Il morso del tram e la pelle imperfetta: il grottesco ipnotico di Basil Wolverton

Paolo Interdonato | Disegnetti per perditempo |

Non è morbosità quella che mi porta a passare di nuovo davanti all’incrocio tra viale Vittorio Veneto e via Lazzaretto. Mentre ci passeggiavo, alla fine di febbraio, non sapevo nulla del deragliamento del tram avvenuto pochi giorni prima. Mi ero distratto e non avevo letto le notizie. Un nuovissimo Tramlink (e non mi ero ancora abituato al Sirietto), di quelli bidirezionali, messi in rete in occasione delle olimpiadi invernali, è deragliato in una curva (che, se non ho capito male, non avrebbe dovuto fare) che ha affrontato a velocità sostenuta. Due morti e una cinquantina di feriti. Un disastro. Quando ci sono passato davanti, la cosa che mi ha fatto più impressione non è stata la vetrina sfondata del ristorante giapponese, davanti al quale sono passato un po’ di volte negli ultimi mesi, ma il morso delle ruote del tram affondato nel marciapiede. Adesso, mentre ci ripasso, a una decina di giorni dall’incidente, la vetrina è stata coperta con pannelli di legno e i segni del morso curati con un’iniezione di cemento. Immagino che siano stati fatti tutti gli accertamenti per escludere che la stabilità dell’edificio sia stata compromessa dall’impatto e spero che tutte le persone che abitano in quel palazzo abbiano ricominciato a dormire, senza un brivido ogni volta che sentono lo scampanellio del tram in avvicinamento.

Sono immerso nei consueti pensieri sull’ossessione per la sicurezza di un paese che sembra promettere sempre più polizia e divise ma non ha strumenti per verificare la tenuta delle proprie infrastrutture di trasporto (una decina di giorni dopo l’incidente del Tramlink, è deragliato un altro tram milanese). Distratto, arrivo davanti alle vetrine del Libraccio. Dopo un periodo di stasi, sto ritrovando il gusto di comprare libri usati. Passo davanti all’esposizione, deciso a non comprare niente, perché mi basta dare un’occhiata al mio conto per sapere che sono sempre più povero. E, dannazione!, sarà la guardia abbassata per i pensieri lugubri e per l’umore nero scatenatomi dai segni della ruota del tram, ma passano pochi istanti tra il momento in cui vedo un libro esposto in unica copia e quello in cui – dopo averne verificato il costo assurdo – sto comunque acquistandolo.

Wolvertoons: The Art of Basil Wolverton, curato da Dick Voll e prefato da Gahan Wilson (un testo introduttivo che mi commuove fin dal titolo “The Seduction of the Innocent”, e, se non sai chi è Gahan Wilson, mi sa che toccherà parlartene presto).

Basil Wolverton è un disegnatore statunitense, nato nell’Oregon nel 1909 e morto nel 1978. Avrebbe voluto essere un attore comico o di vaudeville, ma, per nostra fortuna, non ci è riuscito e si è dovuto rifugiare nel disegno. Nei suoi quasi settant’anni di vita ha ridefinito i canoni del grottesco, con uno stile che per essere descritto ha bisogno di metafore culinarie: “spaghetti and meatballs”, vale a dire “spaghetti e polpette”.

Quando vedi i suoi disegni, a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso, rimani ipnotizzato dalla superficie della pelle dei suoi personaggi. I corpi, i colli, le orecchie, gli occhi, i denti, tutto è deformato. E, da sola, quella deviazione dalla norma dovrebbe bastare a mostrarci delle figure grottesche e aliene. Ma non basta: la devianza si deposita su tutto. Diventa pelle. Una pelle densamente butterata e coperta di spessi peli (che assomigliano, appunto, a spaghetti) definisce una matassa di intrecci organici. Buchi, brufoli, imperfezioni, nei, cicatrici ovunque. Sul naso e sui denti, nelle orecchie e sulle gengive. Tutto è marcio, a un passo dalla decomposizione, eppure vivissimo.

Realizza fumetti di fantascienza – come Spacehawk – o comici – come Powerhouse Pepper – e, nonostante lo scarto tra i generi dei suoi lavori, la cosa di quelle pagine che maggiormente balza agli occhi è un’interpretazione estrema della fisionomia umana che esalta il brutto. Lo mette in pagina senza sosta, lo trasforma e lo trasporta in un’isola molto distante dalla norma, dal canone, dalla bellezza. Crea un’estetica vertiginosa e nuova.

Sviluppando la sua striscia Li’l Abner, Al Capp ha inventato un personaggio mostruoso. Lena the hyena è un’abitante di Lower Slobbovia. È la donna più brutta del mondo, così brutta da non poter essere rappresentata. Una mostruosità tale da condurre alla follia, come nei racconti di H.P. Lovecraft. Quando la si deve mostrare ai lettori, il suo volto è coperto. A volte, addirittura, censurato con pecette il cui scopo è la salvaguardia mentale di chi osserva. Nel 1946, Al Capp lancia un concorso chiedendo ai lettori di dare finalmente un volto all’orrore.

La striscia di Al Capp è un fenomeno nazionale, letta in tutti gli stati, su decine di quotidiani. Alla chiamata rispondono a migliaia, milioni: Al Capp riceve oltre un milione e mezzo di disegni. La giuria selezionata per scegliere il volto di Lena the Hyena è composta da Frank Sinatra, Boris Karloff e Salvador Dalí. Basil Wolverton disegna una donna bruttissima e al contempo aliena. Non solo Lena è, senza ombra di dubbio, mostruosa, è anche decisamente bizzarra.

Il disegno viene pubblicato il 21 ottobre 1946 e, pochi giorni dopo, viene riproposto da “Life”, il settimanale più letto negli Stati Uniti, che, proprio in quell’occasione, inventa la definizione “spaghetti and meatballs” per definire il lavoro del disegnatore. Basil Wolverton ha trentasette anni e vende i propri disegni (e propone fumetti, spesso rifiutati) da circa vent’anni. Eppure, fino a questo momento, non ha certo sguazzato nel denaro (per sbarcare il lunario si è dovuto nel tempo dedicare ai lavori più improbabili, da supervisore in un conservificio a pompiere forestale, da portatore di calce ad attore di vaudeville). Quell’unico disegno gli permette di guadagnare allo stesso tempo i 500 dollari del premio e una fama enorme.

Da quel momento, Wolverton diventa una sorta di padre per tutte le correnti eversive del fumetto statunitense. Influenza direttamente Harvey Kurtzman, che lo vuole – proprio con Lena – come copertinista di “Mad”, e, da lì, tutta la successiva ondata di autori satirici e di fumettisti underground a venire.

Non voglio tediarti con la parte della sua carriera che mi interessa meno, quella guidata da una profonda pulsione religiosa. Adepto della “Worldwide Church of God”, per anni, Wolverton si dedica a una Bibbia illustrata, prestando una particolare attenzione all’Antico Testamento e all’Apocalisse di San Giovanni. Il volume The Wolverton Bible raccoglie 550 illustrazioni realizzate tra il 1953 e il 1974. Sicuramente buonissime, eh, ma non le intingerei nella mia tazza di tè. Non ho mai sfogliato il volume; mi sono bastate le immagini ospitate in The Original Art of Basil Wolverton che raccoglie ottime riproduzioni degli originali collezionati da Glenn Bray.

Mentre sfogliavo Wolvertoons, il volume che ho appena trovato al Libraccio, mi è capitata sotto gli occhi una foto di Basil Wolverton. L’avevo già vista altre volte, ma non ci avevo mai prestato davvero attenzione. Guardala anche tu.

Il faccione tondo, il doppio mento, il naso dritto, gli occhi luminosi, le labbra carnose, i capelli ricci e fitti. Basil ha quasi cinquant’anni, indossa una giacca dalle cui maniche non spuntano i polsini della camicia bianca immacolata, ha una cravatta sottile, impugna un pennino e tiene sotto le braccia un foglio su cui ha disegnato una delle sue caricature. Il foglio è enorme e il viso disegnato lo riempie quasi tutto.

Quando guardi un disegno di Wolverton, la prima cosa che noti non è la stranezza del personaggio mostruoso riprodotto. La prima cosa che ti colpisce è il quantitativo di segni sottili depositati sul foglio, per raccontare una pelle abbondante, cadente, rugosa, imperfetta. Nei, buchi, peli, brufoli, imperfezioni, dicevo, ma anche l’ombra proiettata da ciascuno di essi su tutti gli altri. La costruzione di una magnifica bruttezza ipnotica richiede un’attenzione spasmodica a ogni particolare. Il corpo liscio, impomatato, elegante, disteso dall’abbondanza delle carni di Wolverton è agli antipodi rispetto alla mostruosità dei grovigli di spaghetti e polpette che si impegnava quotidianamente a tracciare su carta con un pennino intinto nella china. Eppure, quel corpo è uno dei nodi di ossessioni invisibili che hanno cambiato per sempre il modo in cui guardiamo le figure e leggiamo i fumetti.

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