Le mani avanti
È un periodo strano. Maurizio Gasparri si è scagliato contro Zerocalcare per lo scandalo sulla produzione delle serie Due spicci. La storia la conosci benissimo, ma te la riassumo lo stesso. A detta dell’ex capogruppo al Senato di Forza Italia, quella zecca comunista di Zero non avrebbe pagato quanto avrebbe dovuto gli animatori che hanno fatto la sua serie Netflix. Va beh, non li doveva pagare lui… Non fa niente: quell’insolente con accento romanesco non si sarebbe fatto carico di verificare che l’azienda di produzione, amministrata più o meno direttamente da Marco Bassetti, marito di Stefania Craxi, attuale capogruppo al Senato di Forza Italia, stesse gestendo opportunamente i contratti con tutte le persone coinvolte. Intollerabile! Voci di corridoio dicono anche che Gasparri abbia preso benissimo l’avvicendamento di ruolo in Senato, occorso un paio di mesi fa, e, in tutta questa battaglia nel fango per un salario più equo, non si ravvedano gli estremi della ripicca e della vendetta.

Questa brutta storia di malaproduzione italica c’entra poco o niente con quello che ti voglio raccontare, ma, siccome anche nella mia c’è una casa di produzione di animazione – ed è anche un bel po’ discussa, in un caso in particolare anche a ragione – metto le mani avanti.
Un corpo erotico
Non ho trovato traccia di un momento del passato della carriera musicale e artistica di Björk durante il quale l’islandese non sia stata, prima di tutto, un corpo. Un corpo vivo, attivo, politico, radicale e, anche, grazie a dio, erotico. Profondamente erotico.

Dopo lo scioglimento degli Sugarcubes, Björk può finalmente pubblicare il suo primo album solista da adulta. È il 1993, ha 28 anni e un’enorme esperienza in studio, sul set e sul palco. Il disco è bellissimo e s’intitola, paradossalmente, Debut. E per togliere qualsiasi dubbio sulla centralità del suo corpo nel racconto, inserisce come terza traccia (e secondo singolo) quel piccolo miracolo sonoro chiamato Venus As a Boy. Certo, lì dentro ci sono Bollywood, le tabla di Talvin Singh, la cultura dei club, l’amore per la sensibilità del fidanzato dei tempi… Ma ascoltala – e guarda bene il video – e dimmi se, per cesellare questo gioiello, la cantante non si è immersa in Storia dell’occhio di Georges Bataille.
Come dici? Sto sovrainterpretando? Abuso del testo e ci leggo cose che, nelle intenzioni di Björk, forse non c’erano. Non credo proprio, ma ti concedo il beneficio del dubbio. Concedimelo anche tu e seguimi ancora un po’. Due anni dopo, nel 1995, esce il secondo album della musicista. Björk ha una pulsione apodittica e vuole essere chiara, evitare fraintendimenti: al disco che viene dopo Debut dà, quale titolo, Post. L’album ha un successo importante e la promozione dura tanto. Nel febbraio 1997, sei mesi prima dell’uscita di Homogenic, terzo disco, la cantante pubblica il singolo di I Miss You. Sono anni in cui i singoli servono a prolungare la vita di un disco e a mantenere un dialogo tra artisti e pubblico. La gente che si occupa di marketing e pubblicità – Satana l’abbia in gloria – parla di “fidelizzazione”. Il singolo I Miss You è un CD che contiene 4 tracce: il brano presente in Post, due ulteriori versioni – “Dobie’s Rub Part Two – It’s a Hip-Hop Thing” e “Underwater Mix” che dura quasi 10 minuti – e un inedito, Karvel. Insieme al disco, esce anche il video.
Mi manchi, ma non ti ho ancora incontrato
È un video animato, prodotto da Spümcø e diretto dal fondatore, il canadese John Kricfalusi, noto anche con il nome John K.. Fermati un attimo e guardalo.
Björk non è mai stata così esplicitamente erotica. Non sto dicendo solo sessualizzata, intendo proprio erotica in modo consapevole e informato. Scuote il culo, fa il bagno nuda – ma è resa accettabile alla programmazione televisiva pomeridiana da cumuli di schiuma posti con cura nei punti più opportuni -, si agita, fa ballare i seni, a un certo punto le casca pure una sfera bianca – che sia una perla? – da sotto la gonna… E poi i soliti vocalizzi che ti si infiggono nell’ipotalamo e risalgono tutto il sistema nervoso centrale e periferico, trasformandoti, nella tua interezza, in una Zona Temporaneamente Erogena. E poi viene sbranata e sbrana. L’amore, anche questa volta, ci fa a pezzi. Brrr…
Pare proprio che Björk, che conosciamo come artista meticolosa al limite della mania di controllo, prima di vedere il video, abbia potuto verificarne solo lo storyboard. Del resto, John K., si sa, ha un approccio alla produzione di animazione molto personale e poco apprezzato dai committenti. Se va bene, presenta uno storyboard e, poi, procede con la realizzazione dell’animazione che nasce nella piena libertà dei disegnatori. Niente passaggi intermedi, layout delle scene principali, intercalazione, realizzazione rough, passaggi di verifica e approvazione… Tutta quella roba, a detta di John K., spegne l’idea. Trasforma l’animazione in un prodotto industriale, una roba da fabbrica. Ecco, diciamocelo, chi gli ha commissionato dei lavori ha spesso sviluppato con l’animatore punti di attrito così forti da portare a conflitti durissimi e, addirittura alla rescissione del contratto.

Non è il caso di Björk. L’animazione di I Miss You dura il tempo di una canzone. E il prodotto finale continua a soddisfarci. Ma come ha fatto la cantante islandese a intercettare quella casa di produzione e quell’animatore?
Le origini segrete di John K.
I Miss You non è il primo videoclip di John K.. Anche qui devo fare un passo indietro. All’inizio degli anni Ottanta, Kricfalusi, classe 1955, sta cercando lavoro. L’industria dell’animazione non è un posto accogliente per chi ha un grande desiderio di libertà. Però c’è un tale, Ralph Bakshi, classe 1938, che ha fatto film strani e importanti. Vuoi qualche titolo? Fritz il gatto nel 1972, Heavy Traffic nel 1973, Coonskin nel 1975, Wizards nel 1977, Il signore degli anelli nel 1978, fino ad American Pop nel 1981. Proprio nell’anno in cui esce American Pop, Kricfalusi bussa alla porta dello studio di Bakshi. I due chiacchierano, si ascoltano, si piacciono un bel po’. Poi, arriva il colpo di fulmine. Bakshi, regista rispettato e potenziale datore di lavoro, mostra al ragazzo un cortometraggio d’animazione: John K., senza esitare, definisce quell’animazione «una gran cazzata». Non so se ti sia mai capitato un colloquio di lavoro in cui, a un certo punto, non sei stato in grado di tenere a freno la lingua e hai detto quello che pensavi senza edulcorarlo. Ho un pessimo controllo su quello che dico e abito male gli eufemismi: nella mia esperienza, quello cui ti stai proponendo come opaco sottoposto, di solito, reagisce male alla frontalità, ti saluta con freddezza e ti accompagna alla porta dicendoti che ti farà sapere, per poi svanire per sempre dalla tua vita. Non è il caso di Bakshi: assume immediatamente John K. e instaura con lui un rapporto di amicizia che durerà fino al 2018 (quando verrà fuori una storiaccia).

Quando i Rolling Stone, nel 1986, chiedono a Bakshi di realizzare, in tempi assassini, il video di Harlem Shuffle, la peppa tencia ricade sul capo di Kricfalusi. Il risultato è molto buono. Riguardalo con me.
Lo hai visto? I tempi per realizzare le parti animate del videoclip sono veramente assassini. Infatti, all’inizio, su una lapide, si legge bene il nome “John K.”.
In realtà non muore nessuno. Infatti, poco dopo, CBS incarica Bakshi di rilanciare il personaggio di Mighty Mouse con la serie Mighty Mouse: The New Adventures. Bakshi mette in moto il suo studio e, pur mantenendo i ruoli di produttore, supervisore alla regia e direttore creativo, attribuisce a John K. l’incarico di Senior director. La fiducia nei confronti di quell’animatore è totale: CBS vorrebbe approvare tutti i passaggi di lavorazione ma, da un lato, bisogna produrre in fretta, dall’altro, Kricfalusi continua a sostenere che, mentre si realizza un’animazione, i disegnatori devono avere il diritto di inserire le gag che vengono loro in mente: l’arte funziona così.
Il 31 ottobre 1987, va in onda l’episodio “The Littlest Tramp”. Guardalo con me.
Hai visto? L’episodio di una serie animata per bambini degli anni Ottanta. Visto oggi, non è niente di così sconvolgente (e neanche di così incredibilmente divertente). Racconta una Piccola fiammiferaia piena di buoni principi. Stereotipi a strafottere, gag sciocchine, un sacco di situazioni inopportune (dal formaggio infilato nelle mutande al matrimonio riparatore con il quale il ricco cattivissimo redento strappa alla strada – e rende ricchissima – la topina buona e bona). Ma fermati un attimo. Riguarda cosa succede qui. Proprio qui, al minuto 08:00.
Hai visto bene. Mighty Mouse ha sniffato polvere di fiore, traendone un po’ di conforto.
La cosa non passa inosservata e un’associazione conservatrice accusa lo show di promuovere l’uso di cocaina tra i bambini. CBS chiede la testa di Kricfalusi e Bakshi – che pare avesse detto a John K. di rimuovere quella sequenza, ma a fronte del rifiuto non avesse voluto forzare la mano – si trova costretto a licenziare il suo animatore di punta.
Un chihuahua schizoide e un gatto pacioso
Benché il rapporto di amicizia tra i due non si sia incrinato, John K., allontanato dallo studio di Bakshi, deve inventarsi un nuovo posto di lavoro. Fonda, allora, con tre animatori, che ha conosciuto proprio lavorando per Bakshi, la casa di produzione Spümcø. Il nome, a sentire John K., dice già tutto: «Beh, è proprio una coincidenza bizzarra. La parola “spüm”, in danese, significa “qualità”. Ma quella parola deriva dal nome di Raymond Spüm, il tipo che ha inventato l’animazione nel 1856.» Solo un contaballe straordinario di quella levatura avrebbe potuto inventarsi un’infilata di sciocchezze così articolata, senza scoppiare in una fragorosa risata.

L’obiettivo dello studio è chiaro: John K. e i suoi tre soci vogliono riportare in vita lo stile dell’epoca d’oro dell’animazione statunitense. Guardano al lavoro di Chuck Jones, Tex Avery e Bob Clampett, e pensano che quei disegnatori avessero un totale controllo sui personaggi, sulle loro espressioni e sulle gag. In questo modo potevano rifiutare i disegni standardizzati, ripetitivi e statici cui i vincoli – dettati da tempi, costi e, soprattutto, interlocuzione con i committenti – avevano imprigionato l’animazione.

Nel 1991, Nickelodeon decide di lanciare i suoi primi cartoni animati originali. Tra questi c’è anche una produzione Spümcø, The Ren & Stimpy Show, che mette in scena un chihuahua nevrotico e un gattone un po’ cretino. La serie diventa immediatamente un fenomeno culturale di massa per diversi motivi. Ha uno stile visivo estremo, i personaggi cambiano forma, e mostrano espressioni grottesche e dettagliatissime (vene pulsanti, peli del naso, bava), le battute di cattivo gusto sono all’ordine del giorno. E tutto questo, in prima serata. Piace un sacco ai bambini, ai loro genitori e pure alle generazioni di mezzo. Un successo davvero notevole. Peccato che i rapporti tra John K. e Nickelodeon precipitano rapidamente. Ci sono versioni contrastanti: chi è vicino alla produzione dice che il network voleva porre freni e controllo a quell’anarchia visuale e narrativa; altri, altrettanto credibili, dicono che il problema fosse in realtà connesso alla pessima gestione delle pianificazioni della casa produttrice che era sistematicamente in ritardo. Come è stato come non è stato, durante la terza stagione John Kricfalusi viene licenziato e la produzione di Ren & Stimpy passa, per altre due stagioni (le peggiori), ad altra azienda (e a uno dei soci di Kricfalusi cui non dispiace cambiare datore di lavoro).
L’episodio che viene sempre citato come momento di rottura definitivo tra Spümcø e Nickelodeon è questo.
Come va a finire questa storia?
Benissimo, da un lato. Dopo quelle tre stagioni di Ren & Stimpy, l’animazione televisiva non è più stata la stessa. Per cultura e formazione, il canadese ha portato nella serialità animata per la televisione tutto il sistema delle narrazioni underground, che avevano sconvolto il fumetto negli anni Sessanta e Settanta. I riferimenti di Bakshi – tra Fritz il gatto, tratto da Robert Crumb, e Wizards, ispirato direttamente a Vaughn Bodē – erano frontali ed espliciti; quelli di Kricfalusi più tortuosi, ma comunque estremamente nitidi. Se oggi possiamo vedere robe meravigliose – da Spongebob a Rick & Morty – è soprattutto perché quel folle di John K. ha distorto ed esteso il sistema di forme che il piccolo schermo reputa lecite. E – come hai letto nell’intervista pubblicata qualche giorno fa – se un fumettista italiano come Spugna – che non si è formato guardando Crumb, S. Clay Wilson e Basil Wolverton – esprime una cultura decisamente underground è perché quell’idea visuale di racconto gli è stata inoculata dai cartoni animati e dai videogiochi.

Nell’introduzione a Dacci questo veleno, Antonio Faeti spiega le strane traiettorie percorse dai fantasmi che popolano la nostra fantasia. Leggendo i fumetti delle sue allieve, alla fine degli anni Sessanta, in una scuola elementare – bambine che sicuramente non avevano letto feuilleton e grand guignol – e ravvedendo in loro elementi narrativi provenienti da Carolina Invernizio, Faeti si dà una spiegazione che sente di complessità e bellezza. Dice: «I fondamenti di un immaginario persistono e si trasmettono, di generazione in generazione, non valendosi di strade maestre, ma di viottoli, di piccoli tratturi nella vasta campagna del rimosso».
Ed è chiaro: man mano che le rotte su cui scorre il nostro immaginario si complicano, si polverizzano, si interlacciano, convergono e divergono, la sua trasmissione e la sua persistenza diventano sempre più caotiche e difficili da qualificare. E il batter d’ali di una farfalla in Brasile provoca un tornado in Texas.
Però, quella storia va a finire anche malissimo. Per John K., per esempio. Dopo aver modificato per sempre l’animazione, è progressivamente scomparso. E, nel 2020, a 65 anni, si è definitivamente ritirato dall’animazione, ammettendo che non è stata una scelta dettata dalla sua volontà. Aveva perso il rispetto di tutti, la credibilità, le opportunità di ingaggio, le possibilità di finanziamenti e perfino Ralph Bakshi, un amico che si era sempre mostrato vicino e solidale, aveva preso nettamente le distanze da quell’uomo, dichiarando la sua profonda delusione.
Nel marzo 2018, un’inchiesta giornalistica ha accusato John Kricfalusi di adescamento, abusi sessuali su minori e molestie sul luogo di lavoro. Le accuse principali provengono dalle collaboratrici. Pare che, almeno in un paio di casi, abbia approcciato fan poco più che bambine in rete e poi, ancora minorenni, le abbia assunte per stage in Spümcø, per instaurarci convivenze e relazioni sessuali. Pare che le ex fidanzate di Kricfalusi, tutte piuttosto giovani, abbiano trovato file contenenti materiali pedopornografici sul suo computer e, almeno in un caso, lo abbiano denunciato. Pare che facesse vanto della tossicità delle sue relazioni, portando in studio anche prove fotografiche delle minorenni con cui si intratteneva. Insomma, pare proprio che quel genio di John K. fosse un porco schifoso.
Per rispondere alle accuse, Kricfalusi ha montato una matassa di giustificazioni pelose e appiccicaticce. Ha negato di essere un pedofilo e di aver mai posseduto pedopornografia. Ha però ammesso di aver avuto una fidanzata sedicenne e si è giustificato parlando di sindrome bipolare, ADHD e forte fragilità mentale ed emotiva dovuta al licenziamento da Nickelodeon e a problemi di alcolismo. Non ha subito alcun processo, perché tutti i reati penali contestatigli dalle accusatrici erano ormai caduti in prescrizione secondo le leggi della California.

Nelle vaste praterie del rimosso che alimentano il nostro immaginario, non ci sono solo storie edificanti. E non per questo dobbiamo smettere di studiare la stratificazione del suo formarsi.

Scrive e parla, da almeno un quarto di secolo e quasi mai a sproposito, di fumetto e illustrazione . Ha imparato a districarsi nella vita, a colpi di karate, crescendo al Lazzaretto di Senago. Nonostante non viva più al Lazzaretto ha mantenuto il pessimo carattere e frequenta ancora gente poco raccomandabile, tipo Boris, con il quale, dopo una serata di quelle che non ti ricordi come sono cominciate, ha deciso di prendersi cura di (Quasi).