Cary Grant, la star troppo indipendente che l’Academy ha premiato fuori tempo

Caterina Iofrida | Film Fuoricampo |

La notte del 7 aprile 1970, nel corso della quarantaduesima cerimonia degli Academy Award, Frank Sinatra consegna a un Cary Grant visibilmente emozionato un Oscar alla carriera. Grant al tempo, ha sessantasei anni e ne sono già passati quattro dal suo ultimo film, Cammina, non correre (Walk, Don’t Run, 1966) di Charles Walters. Si tratta del primo e unico Oscar che gli sia mai stato consegnato: perché un attore del suo calibro, sia per talento che per fama, riceve il premio più importante di Hollywood così tardi nella sua carriera? Per capirlo, si deve tornare indietro di qualche decennio.

Cary Grant riceve l’Oscar alla carriera da Frank Sinatra.

È il 1935. Dopo un contratto esclusivo di cinque anni con Paramount, durante i quali ha lavorato in ventiquattro film, il salario di Cary Grant è ancora sensibilmente più basso se paragonato a quello di Gary Cooper, star storica dello studio. Inoltre, solo tre anni prima, nel 1934, Adolph Zukor, il suo capo di Paramount, si era rifiutato di “prestarlo” a MGM – lo studio che Cary considerava il più intonato al suo stile – negandogli così di lavorare ne La tragedia del Bounty (Mutiny on the Bounty, 1935), di Frank Lloyd, un film cui desiderava particolarmente partecipare, principalmente per il potenziale ritorno in termini di fama. In effetti, tre protagonisti del film – Clark Gable, Charles Laughton e Franchot Tone – avrebbero ottenuto ciascuno una nomination all’Oscar come miglior attore protagonista, anche se nessuno di loro avrebbe vinto. I motivi economici e quelli di prestigio contribuiscono insieme all’insofferenza dell’attore, che non avrebbe mai perdonato Zukor. Così, terminato il suo contratto esclusivo, Cary Grant si rifiuta di firmare nuovamente con Paramount. Non solo, nello stupore generale non firma contratti esclusivi nemmeno con una delle altre numerose major che si erano affrettate a offrirgliene uno. Decide invece di diventare un attore freelance, scelta molto insolita al tempo, e per sottolineare la propria decisione di indipendenza cancella la sua iscrizione all’Academy, un gesto considerato da tutti come equivalente a un suicidio professionale. Al tempo, solo una star, Charlie Chaplin, era riuscita a sopravvivere senza un contratto con una major e, per farlo, aveva dovuto mettere su United Artists, la sua casa di produzione. Comunque, Cary Grant procede col suo proposito, e già nel 1935 si ritrova a recitare, tra gli altri, ne Il diavolo è femmina (Sylvia Scarlett) di George Cukor per RKO, accanto a Katharine Hepburn, in un ruolo che mette in luce il suo talento di recitazione ben più dei precedenti interpretati per Paramount. Inoltre nel film si ha anche un assaggio delle sue capacità acrobatiche, essendo Jimmy Monkley, il suo personaggio, un saltimbanco, mestiere in cui Cary stesso si è cimentato anni prima, nella sua gioventù a Bristol, la sua città natale. Sylvia Scarlett, che oggi è considerato un classico nonché una pietra miliare nella carriera di Grant,è però anche un film molto originale e singolarmente avanti per i suoi tempi, che include una storia di travestitismo – la Sylvia del titolo, interpretata da Katharine Hepburn, si finge un uomo, Sylvester – e riscuote uno scarso successo commerciale. Naturalmente l’Academy lo ignora.

Una scena da “Sylvia Scarlett”.

Anche Cary Grant ama travestirsi e, assieme al collega attore, coinquilino e compagno di vita Randolph Scott, si presenta spesso alle feste in abiti femminili. A esacerbare il risentimento di un’istituzione profondamente conservatrice come l’Academy contribuisce anche il modo relativamente esplicito con cui i due vivono la loro relazione: l’omosessualità maschile, nell’ambiente, è un tabù considerato alla stregua dello stupro e della pedofilia. Spirito libero e indipendente, oltre che attore di talento e di fama crescenti, Cary Grant disturba molti benpensanti tra i suoi contemporanei.

Cary Grant e Randolph Scott nella loro casa.

Anche da bambino, nella sua casa di Bristol, Archie – Cary Grant nasce infatti Archibald Leach, nel 1904 – viene spesso vestito e pettinato in un modo più simile a quello di una bambina che non allo stile dei suoi coetanei maschi, per mano della madre Elsie Maria Kingdon Leach. Poco dopo, nel 1914, all’età di dieci anni, Archie la perderà in modo traumatico: i suoi due cugini, che al momento vivono in casa sua, gli comunicano la sua morte, e solo all’età di trent’anni scoprirà la verità, ovvero che Elsie è ancora viva e internata da vent’anni al Bristol Lunatic Asylum, una clinica psichiatrica. Da quel momento, Cary si prende cura di lei, facendo in modo che sia dimessa dalla clinica e occupandosi della sua sistemazione, ma il loro rapporto non sarà più quello della sua infanzia e il trauma della scomparsa improvvisa della madre rimarrà con lui per sempre.  

Elsie Maria Kingdon Leach.

Nel corso della sua incredibile carriera, in cui ha lavorato con un numero impressionante di grandi registi suoi contemporanei – George Cukor, Howard Hawks, Alfred Hitchcock, Frank Capra, Leo McCarey, George Stevens, Stanley Donen, Joseph L. Mankiewicz e altri! – Cary Grant ha recitato in settantasei film, e solo per due interpretazioni – in Ho sognato un angelo (Penny Serenade, George Stevens, 1941) e Il ribelle (None But The Lonely Heart, Clifford Odets, 1944) – ha ricevuto una nomination come miglior attore, senza vincere. Un pioniere nel campo dell’indipendenza dalle major, assieme a una manciata di altre persone ha aperto la strada per la nascita di un cinema prodotto dagli artisti stessi. Nel corso della sua carriera ha portato avanti numerose cause contro i capi dell’industria hollywoodiana, quasi sempre per lo stesso motivo: gli era stato negato qualcosa che gli apparteneva di diritto. L’ultima azione legale risale all’agosto del 1968, quando con il suo socio, il registaStanley Donen, contesta agli Universal Studios la mancata distribuzione televisiva dei quattro film che i due hanno prodotto assieme. Quell’anno, il nuovo presidente dell’Academy Gregory Peck propone già Cary per l’Oscar alla carriera, ma i suoi colleghi pongono un veto alla candidatura dell’attore. Solo quando, due anni dopo, Grant torna “volontariamente” a far parte dei membri dell’Academy, Peck riesce a far passare la sua candidatura. Sul palco, commosso, prima di concludere il suo discorso con un ringraziamento, Cary Grant soggiunge «Sapete, non sono mai stato il tipo che appartiene a club o a particolari cerchie sociali, ma ho avuto il privilegio di far parte dell’epoca più gloriosa di Hollywood», e chi potrebbe dargli torto?


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