Agripunk non sfrutta. Agripunk non si sfratta. I murales allo “Stato Brado” di Agripunk

Carlotta Vacchelli | Charlie don't surf |

Intervista a James Vega

Giri tra queste mura e ti accorgi che le immagini smettono di disporsi come interventi e iniziano a comportarsi come un ambiente. Più che qualcosa che si guarda, una situazione che attraversi e tu sei coinvolto in questo processo di ridefinizione. A seconda della posizione da cui guardi, diventi un dispositivo diverso della struttura rizomatica, ostinatamente anti-gerarchica di Agripunk. Mentre sei ad Agripunk, ti trasformi anche in una delle vite liberate di Agripunk. Mentre sei ad Agripunk, sei Agripunk.

Le figure animali pulsano, si plasmano, si moltiplicano. Teste di capra, musi allungati, presenze che oscillano quietamente tra la gestualità dell’animale umano e qualcosa che resta a margine, cangiante. Ogni immaginario evocato si reca appresso altre possibilità, come se appartenesse a una serie aperta, mai del tutto ricomponibile. L’animale qui non sostituisce l’umano, non lo accompagna, lo attraversa, co-abita in un ritmo diverso, che abbiamo dimenticato, là fuori, nella vita vera. Ma per chi vive qui, la vita vera è questa.

I murales partecipano di questa dimensione come elementi di una struttura che cresce per contiguità. Non si organizzano per temi o per firme, ma per analogie, ritorni, interferenze, rimandi. Un disegno su parete si emana insieme a quello accanto, anche quando non condividono qualcosa di scoperto, evidente, come se le connessioni passassero per altre vie. Una costruzione che accoglie senza ordinare, che tiene insieme registri diversi senza chiedere loro né di convergere, né di funzionare.

«Agripunk non sfrutta», «semina rivolta pianta grane»: le scritte si distribuiscono lungo queste superfici come punti di intensità. Restano leggibili, ma entrano nello stesso campo delle immagini. Più che definire, orientano. Più che fissare, si aprono e si contaminano. Veganismo e antispecismo non sono solo agiti come pratica diffusa, ma come qualcosa che pascola nel luogo insieme ad animali di varie specie: il luogo ne reca le tracce e il passaggio dell’umano si identifica in questo, in questo ne modifica progressivamente le condizioni. Si legge nell’accumulo delle figure, nella densità delle questioni rappresentate.

La pecora attraversa lo spazio come il gatto che esercita il proprio essere gatto sopra una sedia: partecipano, come te, allo stesso livello. Non fanno da controcampo, non interrompono. Proseguono. L’impressione è quella di una continuità che rende meno rigida la separazione tra ciò che è dipinto e ciò che insiste, esiste, resiste.

In questa stratificazione, Agripunk prende la forma di un superluogo: una condensazione di pratiche culturalmente ed eticamente rilevanti, immaginari, forme di vita. Si respira una concentrazione di spiritualità ed intellettualità qui: il rifugio è una delle traiettorie possibili, ma non è l’unica. L’occupazione riattiva in questo senso uno spazio altrimenti lasciato a sé stesso, a testimoniare la morte seriale che vi è avvenuta in precedenza: le architetture del massacro, impregnate del sangue e delle urla, sono inglobate nello spazio etico, contribuiscono alla strutturazione di un’estetica. La sofferenza che c’è stata non è ignorata, ma è parte di questo ciclo di rinascita in continuo divenire.

I murales lavorano proprio su questo scarto. Trasformano le superfici di sfruttamento in snodi di articolazione, ma senza l’ansia antropocentrica di normare, etichettare, ingabbiare ciò che mettono in gioco. Ogni intervento aggiunge un livello, lo lascia aperto, lo espone a successive modificazioni. Una costruzione per accumulo, in cui la compresenza giustapposta e che annette, spostando continuamente il proprio baricentro, anziché escludere, passa attraverso la persistenza di certe linee — l’animale, la scritta, la deformazione — più che attraverso un progetto unitario.

Quello che prende forma è una modalità di stare che si distribuisce nello spazio, che si lascia attraversare senza chiedere una posizione definitiva. Le immagini non guidano, non spiegano: piuttosto si depositano. Nel tempo e nel quieto interagire animale-umano, quando l’umano si è riappropriato del libero esercizio del proprio essere animale – rifiutare la dipendenza da ciò che non è necessario – qualcosa continua a slittare verso un ulteriore livello.

Ne ho parlato con James Vega, che nel 2018 ha coordinato i primi interventi e ora che sta contribuendo alla preparazione della prossima jam di street art, che avrà luogo il 28 e 29 marzo ad Agripunk.

James, raccontaci un po’ come è nato il tutto.

Nel 2018 venni a scoprire questo posto, questo spazio un po’ nascosto che era Agripunk. Loro organizzavano una specie di mercatino di autoproduzione e io andai lì anche per trovare degli amici. Scoprii infatti questo posto che per me era magico: capannoni, muri altissimi, spazi enormi, con una potenzialità incredibile.
Quindi mi venne questa idea: organizzare una jam e dipingere un muro. Parlando con i ragazzi, che erano molto aperti e disponibili, questa cosa è cresciuta. Loro erano super entusiasti, perché volevano fare qualcosa del genere, ma io l’avevo proposta in una dimensione più grande. E hanno detto: «Ok, facciamolo».

Quando hai visto i muri di Agripunk per la prima volta, cos’hai pensato?

Nel 2018 dipingere in una situazione come Agripunk – un posto immerso nella natura, con animali e muri di quelle dimensioni – non era qualcosa che si trovava facilmente. Così da quell’idea è nata una cosa più grande.
In circa un mese e mezzo ho tirato su una lista di artisti da Milano, Reggio Emilia e altre parti d’Italia. Ho fatto vedere loro il posto, spiegato il contesto, e hanno percepito subito il valore del progetto. Hanno risposto bene, così come i ragazzi di Agripunk. Tra loro, gli artisti Insane, Bibito, Cionsi, Mozzo, Leonardo Borri, Nian, Rmogrl, Miles, Hopnn, Bons, Uber, Poggio, Forma, StelleConfuse, Dissenso, Tackle, FreddyPils, Rise the cat.
Da lì ho iniziato a organizzare tutto: contattare artisti, trovare materiali, pensare anche al nome della jam. È nato “Stato Brado”, proprio perché lo spazio era aperto, con animali allo stato brado, e anche gli artisti erano liberi.
Questa jam si è unita a un mercato di autoproduzione, concerti e una festa. È diventata qualcosa di molto più grande. Non era partita come un progetto strutturato per promuovere l’arte, ma come una situazione di condivisione. Solo dopo abbiamo capito che avevamo fatto qualcosa di importante.

“Stato brado” sembra funzionare anche come una condizione più che come un tema: libertà degli artisti, apertura del luogo, presenza degli animali. Quanto questa dimensione ha orientato quello che poi è apparso sui muri?

In zona, tra Arezzo e Siena, non c’erano posti così: tanti muri in un unico luogo. E con i ragazzi di Agripunk si è creata una rete di collaborazione. Perché alla fine è quello il punto: creare connessioni.
Molti artisti che sono venuti da fuori si sono poi spostati per dipingere anche in altre zone: Firenze, Volterra, Cecina, Livorno. La jam è stata il pretesto per muoversi e lavorare altrove.
Il mese dopo, ad esempio, c’è stato Urban Connection, un festival che portiamo avanti da anni con un’associazione a Poggibonsi. Tutto nasce da queste connessioni: incontrarsi, condividere, proporre idee.
Io in quel periodo organizzavo molto più di quanto dipingessi. Lo facevo anche per creare contatti: quando poi vai fuori, hai già una rete. Ed è così che cresce tutto.
La street art per me è proprio questo: un’occasione per riunirsi, creare gruppo, fare collettivo. Urban Connection nasce proprio con questo spirito.

Guardando oggi i muri di Agripunk, si ha la sensazione che le opere continuino a dialogare tra loro anche a distanza di tempo, come se la jam non si fosse mai chiusa davvero. Era qualcosa che avevi immaginato, o è successo dopo?

Spesso mi chiedono di dipingere muri molto grandi e io faccio passaparola: “C’è un muro, venite tutti”. E magari arrivano persone da lontano, anche facendo ore di viaggio, solo per dipingere. E così si crea rete.
Agripunk, dal punto di vista estetico, è diventato impressionante. Era già un posto particolare, ma con gli interventi è diventato un punto di ritrovo, un luogo di scambio, quasi un punto di riferimento.
Anche quando io non c’ero più, altri artisti continuavano a passare e dipingere. Questo succede perché gli spazi così non sono tanti, e quando c’è apertura da parte di chi li gestisce, il passaparola porta altre persone.
Per quanto riguarda le difficoltà, la principale è sempre quella dei materiali. Costano molto, soprattutto per grandi superfici. Però grazie alla rete di contatti — associazioni per la liberazione animale, amici, sponsor — siamo riusciti a ottenere vernici e materiali, spesso usando gli scarti dei colorifici.
Abbiamo anche recuperato materiali direttamente nel posto: vecchie vernici, attrezzature. È stato un lavoro di riciclo. Lo spazio stesso “nutriva” il progetto.

Molti murales lavorano su figure animali, ibridazioni, deformazioni. Ti sembra che questo sia emerso spontaneamente dal contesto o che il luogo stesso abbia suggerito una direzione condivisa, anche senza indicazioni esplicite?

Dal punto di vista artistico non c’era un tema rigido. “Stato brado” e Agripunk raccontavano già qualcosa. Molti artisti hanno scelto di lavorare su temi legati alla vita, agli animali, alla libertà, evitando immagini troppo pesanti.
Il primo muro all’ingresso, ad esempio, è un “benvenuto”: due mucche e una figura che accoglie. È un invito.
Non abbiamo imposto bozzetti o direzioni precise. Ogni artista ha interpretato il luogo. Però il contesto suggeriva già molto: la natura, gli animali, la storia del posto.
Per quanto riguarda il mio percorso, io dipingo dal 2012. Ho iniziato con i graffiti, spesso da solo, perché vivevo in piccoli paesi dove mancava una scena.
Quello che cercavo era un gruppo. Non trovandolo, ho iniziato a crearlo. Ho cercato spazi, contatti, situazioni.
Col tempo ho capito che se non organizzavo io, non lo faceva nessuno. Così ho iniziato a chiedere permessi, parlare con circoli, centri sociali, comuni. Non è stato facile, soprattutto a livello burocratico.
Per circa cinque anni ho organizzato eventi, mostre, jam, presentazioni, lavorando con associazioni e istituzioni. Poi a un certo punto mi sono fermato: volevo tornare a dipingere di più.
È stato comunque un periodo importante, perché mi ha permesso di conoscere tante persone e capire come funzionano queste realtà.
Un aspetto importante è anche la ricezione del pubblico. Anche se Agripunk non è un luogo di passaggio, durante la festa c’era gente che si fermava a guardare gli artisti dipingere.
Questo crea una dinamica diversa: non solo musica e concerti, ma anche osservazione, dialogo, curiosità. Le persone si fermano, fanno domande, partecipano.
Negli anni ho capito che inserire la pittura in un contesto di festa dà un valore in più. È un’esperienza completa.
La ricezione è stata molto positiva, sia dagli artisti sia dalle persone del posto. Anche chi non conosceva Agripunk è venuto a vedere cosa stava succedendo.

Agripunk si trova ora in una condizione ingiusta, una soglia in cui un superluogo rischia di essere ricondotto a funzione, ricondotto entro una logica che tende a ridurre ciò che ha il diritto di eccedere. Lo sfratto in corso riguarda lo spazio, ma anche tutto ciò che in questi anni ha preso forma al suo interno: pratiche, relazioni, immagini, vite liberate.

Quello che qui si è sedimentato coincide con una configurazione che intreccia più linee, che ha reso abitabile una certa idea di convivenza e attraversamento.

Il 28 e 29 marzo Agripunk si riapre: laboratori creativi, momenti di dibattito, concerti, occasioni di scambio. Essere presenti significa contribuire a mantenere aperto questo processo, impedirne l’interruzione.

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