Polly Platt: una sconosciuta

Caterina Iofrida | Film Fuoricampo |

Polly Platt, la donna sconosciuta dietro a due grandi storie americane, “L’ultimo spettacolo” e “Voglia di tenerezza”… e a molte altre.

«Immagino che se non fosse stato per Sam, me la sarei persa, qualsiasi cosa sia. Ero stata una di loro, tipi affabili che pensano che giocare a bridge sia più o meno la cosa migliore che la vita ha da offrire. […] Ti dirò, Sonny, è terribile incontrare soltanto un uomo, in tutta la tua vita, che sappia quanto vali.»

Le parole di Lois Farrow (Ellen Burstyn) ne L’ultimo spettacolo (The Last Picture Show, 1971) dipingono nitidamente una donna che, per vivere appieno, e accedere al suo stesso valore personale, è stata costretta a passare da un uomo, e poi è stata dimenticata. Il film, capolavoro diretto da Peter Bogdanovich e scritto da Larry McMurtry (autore del romanzo omonimo), deve la sua realizzazione a quella che risulta dai titoli come “Production Designer” e il cui nome è, oggi come ieri, sconosciuto ai più: Polly Platt. Nei primi anni Sessanta, quando Polly iniziò la sua carriera – accanto a Bogdanovich, il suo secondo marito – il cinema era essenzialmente una faccenda da uomini. Non che le donne non lavorassero ai film: semplicemente, il loro contributo scompariva nella pressoché totale attribuzione dei meriti all’auteur, il regista. E, al tempo, esistevano solo registi uomini, con solo due, importanti, eccezioni: Dorothy Arzner e Ida Lupino. Un giorno, attorno alla fine degli anni Sessanta, Polly – una donna poco glamour, che non si trucca e si veste in modo semplice – e Bogdanovich sono a pranzo con Howard Hawks e la sua giovane e bellissima fiamma del momento, aspirante attrice, Sherry Lansing, quando quest’ultima si alza per andare al bagno. Gli occhi dei due uomini la seguono, poi Hawks, chinandosi davanti a Polly che è seduta in mezzo a loro, se ne esce con «Peter, quello è il tipo di donna con cui dovresti accompagnarti». «È come se io non esistessi», pensa Polly.

Polly Platt nasce Mary Marr Platt il 29 gennaio 1939 a Fort Sheridan, Illinois, da John, un colonnello dell’esercito, e Vivian, impiegata nella pubblicità, ma sostanzialmente devota a sostenere il marito nella sua carriera. Seguendo il lavoro del padre di Polly, che presiede ad alcuni dei processi di Dachau che hanno seguito la fine della guerra, la famiglia si trasferisce in Germania nel 1945. I genitori sono entrambi alcolisti, e Polly e il fratello John sono abbandonati a loro stessi. Polly, per uscire di casa, prende l’abitudine di andare spesso al cinema. Si fa una cultura di film western, cioè di quelle pellicole che costituivano la maggior parte dei film americani distribuiti in Europa: da Fort Apache in poi, si appassiona, sopra tutti, al lavoro di John Ford. Tornata negli Stati Uniti, nel 1958 frequenta lo “Skidmore College”, dove si innamora in modo totalizzante di un tale Bud McCartney che lavora in un negozio di alimentari locale. Inesperta, vergine e con una madre completamente mancante di empatia, Polly non capisce molto di quel che le succede, e perde la testa tanto da non cambiarsi più i vestiti e vagare scalza per le strade. A causa di questi comportamenti viene sospesa dal college. Come se non bastasse, al momento di perdere la verginità, nella macchina della madre, con l’uomo dei suoi sogni, ha il ciclo, e perde il controllo sulla faccenda al punto di tornare a casa coperta di sangue. La madre infierisce aumentando il suo senso di vergogna, e Polly finisce per non tornare più a Skidmore. Si iscrive invece al “Carnegie Institute of Technology” a Pittsburgh, dove studia discipline artistiche e in particolare design. Ma vive anche la sua prima vera storia d’amore, e di sesso, con un tale Philip Klein, e rimane subito incinta. Polly nasconde a tutti la sua gravidanza fino a pochi mesi dal parto, lasciando Philip, cui mente dicendo di stare per lasciare la città, e nascondendosi in una stanza in affitto sempre a Pittsburgh. Riesce a trovare una coppia cui dà la figlia in adozione subito dopo il parto, e si presenta come se niente fosse al matrimonio del fratello poco dopo. È traumatizzata, e a livello cosciente non sente niente. In seguito, Philip scopre tutto, i due partono assieme per Los Angeles e nel 1960 si sposano; il matrimonio dura solo otto mesi a causa della morte improvvisa di lui in un incidente. Polly torna a Pittsburgh e, poi, si trasferisce a New York in cerca di lavoro a teatro come designer, decisa a non vivere mai più storie d’amore.

L’ultimo spettacolo (The Last Picture Show, 1966) di Larry McMurtry è un romanzo che contiene una storia molto americana. È un drammatico coming of age di un gruppo di giovani negli anni Cinquanta, subito prima della guerra di Corea, nella quale i protagonisti maschi sono destinati a essere arruolati. Ma non è solo questo, è pure una storia universale, senza tempo, che racconta di una sala cinematografica come rifugio da una vita infelice, e l’angoscia e l’alienazione del sesso adolescenziale in una società ipocrita, pure dal punto di vista femminile. Questa struggente, malinconica e poetica storia americana è anche la storia di Polly: così lei, che ha vissuto in prima persona tutto questo, quando s’imbatte nel libro se ne innamora e lo legge tutto d’un fiato. In quel periodo lei e Peter Bogdanovich, ormai suo marito, frequentano Burt Schneider, che assieme a Bob Rafelson e a Stephen Blauner ha da poco fondato la casa di produzione BBS (Bert, Bob and Steve). Una sera si trovano a cena con Bert quando questo chiede a Peter quale sia il prossimo progetto che ha in mente, lui non ne ha idea, così Polly interviene proponendo una trasposizione cinematografica di The Last Picture Show, libro che Bogdanovich al tempo non ha ancora letto. Quando il progetto prende forma, Polly, formalmente soltanto “Production Designer”, suggerisce alcune caratteristiche chiave che daranno forma al film, tra cui il bianco e nero e lo stile realistico e fuori dal tempo. Larry McMurtry, che lavorò alla sceneggiatura e nel tempo diventò un grande amico di Polly, della lavorazione racconta che era lei, e non Peter, ad aver afferrato appieno lo spirito del suo romanzo. È di Polly anche l’idea di casting che finirà, poi, per sconvolgere la sua vita: un giorno vede sulla copertina di una rivista la ventenne Cybill Shepherd e suggerisce a Peter di farle un provino per il ruolo di Jacy Farrow. La parte va effettivamente a Cybill, e durante le riprese lei e Bogdanovich diventano amanti e lui perde completamente la testa. Polly – che nel corso della lavorazione dà alla luce la seconda figlia della coppia, Sashy, che segue Antonia – si accorge presto della situazione, e nonostante questo si occupa del film come di un altro figlio, curando, tra le altre cose, i costumi e il trucco di Shepherd alla perfezione. Durante le loro interazioni, la giovane attrice le fa anche capire che è consapevole della sua importanza per il film, suggerendo che Polly stia svolgendo il lavoro del regista tanto quanto Peter. A un certo punto, succede anche che Orson Welles, amico di Bogdanovich, prova a scoraggiarlo, ritenendo che il progetto sia una pessima idea; è Polly a insistere con Peter affinché non si lasci influenzare dal grande autore. «Perché sta piangendo?», chiede Welles a Bogdanovich riferendosi a sua moglie mentre, a pranzo con loro, sta assistendo alla sua demolizione dell’idea del film. Non gli passa neanche per la testa che sia lei la persona maggiormente coinvolta ne L’ultimo spettacolo.

Con L’ultimo spettacolo, il matrimonio tra Polly Platt e Peter Bogdanovich volge al termine, ma la loro collaborazione professionale continua per altri due film di grande successo diretti da lui, Ma papà ti manda sola? (What’s Up, Doc?, 1972), irresistibile omaggio alla screwball comedy di Howard Hawks e compagnia, e Paper Moon: Luna di carta (Paper Moon, 1973). Nei titoli di entrambi i film Polly è di nuovo accreditata come “Production Designer”, ma dà altri contributi sostanziali, come l’idea di modificare la sceneggiatura di Ma papà ti manda sola? scambiando i ruoli dei protagonisti, in modo da rendere Judy Maxwell, il personaggio di Barbra Streisand, vulcanica e irresponsabile e Howard Bannister (Ryan O’Neal) ingenuo, rigido e trattenuto. Ma è sul set di Paper Moon che fa qualcosa di assolutamente sconvolgente – almeno a giudicare da come viene accolto dalle persone attorno a lei: ha una storia con Tony Wade, sposato con prole e da lei stessa assunto, assieme al fratello minore Mark Wade, come “Property Master” (responsabile degli oggetti di scena). I colleghi sono sconvolti dalla vicenda, e Peter Bogdanovich si arrabbia con intensità inaudita per la mancanza di professionalità della sua “Production Designer”. In seguito, si calmerà, ma questa reazione, in particolare il doppio standard adottato nei suoi confronti, come donna che ha fatto ciò che gli uomini nel suo ambiente di lavoro fanno continuamente, convince Polly a non lavorare mai più con l’ex.

Mentre approfondisce la sua grande amicizia con Larry McMurtry, che sta crescendo il figlio James da padre single e con cui nel 1972 fa anche una vacanza natalizia con le sue bambine ad Antigua, nei Caraibi, Polly cerca lavoro. Robert Altman le offre di lavorare su Gang (Thieves Like Us, 1974), ma la questione cade dopo che lei scoppia a ridere davanti alle sue avance. Mike Nichols la assume per Due uomini e una dote (The Fortune, 1975), ma lui e Polly discutono continuamente e non si trovano mai d’accordo, specie sui tagli decisi dal regista allo script di Carole Eastman, molto amato da lei, che su questo punto lo critica aspramente. Nessun altro sul set del film osa contraddire Nichols e Polly finisce per essere licenziata per averlo fatto. Finalmente viene assunta da Barbra Streisand per il design di È nata una stella (A Star Is Born, 1976, diretto da Frank Pierson), di cui la Streisand è produttrice esecutiva oltre che attrice protagonista. Dai tempi di Ma papà ti manda sola? le due donne si rispettano molto e si ammirano a vicenda professionalmente, sono affini nella cura dei dettagli e nella visione, quando non concordano è difficile che Barbra cambi idea, ma in generale Polly si trova bene. Di più, considera la Streisand una professionista del tipo maniacale che, se fosse un uomo, sarebbe considerata un genio dai più.

Al suo ritorno a Los Angeles al termine del lavoro su È nata una stella, Polly, anche per stare vicino alle figlie, accetta un lavoro in zona, su Che botte se incontri gli “Orsi” (The Bad News Bears, Michael Ritchie, 1976). Nel frattempo, comincia a pensare di rimettersi a scrivere sceneggiature, cosa che non fa dai tempi di Bersagli (Targets, 1968), sul cui script aveva lavorato con Bogdanovich. Così realizza per Louis Malle lo script del celebre Pretty Baby (1978) e lavora alla sceneggiatura di Relazioni disperate (Good Luck, Miss Wyckoff, Marvin J. Chomsky, 1979). La ripresa della scrittura coincide con un periodo difficile della vita di Polly, in cui è sopraffatta da quello stesso alcolismo di cui avevano sofferto i suoi genitori, e ha relazioni difficili con le figlie, soprattutto con Antonia, la maggiore. Il periodo complicato in famiglia si aggrava ulteriormente il 14 agosto del 1980, con la morte per omicidio di Dorothy Stratten, la playmate da poco diventata la nuova compagna di Peter Bogdanovich: la tragedia porta quest’ultimo a un crollo nervoso e Polly a enormi preoccupazioni per Antonia e Sashy, che sono ospiti del padre durante l’estate del delitto e si rifiutano di tornare a casa dalla madre prima di settembre. Quando tornano, non sono più le stesse per il trauma. Antonia, in particolare, è ribelle e ostile alla madre, fa scenate e una volta, rubando l’automobile di Polly, scappa di casa e sparisce per giorni.

Una madre entra, ansiosa, nella camera della figlia neonata addormentata, e spaventata dal silenzio – «è il sonno della morte», dice al marito – la sveglia e la bambina comincia a piangere; la scena successiva mostra la madre e la bambina al funerale del padre, pochi anni dopo; infine, un altro salto nel tempo ci mostra la figlia, ormai giovane donna, chiudersi in camera per fumare con un’amica all’insaputa della madre. Comincia così Voglia di tenerezza (Terms of Endearment, James L. Brooks, 1983), con Shirley MacLaine nel ruolo della madre, Aurora Greenway, e Debra Winger in quello della figlia Emma. Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Larry McMurtry, del 1975. Polly, negli anni bui che seguono la terribile estate del 1980, comincia a lavorare con James L. Brooks su questo adattamento, ed è di nuovo nelle pagine dell’amico McMurtry che trova l’ispirazione e la spinta per dare una svolta alla sua carriera. Di più: la vita di Polly – divisa tra la depressione, le storie d’amore che si susseguono infelici e l’affetto e la preoccupazione per le figlie, con cui ha un rapporto difficile – assomiglia a quella di Aurora, la madre protagonista del romanzo. Ma è anche il romanzo che, secondo Antonia e Sashy Bogdanovich, ma pure altre persone vicine, è basato in parte dall’amico McMurtry sulle vite, e le personalità, di Polly e Antonia, che avrebbero ispirato i personaggi di Aurora ed Emma. Non è da tutti ispirare l’arte con la propria vita da film e poi da questa stessa arte trarre lo spunto per cambiare la propria vita, con un film: a quanto pare Polly Platt ci riesce. Ad aiutarla c’è James L. Brooks, produttore ancora poco conosciuto e con esperienza nella televisione, che la vuole assolutamente al suo fianco per il suo esordio cinematografico. Brooks ha capito che assumere Polly come “Production Designer” garantirà da parte di lei un supporto molto più ampio, e una dedizione maniacale, a un film indipendente a budget molto basso come Voglia di tenerezza. E ci ha visto giusto: dalla connessione tra McMurtry e Brooks, al casting e alla gestione del caratteraccio di Debra Winger e dei suoi litigi con Shirley MacLaine – che a più riprese mettono in pericolo il film – Polly è l’arma segreta di questa piccola produzione che, oltre all’enorme successo al botteghino, si porterà a casa cinque Oscar (miglior film, miglior regista e miglior sceneggiatura non originale a James L. Brooks, miglior attrice protagonista a Shirley MacLaine, miglior attore non protagonista a Jack Nicholson). Polly stessa avrà una nomination per il suo lavoro e, nonostante la statuetta per il miglior production design vada poi al team di Fanny e Alexander di Ingmar Bergman, e il suo nome venga pronunciato sbagliato «Molly» – al momento dell’annuncio delle nomination, a quel punto è fatta. Non solo James L. Brooks nel suo discorso la ringrazia pubblicamente per il suo lavoro, ma in seguito la invita a ogni festa di Hollywood, la loda con tutti e la assume come vice presidente della sua casa di produzione “Gracie Films”.

Polly e Brooks produrranno assieme molti film della “Gracie Films”, tra cui Dentro la notizia (Broadcast News, James L. Brooks, 1987), cui Polly si dedica anima e corpo, dando forma assieme al regista al film, la cui protagonista, Jane Craig (Holly Hunter), è stata scritta da Brooks basandosi su di lei. Seguono, tra gli altri, La guerra dei Roses (The War of the Roses”, Danny De Vito, 1989), Non per soldi… ma per amore (Say Anything…, esordio di Cameron Crowe, 1989) e Un colpo da dilettanti (Bottle Rocket, esordio di Wes Anderson, 1996). Come sceneggiatrice, negli anni Novanta Polly lavora a La mappa del mondo (A Map of the World, Scott Elliott, 1999) e a un cortometraggio, Lieberman in Love (Christine Lahti, 1995).

Ma non è solo il mondo del cinema a dovere molto a Polly Platt. Un giorno, per ringraziarlo di averla ingaggiata per Voglia di tenerezza, Polly regala a James L. Brooks una striscia originale di un fumetto, che si intitola “The Los Angeles Way of Death” e appartiene alla serie Life in Hell, che esce settimanalmente sul “Los Angeles Reader”. L’autore è un giovane disegnatore, che Brooks non conosce e il cui lavoro Polly ammira molto: Matt Groening. Polly è certa che l’umorismo di Groening sia molto affine a quello di Brooks, in effetti quest’ultimo lo chiamerà pochi anni dopo e, assieme, daranno vita ai Simpson.

Il cinema è un lavoro di squadra e Polly Platt, per tutta la sua vita, ha lavorato in questo senso. Aveva una passione per lo scouting, amava fare da mentore, connettere le persone e sostenere gli altri artisti. Forse troppo? A me piace pensare di no, che del cinema avesse capito (Quasi) tutto, ma era una donna, e ai suoi tempi le donne del cinema scomparivano dietro ai collaboratori uomini che, pure, non potevano fare a meno di loro. Il minimo che possiamo fare oggi è farle riapparire.


La maggior parte delle storie che racconto qui derivano dall’ascolto delle dieci puntate del podcast “You Must Remember This” che compongono la stagione “Polly Platt: The Invisible Woman”, creata da Karina Longworth e basata, oltre che su interviste a persone che conoscevano Polly, su It Was Worth It, il suo memoir, incompiuto e mai pubblicato, messo a disposizione a Longworth dalla figlia minore di Polly, Sashy Bogdanovich.

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