“Troppo facile per i bambini, troppo difficile per gli adulti”: su Philip Pullman e il raccontare storie

Francesco Pelosi | Fuori tempo |

C’è forse in noi tutti – e, visto che la prossima parola sarebbe “lettori”, mi è d’obbligo sottolineare che questo è un “noi tutti” davvero ristretto – un periodo, in gioventù o in vecchiaia, in cui la letteratura di genere ci è invisa. Non la capiamo, né tantomeno la sopportiamo, così leggera nel suo perseguire compulsivamente le leggi della trama, così inutile nel non raccontare i fatti della vita o gli scuotimenti dell’interiorità, per non parlare delle profondità abissali del mistero dell’esistenza. Si potrebbe ipotizzare, insomma, che in ogni lettore ci sia un “Periodo Novecentesco”, dove quel che interessa sono i romanzi che parlano della vita, e un “Periodo Ottocentesco” dove ci emozioniamo per i romanzi al di là di essa. Insomma, un periodo Salinger e un periodo Lovecraft. Un periodo Joyce e un periodo Stevenson. Bukowski e King. Pavese e Tolkien. Duras e Borges (e se parlassimo di fumetti, potremmo fare lo stesso gioco tra il graphic novel e il fumetto popolare: Chris Ware e Jack Kirby; Chester Brown e Hugo Pratt; Daniel Clowes e Moebius; il tardo Will Eisner e il primo Mazzucchelli; Taniguchi e Tezuka; gli Tsuge e Urasawa).

Trovandomi io nel mio Periodo Ottocentesco (dopo un lungo Periodo Novecentesco, durato dall’adolescenza fino ad alcuni anni fa) mi sono reso conto che, là dove spesso l’introspezione novecentesca, seriosa o ironica che sia, rischia – specialmente in questa disgraziata contemporaneità ombelicale – di rivelarsi nient’altro che un afflato onanistico e aerofagico, il sospetto escapismo ottocentesco (la letteratura di genere, il fantastico) si rivela invece strumento imprescindibile, nella sua imperscrutabile e puntuale preveggenza e disamina umana, per capire quella vita che, fingendo di raccontare nient’altro che finzioni, descrive e mette in scena. Per iperbole certo, per metafora. Ma, proprio per questo, in maniera molto più libera, netta e chiara. La pretesa superiorità del romanzo “realistico” su quello “fantastico” (ma potremmo dire anche, del romanzo “per adulti” rispetto a quello “per ragazzi”) è insomma, per l’appunto, nient’altro che un’arrogante rivendicazione priva di fondamento: se la narrativa d’introspezione riesce – quando ci riesce – a raccontare solo l’interno, ecco che la narrativa avventurosa, è in grado di raccontare, senza paura, sia l’interno che l’esterno, per assonanze, richiami e potenza immaginativa. 

Philip Pullman, scrittore inglese noto soprattutto per la trilogia di romanzi Queste oscure materie (trasposta in una serie tv per HBO nel 2019 e prima ancora in un film, La Bussola d’Oro, nel 2007, che segue il primo dei tre libri), sembra conoscere perfettamente questo segreto della letteratura di genere, avendo imbastito la maggior parte della sua carriera su romanzi d’avventura e “per ragazzi”. E, seguendo sempre lo stesso paradigma tracciato sopra, se la letteratura fantastica è in grado di contenere la letteratura introspettiva e realistica, ecco che la letteratura per ragazzi contiene perfettamente quella per adulti. Dice Pullman in un’intervista di qualche anno fa, tradotta su LIBeR Web:

«Gli scrittori non hanno il dovere di specificare quale specie di pubblico vogliono. Tu semplicemente non puoi dire “Questo libro è per bambini di 10-12 anni”, o “Questo libro è scritto specialmente per le donne sentimentali di mezz’età”. Per me è arroganza dire ai lettori quale specie di pubblico tu supponi che loro siano. Noi non sappiamo a chi piacerà la nostra storia e in ogni caso è estremamente folle limitare il pubblico a un certo settore o a un altro, rispetto a un uditorio molto più ampio. Il modello che ho nella mente quando scrivo un racconto è quello del vecchio cantastorie nella piazza del mercato, che sta seduto sul suo piccolo pezzo di tappeto e che sta iniziando a raccontare una storia all’aria aperta, in competizione con l’ortolano, con il giocoliere posto laggiù, con il violinista presso la fontana, con i passanti, provando ad attrarre più gente possibile affinché tutti vengano e ascoltino. Chi vorrebbe escludere qualcuno? Io no di certo. Io voglio che tutti si fermino e sentano la mia storia, vecchi, giovani, donne, uomini, colti ed incolti, cavalli, cani, piccioni – quanti più uditori possibili. Tengo in grande considerazione la presenza di bambini perché loro si accertano che io non tenti di impressionare il pubblico con la mia sola abilità letteraria tanto da dimenticare di raccontare la storia; e gradisco la presenza di adulti perché so che a loro dispiacerà se io ricado nei cliché o nello scrivere pigro o negli errori di grammatica.»

(Il resto dell’intervista è qui.)

Poi, nell’introduzione al suo Le Fiabe dei Grimm per grandi e piccoli (Salani, 2013), dove l’autore riscrive, o meglio, rinarra, cinquanta favole del repertorio delle Fiabe del focolare dei due ricercatori tedeschi, dice anche che i migliori di quei racconti potrebbero avere la qualità che il grande pianista Artur Schnabel attribuiva alle sonate di Mozart: «troppo facili per i bambini e troppo difficili per gli adulti».
Questa qualità è esattamente quella propria di alcuni grandi picture book, conosciuti dai più – e in tal modo resi innocui – con la definizione di “albi per l’infanzia” e in realtà implacabili scrutatori dell’animo umano tutto. Penso, tra i più famosi, a Nel paese dei mostri selvaggi e Nel mondo là fuori di Maurice Sendak, a La cosa più importante e Dead bird (quest’ultimo ancora mai tradotto in italiano) di Margaret Wise Brown, all’opera di autori come Tomi Ungerer, Anthony Brown o Jon Klassen, o a piccoli gioielli seminascosti, come La maschera di Grégoire Solotareff. Questi lavori, magmatici, ipnotici e dalle molteplicità e profondità disarmanti, si allacciano poi direttamente a certi cosiddetti “romanzi per ragazzi”: sulle complessità e le infinite letture di Alice nel paese del Meraviglie e Attraverso lo specchio di Lewis Carroll i blasonati guardiani delle lettere concordano tutti in maniera abbastanza equanime ma, sullo stesso livello, sullo stesso scaffale di una borgesiana “Biblioteca del Fantastico”, io metterei anche libri  come Mary Poppins di P. L. Travers,  L’isola del tesoro di Stevenson, Winnie the Pooh di A. A. Milne, Il mago di Oz di L. Frank Baum,  Lo Hobbit di Tolkien, fino a opere contemporanee, come i lavori di Neil Gaiman (Coraline, Il figlio del cimitero, Odd e il gigante di ghiaccio, I Lupi nei muri) o quelli, appunto, di Philip Pullman. La trilogia di His dark materials, certo (La bussola d’oro, La lama sottile, Il cannocchiale d’ambra, tutti editi da Salani), ma anche – e forse, soprattutto – i libri della serie di Sally Lockhart.

Composta da quattro romanzi ambientati principalmente nella Londra Vittoriana (pubblicati in lingua inglese dalla Oxford University Press tra il 1985 e il 1994 e, in Italia, prima da Mondadori, dal 1990, e poi, dal 2003, da Salani), la saga di Sally Lockhart e dei suoi amici, si muove in un lasso temporale tutto sommato ristretto, ma profondamente legato agli stravolgimenti storici e alle avvisaglie di futuro che tratta e, con altrettanta precisione, esplorando e approfondendo generi letterari e leitmotiv tipici del romanzo d’avventura.

Nel primo libro, Il rubino di fumo, siamo nel 1872 e la trama prende il via con suggestioni narrative ben radicate in ognuno di noi (o quantomeno in ognuno di noi lettori): il naufragio di una nave mercantile, una bambina che rimane orfana, un complotto legato a una gemma preziosa. Quella bambina, una volta arrivata ai sedici anni in cui la incontriamo, è proprio Sally, la nostra protagonista, che Pullman declina però subito, in maniera completamente opposta al canovaccio “classico” che sembra star seguendo: Sally è infatti una ragazzina “indipendente”, bravissima a sparare e con una mente razionale e logica che le permette di cavarsela perfettamente negli affari e nei conti. Grazie a questo, e grazie alla sua tenacia fuori dal comune, da sola, povera e senza dimora com’è all’inizio del libro, trova ben presto amici, un lavoro e, trattandosi di un romanzo d’avventura, un nemico. Anzi, una nemica: la terribile signora Holland, summa di tutte le spietate megere da penny dreadful. Il Rubino di fumo, il più veloce e “classico” dei romanzi della quadrilogia, vola via così, tra intrighi all’ombra dei vicoli maleodoranti di Londra, marinai fumatori d’oppio, bande di ragazzini di strada, società segrete cinesi e un finale col botto, affastellato di colpi di scena. Però, già qui si intravede il progetto di Pullman: scrivere un romanzo d’avventura, sì, ma ribaltandone il canone che vede il maschio al centro dell’azione e, anzi, facendolo diventare alla fin fine un romanzo “femminista”, tendenza che si evidenzia in maniera ancora più netta nei titoli seguenti.

L’ombra del Nord, il secondo libro, ci fa fare un salto temporale: Sally ha ora ventidue anni ed è diventata – cosa inaudita per una donna dell’epoca delle sue avventure – una consulente finanziaria. Ha un’attività tutta sua, vive sola con un molosso come unico amico e ha una relazione turbolenta con il fotografo Frederick Garland, che le ha dato una casa nel primo romanzo e a cui lei, grazie al suo talento per l’economia, ha permesso di rilanciare l’attività. Un nuovo nemico si delinea all’orizzonte ma, soprattutto, un nuovo contesto sociale: siamo sempre a Londra, anche se nel finale ci si sposterà a nord, con la Russia costantemente sullo sfondo, ma la trama, ben lungi dal ripetere gli adagi tutto sommato consolatori del Rubino di fumo, ci immerge questa volta nel mondo dei produttori di armi e degli ordigni di distruzione di massa. Il canovaccio è ancora quello del giallo, con Sally e i suoi amici (Frederick ma anche James Taylor, il detective con la passione per i romanzi d’appendice) che cercano di scoprire chi sia Axel Bellman, misterioso magnate del nord, e cosa stia costruendo nelle sue fabbriche. Se da una parte questo “romanzo per ragazzi” ci parla di rivolte sociali da sedare con armi automatiche di nuova invenzione, dall’altra si mostra ancor più prepotentemente attento alle problematiche femminili: il nemico di Sally, infatti, questa volta la attaccherà facendo leva sul suo essere una donna emancipata, cercando di screditarla proprio perché vive da sola e perché, per lavoro, riceve uomini nel suo ufficio. Sally viene così messa alle strette in quanto donna indipendente, mentre sullo sfondo si stagliano il miraggio di una prossima rivoluzione popolare in Russia e il tentativo del potere finanziario, incarnato da Axel Bellman, di sedarla per un presupposto bene superiore e un mansueto e controllato ordine sociale.
Piccola curiosità: le assonanze tra le motivazioni e le azioni di Bellman e quelle di Ozymandias, uno dei protagonisti del Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons, pubblicato nello stesso anno di L’ombra nel nord, sono altrettanto clamorose quanto quelle tra la signora Holland di Il rubino di fumo e l’Ada Benson di The Great When, il più recente romanzo di Moore, anch’esso ambientato nella Londra Vittoriana e anch’esso “per ragazzi” nella stessa maniera dei romanzi di Pullman. Non ho trovato da nessuna parte dichiarazioni in merito a possibili influenze reciproche, ma la sensazione è quella che i due autori si tengano d’occhio, o che quantomeno parlino linguaggi simili.

La tigre nel pozzo, la terza avventura di Sally, ambientata nel 1881, porta all’estremo i presupposti dei primi due libri: di nuovo una causa sociale grande e sfaccettata (i pogrom contro gli ebrei, lo sfruttamento dell’emigrazione, i sionisti e i presupposti per la nascita dello Stato d’Israele) e dall’altra la condizione femminile e il punto di vista maschilista della società, utilizzati come leva spietata per affondare l’indipendenza della protagonista. Sally ha ora venticinque anni e una figlia senza padre: è quindi quella che potremmo definire una moderna ragazza madre ma, soprattutto, la sua bambina è una figlia illegittima. Questo, per la società dell’epoca (ma anche per la nostra, in fondo), è qualcosa di inaccettabile e quando una pericolosa minaccia risorgerà dal passato, ecco che farà leva proprio su questo “senso comune” deviato, per sferrare il suo attacco. Il pregiudizio è alla base di questo romanzo, forse il più bello e potente dell’intera quadrilogia: pregiudizio contro lo straniero, pregiudizio contro la femminilità indipendente, pregiudizio contro il diverso.
Ecco come Pullman, grande scrittore, raffinato e popolare allo stesso tempo, impiega tutta la sua arte per raccontare una storia degna di essere chiamata tale (piena di suspense, colpi di scena, emozioni) e allo stesso tempo pregna di sottotesti e di un messaggio “profondo”. In La tigre nel pozzo avventura e introspezione si fondono perfettamente alle istanze sociali, realizzando un affresco storico e intimo che ha ben pochi paragoni nella letteratura tutta, soprattutto per semplicità e chiarezza con cui viene esposto. Pullman ha scritto davvero un grande romanzo, “troppo facile per i bambini”, che ne riconoscono certamente le svolte di trama, ricordandole dalle mille suggestioni che arrivano dalle fiabe e delle avventure che la alimentano, e “troppo difficile per gli adulti”, che in mezzo a quella disarmante semplicità e a quel mare di emozioni limpide, quel trambusto del cuore tipico della gioventù, potrebbero trovarsi spaesati, sperduti.

Anche il quarto romanzo, La principessa di latta, prosegue con lo stesso discorso, arrivando a parlare di colpi di stato e intrighi di alta politica, appoggiandosi sui leitmotiv del romanzo ambientato tra le ombre e gli intrighi di palazzo e la vicenda di una ragazzina povera che si ritrova, suo malgrado, a essere una Regina. Sally qui rimane sullo sfondo e a prendersi la scena sono alcuni comprimari dei precedenti libri, ma la densità del racconto, nella sua apparente semplicità, è la stessa di sempre.
Pullman lo dice chiaramente, nell’intervista citata all’inizio: «Sono sinceramente e intensamente interessato al problema di come le storie funzionano e perché siano importanti; e una via per scoprire di più su questo argomento immensamente affascinante è proprio raccontare storie». E con la quadrilogia di Sally Lockhart, ancor di più che in Queste oscure materie, Pullman sembra fare proprio questo: preoccuparsi di come le storie funzionano e del perché lo fanno, e provare a dare la sua risposta, imbastendo quelle trame così semplici e profonde, così legate ai canovacci tradizionali del racconto, che si permettono però di parlare di avventura fantastica e vita reale nello stesso tempo. Per mostrare agli adulti che avranno il coraggio di avventurarsi tra gli scaffali dei libri per ragazzi, quanto quella letteratura parli anche a loro, quanto debbano pretenderla e desiderarla, e per dire ai bambini e ai ragazzi, allo stesso modo, che se avranno la curiosità e il coraggio di aprire questi libri, non troveranno nulla di troppo complesso o difficile per loro, che si tratti di guerra, femminismo, politica, emigrazione o ingiustizia sociale.

In definitiva, se al centro di Queste oscure materie c’è il concetto di religione e l’aspra critica che Pullman ne fa, alla base della serie di Sally Lockhart c’è la lotta di classe. Termine, oggi, quanto mai desueto e considerato sconveniente, ma che delinea incessantemente la nostra esistenza. La disparità sociale, i privilegi dei ricchi opposti alla miseria di tutti gli altri, sono la vera trama, il tessuto più denso di questi quattro romanzi che fanno del potere dell’immaginazione la chiave necessaria e detonate della lettura della nostra realtà.

Così, la letteratura di genere, quella che all’inizio ho chiamato “ottocentesca”, si rivela come l’unica vera letteratura senza classe, utilizzando un linguaggio semplice e diretto, imbastendo situazioni avventurose e coinvolgenti e parlando, tra le pieghe della trama e delle emozioni dei personaggi, del motore sociale che, volenti o nolenti, ci guida tutti.
Anche in questo utilizzo delle storie e nella concezione alla base dei loro meccanismi, Philip Pullman e Alan Moore hanno più di qualcosa in comune: da una parte l’idea che la letteratura cosiddetta “bassa” – nel caso di Moore, il fumetto – possa essere accessibile a tutti (sia per immediatezza di comprensione, sia per prezzo), e quindi già di per sé un atto, un oggetto, che tenti di annullare la differenza di classe; dall’altra la rivendicazione dell’immaginazione e della coscienza personale come porta privilegiata tramite la quale l’individuo può esperire la realtà, interpretandola e agendo su di essa, come un mago.

Là dove Moore, nell’intervista contenuta in Un disturbo del linguaggio (Edizioni BD, 2009), afferma che «la magia per come la intendo io, è un patto tra un individuo e il suo personale Universo, non c’è autorità centrale a cui uno debba fare attenzione a meno che non voglia» e che «le più potenti parole magiche che conosco, e che ho imparato da mia madre, sono: “Perché l’ho detto io!”», Pullman sembra fargli eco dalla prefazione al suo Fiabe Grimm:

«Credo che ogni storia sia affidata alle cure di un suo spiritello personale, a cui noi diamo voce quando la raccontiamo, e credo anche che la raccontiamo tanto meglio se ci avviciniamo allo spiritello con un certo grado di rispetto e cortesia. Questi spiriti possono essere vecchi o giovani, maschi o femmine, sentimentali o cinici, scettici o creduloni, e così via e, inoltre, sono del tutto amorali: (…) gli spiritelli delle storie vogliono aiutare chiunque abbia l’anello, chiunque racconti la storia. All’accusa che queste sono assurdità e che per raccontare una storia non serve altro che l’umana immaginazione, io rispondo: “Certo, e la mia immaginazione funziona così”.»

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