(Quasi) un premio 2025: La strada di Manu Larcenet

Boris e Paolo | (Quasi) un premio 2025, Facoltà di cazzeggio |

Paolo: E siamo all’ultimo fumetto cui abbiamo assegnato questo “(Quasi) un premio 2025”, La strada di Manu Larcenet. Possiamo parlare di un sacco di cose: la pagina, il silenzio, il cambio di registro autoriale, l’adattamento, la fine del mondo e la fine del capitalismo. E ancora: il bianco e nero fasullo, le distese su cui poggiare lo sguardo, la rappresentazione delle età quando finisce la speranza, le sinestesie… Stappa la prima bottiglia di vinello frizzante che hai portato e scegli da dove cominciamo.

Boris: Vinello frizzante un cazzo! Questo è Crémant de Bourgogne del Domaine Perraud: chardonnay in purezza. Un metodo classico raffinatissimo. Comunque… Da dove cominciamo? Io comincerei con mettere un punto fermo. Tutte le recensioni che ho letto all’uscita del fumetto di Larcenet parlavano o di versione o di riduzione a fumetti del romanzo di Cormac McCarthy. Come se Larcenet fosse un Pierre-Henry Gormont qualunque. Già dieci anni fa aveva dimostrato, con Il Rapporto di Brodeck e, d’accordo, lavorando su un materiale decisamente inferiore… Philippe Claudel non ha la grandezza di McCarthy… di non volgere a disegni sulla tavola il materiale letterario. Però nemmeno di fare cazzate algebriche come quelle che racconta di aver usato Paul Karasik per Città di Vetro. Siamo davanti a una cosa completamente diversa. Nell’opera di Larcenet, il materiale letterario è solo uno strumento, come la carta, il pennello e l’inchiostro. Materia da plasmare. Quella che ci ha dato da guardare è una cosa diversa, che vive anche senza McCarthy e che splende della stessa bellezza… non dico che splende di più solo per timore di urtare i fan del romanziere.

P: Madonna, quante bollicine che fa ‘sto vinello paglierino. Una roba meno solleticosa per il naso non la si può avere? Facciamo che io mi faccio un gin tonic, che mi hai messo voglia di frizzante. Non ho ancora visto il lavoro di Karasik sull’intera Trilogia di New York di Paul Auster e, quindi, non so se è riuscito a sputtanare l’idea algebrica iniziale. Ma, quando spiegava come funziona un adattamento a fumetti in relazione a Città di vetro fatto con David Mazzucchelli e parlava di rapporti matematici e proporzioni, riduceva un’opera letteraria alla superficie che ogni sua parte occupa sulla carta. Poi, in realtà la costruzione delle pagine di Mazzuchelli ci dà una cosa diversissima dal romanzo di Auster, pur rispettandone le quantità. E, a quel punto, per rimanere aderenti all’ossessione di Karasik, sarebbe interessante quantificare l’inchiostro usato: una vignetta completamente nera pesa almeno come cinque pagine del romanzo… Non so come hai fatto, ma sei riuscito a mettermi nella situazione di chi si sente in assoluto disaccordo tanto con Karasik quanto con te. Parli di narrazione come strumento, ma La strada di McCarthy è ne La strada di Larcenet molto più di quanto ci sia il Photoshop che ha usato. Da quel romanzo non ha preso solo “la storia”. Ha preso sicuramente fabula e intreccio, ma anche i colori, le atmosfere, l’inquietudine che ti resta addosso mentre leggi. Il senso di disperazione che ti lascia quell’ombra di speranza nel finale. Poi possiamo raccontarci quanto ti pare che la storia è un po’ come dio: non esiste. Ma, alla fine, la voce di Cormac McCarthy, di quel McCarthy, è lì e si sente.

B: Ecco, adesso i fumetti si ascoltano pure, che te senti la voce di McCarthy!

P: Bravo. Fammi passare per Giovanna D’Arco!

B: Ti devo spiegare il trucco retorico? Lo faccio per rinforzare la mia posizione e sottolineare il nostro disaccordo. È sintomatico dell’importanza di un’opera il fatto che, pure non essendo d’accordo sulla sua natura, siamo d’accordo sulla sua grandezza. Certo che ha preso. Ma tutto quello che ha preso (ordine naturale degli eventi – quella che tu chiami fabula e i comuni mortali trama – e ordine narrativo, le tonalità e i contrasti più che i colori) sono materiali che Larcenet forgia in modo sostanzialmente diverso da McCarthy. John Hillcoat, che ha fatto una versione cinematografica de La strada nel 2009, per esempio, non c’è riuscito. I modi del racconto di McCarthy e Larcenet sono così diversi che – e qui credo che il nostro disaccordo sia totale – il senso di inquietudine che mi provoca Larcenet è di tutt’altra natura e portata di quello che mi provoca McCarthy. C’è un motivo per questo. L’ordine che Larcenet dà al suo segno sulla tavola obbliga il mio sguardo, ogni volta che si approccia al suo fumetto, fosse anche con l’intento di studiarlo e dissezionarlo, a un’empatia diretta. L’angoscia che mi provoca McCarthy è mediata dalla traduzione delle parole in immagini e le immagini che mi immagino quando leggo sono necessariamente dettate dall’enciclopedia del mio immaginario. Questo mi lascia più libero, ma mi coinvolge molto meno della portata simulacrale dei disegni di Larcenet.

P: Uh… Stai dicendo che quando leggi un romanzo ti fai un film in testa? Tu leggi le paroline scritte sulla carta e vedi le figure? E poi Giovanna D’arco sono io! In questa cosa che dici c’è un’esasperazione tale dell’idea di cooperazione interpretativa tra testo e lettore da farti sembrare quasi naif. Uno di quelli che dicono «Eh… Ma il protagonista del film non può avere quella voce. Mentre leggevo il romanzo, nella mia testa, non era querulo e non aveva le gambe storte.» La prima cosa che mi ha colpito de La strada di Larcenet è stata la parete bianca che compare fin dalla copertina. Pietra? Ghiaccio? Mica so dirlo. E non me l’aspettavo. Perché, leggendo il romanzo di McCarthy, non ero in quell’ambiente, quella parete non c’era. Mi sto chiedendo, ora, dove si muovessero il padre e il figlio senza nome nel romanzo che ho letto. E non lo so. Non ho visualizzato lo scenario o gli ambienti. Forse non funziono come dovrei mentre leggo e forse “farsi il film” mentre si legge un racconto o un romanzo è quello che dovrebbe succedermi. La cosa che mi chiedo – e ti chiedo – è: perché vedere il film che Larcenet costruisce sulla trama di McCarthy, derivandolo dall’enciclopedia del suo immaginario, non deve essere chiamato adattamento?

B: Non fare il furbacchione e non farmi dire cose che non ho detto. Non mi faccio nessun film mentre leggo un romanzo. E credo non se lo faccia nessuno. Ma quelle sequenze definite di simboli che sono le parole devo per forza tradurle in immagini particolari. Se la parola “strada” resta un suono che indica l’idea universale di strada, tutte le cazzo di strade del mondo, la storia non funziona. Nella mia testa quella strada deve essere una strada precisa e particolare perché i due protagonisti possano percorrerla. E lo è solo nella mia testa, nella tua sarà un’altra strada, un altro luogo. In questo non c’è nessuna idea esasperata della cooperazione interpretativa. È un’idea affascinante, ma non la condivido se non in minima parte. La cooperazione in questo processo è ridotta al minimo, il fottuto sporco lavoro interpretativo è quasi solo ed esclusivamente mio. Naif un cazzo! Sono io che creo l’opera mentre la fruisco. È per questo che il fumetto di Larcenet non è un adattamento, ma il prodotto originale di un atto interpretativo unico. Ecco, al limite, per soddisfare la tua necessità di definirla, l’opera di Larcenet è un’interpretazione del romanzo di McCarthy. Con il paradosso che è originale nel momento in cui la interpreto io, suo lettore.

P: Va beh… Non mi convinci e, secondo me, neanche tu sei troppo convinto di quello che hai detto. Però se continuiamo in questa direzione, pur di avere ragione, tra un po’, mi sfoderi Jakobson, Lacan e Peirce (senza citarli, ché è così “cheap”) e smettiamo di dirci perché La strada di Larcenet vince “(Quasi) un premio 2025”. Secondo te, Larcenet se l’è posta la questione se è vero che sia più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo?

B: No, non credo si sia posto la domanda nei termini in cui l’ha formulata Frederic Jameson nel suo saggio su Ballard. Dato il suo trascorso giovanile, ha fatto parte dello SCALP ed è stato tra i fondatori del Black Block francese, mi sembra più probabile se la sia posta nei termini in cui la declina Mark Fisher: dato che il capitalismo occupa tutto l’orizzonte del pensabile, è più facile immaginare la sua fine che quello che verrà dopo.

P: Sai che Fisher non sapeva mai se attribuire quella citazione a Jameson o a Slavoj Žižek? Comunque, quella mi sembra la vera differenza di temperatura tra McCarthy e Larcenet. McCarthy è uno statunitense fichissimo che con La strada racconta il terrore occidentale e il rifiuto di sottrarsi ai propri doveri anche di fronte all’apocalisse. Larcenet, invece, almeno da Lo scontro quotidiano (e poi con Blast e Terapia di gruppo), si muove negli stessi territori di Fisher. Dubito che potesse conoscere K-pop; sospetto, invece, che lo abbiano mosso e lo muovano pulsioni assimilabili a quelle dell’inglese. Il male dell’essere, l’ansia e la depressione come malattie sociali indotte da un mondo in cui non ci sono alternative. Ho la sensazione che in Larcenet non ci sia pacificazione nell’accettazione del proprio dolore, ma che anzi il disturbo diventi un motore di lotta e antagonismo. Proprio come in Fisher, che si spinge a parlare di lotta di classe. In ogni caso, citi la critica al Ballard apocalittico dei quattro romanzi degli elementi, e a me pare un buon punto per guardare al fumetto di Larcenet. Hai notato gli occhi del padre e del figlio? Come quegli occhi si muovono sulla pagina e come si muovono nel mondo? Larcenet, per la prima volta, mi pare, ha rimosso completamente il registro del grottesco dal segno. In particolar modo quando disegna i volti. E quegli sguardi sono il mio, il tuo e quello di ogni lettore. In un fumetto in cui le parole sono pochissime e quelle poche inessenziali, la sola cosa che conta realmente è l’atto più silenzioso di tutti: guardare. E ci ritroviamo a guardare un mondo in cui la vita umana (e non solo) sta arrivando alla fine. E, cazzo, è bellissimo.

B: È esattamente quello che intendevo quando dicevo che la struttura delle tavole di Larcenet, governata dagli sguardi dei suoi personaggi, guida il mio di sguardo nel mio personale percorso interpretativo. Porta il mio sguardo fino alla fine facendoci brillare un lampo di speranza, ma frustrandolo proprio per il fatto che possiamo vedere la fine ma non immaginare come sarà l’inizio. È una speranza dolorosissima. Un finale che, a mio avviso, ti lascia molto più attonito di tutte le parole di McCarthy. E, su questo hai ragione, è una sensazione tremenda e bellissima.

P: Larcenet ci porta alla fine del mondo. Disperazione e bellezza. E noi lo premiamo.

B: Già…

P: Oltre a ‘sto spumantino hai portato altro?

B: Solo roba ottima che bevo io. Serviti un altro gin annacquato e brindiamo alla fine del mondo.

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