Colpa di Goffredo Fofi

Paolo Interdonato | Pantomime del Calisota |

Sto affondando il cucchiaino nella panna per mescolarla con la granita al caffè, quando mi arriva il messaggio di Boris. Sono in vacanza con Carlotta in Sicilia e mi muovo ai ritmi di un’ottenne che scandisce il suo (e il mio) tempo tra granite, bagni, letture, disegni, Nintendo DS, passeggiate, pranzi e cene offerte dalla zia Nuccia, che è sempre in cucina, col forno acceso, indifferente al clima. Ci sono modi peggiori per trascorrere una settimana di luglio.

Mentre simulo indifferenza nei confronti del cellulare, quello vibra un altro paio di volte. Boris non scrive mai di mattina, in particolar modo quando lui lavora e io sono in vacanza: è troppo preso a imprecare e a maledirmi. Cedo alla tentazione e sblocco lo schermo. Mi ha mandato lo screenshot dell’home page di “Repubblica” in cui pochi minuti prima è stata pubblicata una breaking news: «Goffredo Fofi è morto». Impreco anche io, è una notizia credibile, anche se Boris, inviandomela, rimarca che non è ancora confermata da altre fonti e “Repubblica” è uno tra i siti di informazione meno affidabili del paese.

Continuo a fare colazione al bar con Carlotta. Chiacchieriamo, finiamo le nostre granite e le nostre brioche e poi puntiamo con decisione la spiaggia. Il percorso da criceto della nostra mattinata siciliana unisce pochi puntini: casa, bar, edicola, spiaggia; tutto nel raggio di 200 metri.

Scrivo a Boris: «Dovremmo dedicargli un “Giù il cappello” speciale. In fondo se c’è (Quasi) è anche colpa sua».

Mi risponde secco: «Un coccodrillo agiografico non se ne parla proprio. E per fare un saggio di analisi critica ci vuole tempo.»

Odio quando ha ragione. Ma, dannazione!, che male c’è a dire che una morte ti fa male, che una persona cui hai voluto bene ti manca? Che male c’è a elargire un po’ di agiografia?

Goffredo Fofi, lo conoscevo. Gli volevo bene. Abbiamo chiacchierato un po’ di volte. Mi ha presentato persone, mi ha chiesto – o scartato – articoli per le sue riviste, mi ha raccontato storie e pettegolezzi a casa di amici a Roma, o durante eventi in cui eravamo stati invitati, o seduti in un bar di fronte alla Libreria Utopia, quando era ancora in Largo La Foppa. Abbiamo anche battibeccato per questioni accessorie, culturali, e quindi importantissime. Non eravamo amici. Nessuno dei due sentiva il bisogno di chiamare l’altro a meno che non gli servisse qualcosa.

La prima volta che ho letto il suo nome, è stato accanto al sommario della rivista “Linea d’ombra”. Ero un liceale che usava l’edicola per provare – con risultati risibili – a capire il mondo. Lui era il fondatore e il direttore di quella rivista e mi faceva scoprire cose importanti. Il primo numero di “Linea d’ombra” che ho comprato è venuto con me perché dichiarava in copertina la presenza di un paio di articoli di Philip K. Dick. Quel nome era per me mitico, benché avessi letto solo quello che ne scriveva “La Grande Enciclopedia della fantascienza”, un racconto sul “Mago” (credo si intitolasse La pulce d’acqua, ma da qui non posso controllare) e un paio di romanzi presi in biblioteca (Cacciatore di androidi e La svastica sul sole).

Sono entrato in quella rivista per Dick e ci sono rimasto, abitandola con gioia, fino a quando la direzione di Fofi non si è conclusa. L’ho seguito – a volte con meno convinzione – sulle riviste che ha fatto o a cui ha collaborato attivamente: “La terra vista dalla luna”, “Lo Straniero”, “Gli asini”. (Per qualche ragione, sono convinto che dovrei aggiungere all’elenco “Nessuno tocchi Caino” e “Dove sta Zazà”, ma come ti dicevo non posso controllare.)

I suoi saggi e i suoi articoli non mi hanno mai convinto particolarmente. Eppure, l’ho sempre considerato uno dei miei intellettuali di riferimento. Credo soprattutto per la sua capacità di costruire relazioni, fare rete, costruire e mantenere in vita, più a lungo possibile, progetti culturali.

L’ho conosciuto a metà degli anni Duemila. Me lo ha presentato Fausta Orecchio, durante una fiera del libro per l’infanzia di Bologna. Fausta, in quel periodo, era convinta che io scrivessi di libri illustrati e fumetti in un modo necessario e che avrei dovuto pubblicare sulla rivista di Goffredo, “Lo Straniero”. Ero molto intimidito mentre quel signore claudicante, con camicia a quadri si è avvicinato. Fausta ha detto qualcosa, io ho teso la mano, solida e ferma, come ho imparato a fare per mostrami vivo, e lui ha allungato il bastone come il personaggio di un cartone animato UPA e mi ha agganciato il collo con l’incurvatura, per avvicinarmi e abbracciarmi.

Ho, da sempre, un pessimo rapporto con il contatto fisico, ma quell’approccio immediato e spontaneo, mi ha stupito. Mentre riuscivo a riprendermi dall’allegria in cui mi aveva precipitato quell’abbraccio, sono arrivate attorno a noi altre persone, alcune le conoscevo, altre le ho conosciute là. Quel momento è stato addirittura immortalato da Gipi che passava di lì, non ho mai capito perché, con una macchina fotografica enorme.

Ecco. Proprio quella era la cifra di Goffredo. La capacità di mettere in relazione le persone. Di farle dialogare. Di giustapporre le cose che avevano da dire, soprattutto nel formato della rivista, sulle sue pagine, in modo da costruire un discorso articolato, un senso del mondo.

Luigi Bernardi, giusto per citare un altro dei miei intellettuali di riferimento, diceva che fare il primo numero di una bella rivista è proprio facile. Il difficile arriva quando quella rivista la devi fare uscire con periodicità regolare, mantenendo la rotta, senza cadute di tono, superando lo sconforto, la noia, la rabbia, l’abitudine.

Con Boris, faccio (Quasi) tutti i giorni. Lo sconforto, la noia, la rabbia, l’abitudine vanno e vengono, un po’ come le nuvole. Se siamo qui a farla ancora, è anche colpa di Goffredo Fofi.

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(Quasi)