisti niente affatto fumettistici (David Tea), o per completa anarchia nella gestione della tavole, nonché rottura rispetto alle convenzioni del mezzo (Isobel Neviazsky).

Ne emerge un quadro di libertà del segno, in cui il fumettista è anzitutto un* divagator* che si affida all’unità base della linea per elaborare gli stimoli che gli arrivano dal mondo: “Mulinex” stessa, mi viene spontaneo concludere, è una passeggiata da fermi nei posti più inaspettati in cui ti può portare il pensiero quando lo lasci libero di oziare. Il senso del fumetto che mi sovviene dalla lettura di questa raccolta è l’invito a sfuggire ai codici dei linguaggi, e di lasciare che sia la matita a decidere cosa disegnare e scrivere nel farsi del racconto per immagini.

Non vedo l’ora di leggere il prossimo numero.

Per saperne di più: QUI e QUI.

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