UNO. Domenica scorsa, l’inserto culturale di un quotidiano italiano, spesso considerato autorevole, ha pubblicato un intervento stupido e mal scritto di uno scrittore che, qualche volta, finiscono in cinquina Strega intitolato “Contro la fantascienza”. Le idee contenute in quell’articolo sono così sciocche da far pensare a uno scherzo. Magari contengono un nucleo di verità: all’autore non piace la fantascienza o quello che fino a oggi ha considerato tale. Attorno a quel pensiero più che legittimo, costruisce una struttura di idee che non stanno in piedi nemmeno se cerchi di puntellarle, da ogni lato, con il pongo dell’asilo Mariuccia. A mio modesto parere, di fronte a una raffica di sciocchezze di quella portata, si dovrebbe reagire in due modi: da un lato, levando un coro di “Sticazzi!” e, dall’altro, evitando, da questo momento, l’acquisto di quell’inserto culturale. Se pubblichi baggianate, non meriti la mia attenzione. Invece, tutt’intorno a quella raffica di pensieri confusi, si è sviluppata una polemica sui social. Sembra gigantesca, ma è solo la consueta tempesta in un bicchier d’acqua. Anzi, peggio, in una bolla. In questo modo, è diventato evidente come chi progetta quell’inserto e quel quotidiano e chi ha scritto quell’articolo siano consapevoli delle meccaniche dell’ingaggio. Prendi un tema decisamente marginale ai fini dell’evolvere delle nostre vite e costruiscici intorno un discorso polemico. Trasforma una cazzata in un evento divisivo, uno di quelli che spaccano in due una società. Ma sta ben attento a stare alla larga da questioni che possano avere un qualsiasi rilievo: non parlare di territori occupati e offesi, di individui senza una patria che si vorrebbe rimandare in un paese che non hanno, di carceri assassine, di tossicodipendenze invisibili, di lavori insostenibili, di disperazione e malattie dell’essere. Non parlare di nulla che potrebbe richiedere un posizionamento morale complesso. Prendi questioni marginali. Per esempio, costruisci un caso intorno alle affermazioni di uno scrittore – comunemente considerato uno stronzo misogino e rissoso – che avrebbe detto di una scrittrice morta – che in vita era considerata una stronza rissosa – che era brutta. Oppure, come nel caso più recente, intorno a un romanziere innocuo che dice cazzate su un genere letterario costretto nel ghetto di una bolla di individui che non sono capaci di entrare in un mondo più complesso. Ecco: ne otterrai un sacco di attenzione.

DUE. Conosci Shun Umezawa? È un autore di manga di quelli bravi. Di recente, Darwin Incident, la sua serie più lunga e articolata, ha avuto una trasposizione animata che ho molto amato. Vedo i limiti di tutti i lavori di questo fumettista giapponese, ma mi piace tantissimo lo stesso. La cosa che amo di più di Umezawa è il suo essere un moralista: la sua scrittura si iscrive nella tradizione di Jonathan Swift. Prende un tema che ci pone di fronte a una questione etica e lo mette in crisi. In Darwin Incident si chiede cosa ci rende umani, cosa ci differenzia dagli animali, che diritto abbiamo di nutrirci di altri esseri senzienti, cosa definisce la coscienza, fino a dove ci si può spingere per difendersi… Sono domande semplici che, man mano che si incistano l’una nell’altra diventano complicate. Uno gnommero di cui diventa impossibile trovare il bandolo. Quel modo del racconto, fatto di questioni sottili, è la cifra di tutti i lavori di Umezawa che ho letto in italiano. Sto centellinandomi i fumetti brevi di una raccolta in due volumi intitolata 1 e 99. Ed è sempre così. Ti porta di fronte a personaggi al limite, che agiscono comportamenti spesso indifendibili, e ti chiede che cosa faresti se fossi al posto loro. E poi fa fare loro qualcosa che proprio non ti aspetteresti. E ne chiarisce le ragioni. E tu non sai più se sei buono o cattivo.

TRE. Il mio amico Enrico fa esperimenti con la tecnologia. Ha un’azienda piccola in cui si permette di fare investimenti apparentemente dissennati che, in modi che trovo spesso incomprensibili, gli consentono di mantenersi e offrirmi la cena. Sabato scorso è stato qui e abbiamo chiacchierato. Mi ha raccontato uno dei suoi progetti più recenti. Ha disegnato un migliaio di agenti di Intelligenza Artificiale, appoggiandoli su LLM non particolarmente sofisticati (doveva simulare le competenze medie di un italiano). Ha qualificato ognuno di questi agenti basandosi sulla distribuzione percentuale di classi, fasce di reddito, orientamenti di voto, preferenze di acquisto, eccetera. Tutti quei dati che gli istituti demoscopici mantengono sempre aggiornati. Ha poi dato loro in pasto temi divisivi: cose che riguardano la remigrazione, il ponte sullo Stretto, il supporto ad azioni militari e via così. Sono temi che – benché tu (proprio come me) tenda a non crederci – bilanciano abbastanza bene gli orientamenti degli italiani. Più o meno metà a favore, più o meno metà contrari. Ha mollato per qualche giorno i suoi agenti a litigare, lasciando che si autoregolassero: nessuna mediazione, anche di fronte ai leoni da tastiera. Alla fine, quando ha riaperto la scatola, come uno Schrödinger qualsiasi, ci ha trovato delle affermazioni che mettevano d’accordo percentuali altissime di popolazione: parliamo di quote che si muovono nell’intorno del 95%. A questo punto ha preso quelle sentenze e le ha fornite a un’azienda di indagini statistiche. Un panel di alcune centinaia di umani – pescati con le regole di rappresentatività – le ha trovate molto sensate, almeno nel 95% dei casi. Non so tu, ma io, quando me lo ha detto, ho sentito un brivido infiggermisi tra le vertebre alla base del collo.

QUATTRO. A me la fantascienza piace un sacco. Mi piace tanto quella scritta meravigliosamente quanto quella scarruffata, buttata su un foglio un tanto al chilo, perché l’editore paga a parole. Il fandom, invece, lo trovo insopportabile. Mi pare di trovarmi sempre di fronte a gente con un enorme complesso di inferiorità. Sono un lettore di fumetti da tutta la vita. Lo sono stato in momenti in cui i fumetti erano letture per gli stolti e a nessuno veniva in mente di dire “graphic novel”. So benissimo quanto può essere difficile, in alcune fasi della propria esistenza, essere guardati con sospetto solo perché si è comprata una rivista o si sta leggendo un giornaletto su un tram. So quanto possono essere sgradevoli quelli che pensano che, se ancora leggi quella roba lì, o sei pigro o sei scemo. Poi, a un certo punto, cresci, te ne fai una ragione e sticazzi. (E se hai culo, come è successo a noi lettori di fumetti, diventi un lettore di cose coltissime e importanti capaci di esprimere l’ultimo intellettuale italiano). La cosa che trovo insopportabile nel fandom della fantascienza è la stessa cosa che trovo insopportabile negli appassionati di fumetti: gli adepti di quel culto hanno una fede inamovibile e sono incapaci di dubbi. Tutto ciò che è fantascienza – o tutto ciò che è fumetto, eh – ha un valore in sé. E allora, per ragioni incomprensibili, alcuni autori che meriterebbero di definire un canone nazionale vengono rimossi; altri, decisamente accessori, accolti.

CINQUE. Quando parli con un appassionato di fantascienza italiano, sai per certo che non citerà tra i fondatori e i maestri del genere in cui si muove con precisione e certezza alcuni scrittori che quel genere – o cose che gravitavano là attorno – lo hanno frequentato senza paura. Non citeranno Italo Calvino che, con Le cosmicomiche e Ti con zero ci ha fornito due campionari di esistenza nello spazio, disseminando i racconti in riviste prima di raccoglierli in volume. Non citeranno Dino Buzzati, che raccontava un fantastico domestico con scrittura da cronaca nera meneghina. Non era un grande scrittore, vomitava testo con la precisione artigianale di chi, nella vita, ha sempre dovuto scrivere per vivere, e aveva la fortuna di trovare buone idee. E alcune di queste gli hanno consentito di scrivere romanzi che amiamo per il nucleo concettuale ma che non saremmo più in grado di leggere perché la noia supera il livello di guardia, e altre gli hanno permesso di riscrivere lo stesso racconto fingendosi Borges per molti anni. Non citeranno Tommaso Landolfi che ha scritto Cancroregina (e Boris mi ha detto che se tengo nell’elenco Buzzati e non Landolfi – o Solmi per la saggistica – sembro proprio uno del fandom). Non citeranno nemmeno Primo Levi che, per tutta la vita, ha scritto solo racconti di fantascienza. Citeranno invece Lino Aldani, parlandoti di un tesoro nascosto della letteratura italiana. Un tesoro nascosto sul serio. Per trovare i suoi racconti e i suoi romanzi, ho dovuto fare una gran fatica. Spoiler: alla fine ci sono riuscito, li ho letti e mi è parso uno scrittore marginale, con un linguaggio estremamente artificiale, dialoghi innecessari, descrizioni sovrabbondanti, poche invenzioni. Uno scrittore invecchiato peggio perfino dei romanzi di Dino Buzzati. E, intorno al mito di figure marginali ma fondative per il fandom, come Lino Aldani, ancora oggi, la bolla della fantascienza italiana costruisce la sua identità.


SEI. Ora, non è che Lino Aldani – che, negli anni in cui veniva pubblicato, era probabilmente un ottimo artigiano – sia il sintomo di un male profondo. È solo un esempio. Lo scrittore che attacca il genere sulle pagine del quotidiano nazionale dice che il grave problema della fantascienza è che non ne azzecca una. Vedo un florilegio di commenti indignati di persone che danno del mentecatto all’autore del pezzo e gli fanno osservare che predire il futuro non è il compito della fantascienza.E qui, a essere onesti, il fandom ha un po’ rotto il cazzo con le sue strutturali indecisioni e con le sue giravolte logiche buone per ogni stagione. Da un lato si piange addosso, lamentando l’assenza di grandi padri fondatori nella letteratura patria, ma quando deve scegliere i propri feticci preferisce sistematicamente quelli così così, lasciando Calvino e Levi fuori dal giardino di casa per paura che l’erba sia troppo verde e i sentieri si biforchino troppo. Dall’altro, vive in un corto circuito teorico permanente: un giorno ti spiega, con lo sguardo ispirato, che per disegnare un futuro bisogna prima sognarlo, e il giorno dopo si affretta a ritrattare, strillando che mica è compito della fantascienza azzeccare il futuro! Subito dopo, senza prendere fiato, ti rassicura sul fatto che la fantascienza è il più potente strumento di denuncia della contemporaneità attraverso le metafore del domani. Un posizionamento mobile, fluido, che serve solo a proteggere la bolla da qualsiasi esame di realtà.

SETTE. Tuttavia, lo scontro tra lo scrittore innocuo e il fandom offeso svela una miseria più grande. Quell’articolo inutile pubblicato su un inserto altrettanto inutile ha dimostrato, per l’ennesima volta, come il più importante quotidiano nazionale non esiti un solo istante a fabbricare macchine da flame e da clickbait, progettate a tavolino solo per aumentare i contatori delle visualizzazioni e compiacere le concessionarie pubblicitarie. Non c’è alcuna urgenza culturale, c’è solo la monetizzazione del rancore delle nicchie.
E pure io, che sono qui a perdere tempo e a cincischiare intorno a queste fole invece di occuparmi di cose serie, non sono poi così pulito. Sono dentro l’ingranaggio e, partecipando a quel gioco, alimento il rumore di fondo. Ma almeno, in fondo a questa pagina, non ci sono banner pubblicitari.

Scrive e parla, da almeno un quarto di secolo e quasi mai a sproposito, di fumetto e illustrazione . Ha imparato a districarsi nella vita, a colpi di karate, crescendo al Lazzaretto di Senago. Nonostante non viva più al Lazzaretto ha mantenuto il pessimo carattere e frequenta ancora gente poco raccomandabile, tipo Boris, con il quale, dopo una serata di quelle che non ti ricordi come sono cominciate, ha deciso di prendersi cura di (Quasi).