Un tranquillo festival pop di paura di Gianfranco Manfredi

Paolo Interdonato | Affatto, Tre minuti di storia |

Eraclito ci dice che Pólemos, la guerra, è il padre di tutte le cose. Perché il conflitto, con il suo potere trasformativo, genera la realtà e mantiene in ordine il cosmo. C’è stato un momento, non troppo tempo fa, in cui i giovani di tutto il mondo hanno dato mostra della loro impazienza. Il reale non li soddisfaceva: bisognava sognare un futuro diverso. E bisognava conquistarselo, quel futuro sognato, facendo la rivoluzione. Era la metà degli anni Sessanta del secolo scorso e quei moti di rivolta si sono trascinati per oltre un decennio. Poi è andata come è andata e quei giovani sono invecchiati male e hanno alimentato le generazioni peggiori di sempre, quelle che esprimono gli attuali governi in Italia e nel mondo.

Prima, però, c’è stata la rivolta. Un movimento che ha attraversato paesi e città. Basta scorrere rapidamente la voce che Wikipedia dedica a “Protests of 1968” per avere un itinerario che pare disegnato da un tour operator sotto LSD: Stati Uniti, Giappone, Brasile, Francia, Italia, Polonia, Svezia, Spagna, Messico, Tunisia, Cecoslovacchia, Pakistan, Sud Africa, Regno Unito, Jamaica, Turchia, Germania dell’Ovest, Jugoslavia… Le idee di rivoluzione per travolgere un mondo inamovibile, disegnato da vecchi babbioni avvinti come l’edera al potere, hanno in quegli anni una diffusione pandemica. E proprio come accade con i virus, il sistema del denaro e delle merci non solo non se ne accorge, ma cresce e prospera, in un modello economico di disuguaglianze crescenti che avvantaggia pochi e svantaggia tutti gli altri. Soprattutto i giovani.

Dal 1971, la rivista “Re Nudo” organizza un festival di musica, occupazione e rivolta che, da quando nel 1974 si sposta nel Parco Lambro di Milano, si chiama “Festival del proletariato giovanile”. È una storia che si interrompe bruscamente il 29 giugno 1976, al termine della sesta edizione.

I quattro giorni dell’ultimo festival – iniziato sabato 26 giugno 1976 – sono caratterizzati da disorganizzazione, assenza di servizi, boicottaggio da parte del comune di Milano e una massa spaventosa di giovani. Oltre duecentomila persone scorrazzano, con il loro carico di bellezza, desiderio e miseria umana, per il Parco Lambro: i problemi di ordine pubblico sono inevitabili. È uno spettacolo dal prezzo decisamente popolare: 1.000 lire per quattro giorni di festival, in un momento in cui un quotidiano costa 150 lire, un biglietto del tram 100 lire e un litro di benzina 350 lire. Il parco è gremito di persone. Sul palco si avvicendano Ricky Gianco, Gianfranco Manfredi, Eugenio Finardi, Gruppo Operaio ‘E Zezi, Napoli Centrale, Canzoniere del Lazio, Tony Esposito, Alberto Camerini, gli Area e molti altri.

Mercoledì 30 giugno, dopo la conclusione del festival, il quotidiano “Lotta Continua” titola, in una pagina interna, “Concluso il festival del parco Lambro: Dopo gli scontri un primo importante dibattito”. Nell’articolo – non firmato, come consuetudine per il giornale in quegli anni – vengono riassunti i saccheggi e le razzie, gli scontri con la polizia, le sortite di gruppi di autonomi dai quali la testata prende le distanze. Non si fa cenno alcuno alla violenza del servizio d’ordine, gestito proprio da Lotta Continua. Poi si arriva alla questione vera: «Noi non siamo certo quelli che si lamentano perché il festival non è stato un momento di “pace, amore e felicità” [riprendendo il celebre slogan di Woodstock], anzi proprio per evitare che passasse un’ideologia della passività e della droga, avremmo dovuto cercare di organizzare momenti di dibattito pubblico su alcuni temi specifici – come la lotta all’eroina, l’occupazione delle case da parte dei giovani, i rapporti personali tra i giovani, tra i compagni, il nuovo modo di far politica, i bisogni culturali delle masse e dei militanti – momenti di organizzazione e di azione pratica a partire dai bisogni non solo dei duecentomila spettatori e delle decine e decine di migliaia di abitanti delle tendopoli, ma di tutti i proletari giovani […]. Le fratture interne al movimento sono dunque esplose, con la violenza di sempre il nuovo si è fatto avanti.»

Il nuovo a cui si fa riferimento è quel “nuovo soggetto” che a sinistra in molti sognano, quasi sia la magica chimera dal volto umano, fatto di giovani, femminismo e diversità. Tutta quella roba – lontana dal marxismo-leninismo e dall’operaismo e decisamente desiderante – è per il quotidiano “Lotta Continua” (e per il movimento che lo esprime) marginalità irrilevante, deviazione piccolo-borghese.

In quegli ultimi giorni di giugno, durante il festival, fuori e dentro Parco Lambro succede il peggio: pestaggi, risse, saccheggi, razzie… Il cibo all’interno degli spazi del parco costa troppo, il comune di Milano non concede l’uso di acqua ed elettricità, i rifiuti non vengono ritirati, piove a dirotto e poi, in quella palude, arriva un caldo torrido, i servizi igienici sono praticamente assenti. E, in mezzo a questa festa minata dal disagio, si consumano aberrazioni: lo stand del Fuori! (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano) viene distrutto e, in diversi momenti, le femministe, che hanno deciso di protestare vendendo baci, vengono picchiate. Il servizio d’ordine di Lotta Continua fa paura quasi quanto i poliziotti con fumogeni e manganelli: mentre si tiene pulito il parco (dall’eroina, ma non dalle lattine e dalle cartacce), non si fanno troppe distinzioni tra gli spacciatori e i loro clienti, malmenati e buttati fuori allo stesso modo. Il giudizio popolare non ha paura delle contraddizioni.

Anche così, si uccide un’idea di libertà.

Nel 1979, Eugenio Finardi pubblica Roccando Rollando, il suo ultimo disco con la Cramps di Gianni Sassi. La terza traccia del primo lato del disco è Zerbo ed è dedicata proprio all’esperienza del “Festival del proletariato giovanile”. Nel brano si racconta la rapida trasformazione avvenuta all’interno del movimento a partire dal 1974, quando il festival si è insediato al parco Lambro: «Fra poco il vecchio mondo lo spazzeremo via, / Si occupavano le case, dalla radio si parlava / Si faceva qualsiasi cosa con un’energia nuova». Bastano due anni perché il mito crolli. Finardi dice «Perso nei calci a un pollo surgelato», facendo riferimento al più ridicolo tra gli eventi di saccheggio violento di quelle giornate del 1976: un assalto a un camion Motta, razziato di 5000 polli surgelati, lasciati poi a marcire nei fossati perché immangiabili. La fine dell’energia è sotto gli occhi di tutti: «Tra fiumi di cazzate nella foga del momento / Ci si prende a sprangate anche dentro al movimento». E la resa diventa insopportabile con l’accenno ad Andrea Valcarenghi, direttore di “Re Nudo”, che dopo la disfatta del festival si trasforma, cambia vita, cambia addirittura nome: «Andrea è stato in India e ha cambiato nome / Si chiama Majid e si veste di arancione».

Ma la canzone che, meglio di tutte, racconta quel momento è di Gianfranco Manfredi, cantautore, scrittore e sceneggiatore, che, nella sua vita, ha spesso avuto a che fare con l’incubo e con i suoi indagatori. Si chiama Un tranquillo festival pop di paura ed è uscita nel 1977, in un disco che si chiama, con estrema precisione, Zombie di tutto il mondo unitevi.

Nanni Balestrini e Primo Moroni dedicano a quel brano un capitolo fondamentale de L’orda d’oro – 1968-1977: La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale, il loro libro sui movimenti di quel decennio. Ho scoperto così quella canzone e quel cantante. Poi è arrivato anche il romanziere di Magia rossa e Cromatica e lo sceneggiatore di Gordon Link e Magico Vento.

Al “Festival del proletariato giovanile” del 1976, Manfredi c’è stato. Su quel palco ha cantato le canzoni del suo ultimo album, Ma non è una malattia. Oltre alla canzone che dà il titolo all’album, ha eseguito Ma chi ha detto che non c’è?. È un brano che mescola pubblico e privato come non era mai successo, che parla di corpi che possono amare e possono fare la rivoluzione: «Sta nel fondo dei tuoi occhi / sulla punta delle labbra / sta nel mitra lucidato / nella fine dello Stato». Per gente come Silvia Albertazzi e Lucia Annunziata, quella canzone rappresenta il manifesto generazionale di chi ha partecipato al Movimento del ’77.

Ad appena un anno dall’incisione di quella canzone che indaga i desideri di una generazione, dopo aver attraversato parco Lambro sulle macerie dei sogni infranti di quei giovani che si sognavano rivoluzionari, Manfredi si ritrova costretto a indagare gli incubi dei suoi coetanei.

E lo fa raccontando con precisione i quattro giorni del festival: la pessima qualità del cibo venduto a un prezzo inaccettabile dall’organizzazione, l’assenza di acqua ed elettricità nel parco, le scelte di boicottaggio della giunta di sinistra del comune di Milano, il disagio della solitudine vissuta in mezzo a una folla enorme, i fischi a chi si esibisce, la furbizia dei cori napoletani, la falsità delle posizioni – e delle pose – del proletariato giovanile, le razzie e l’espropriazione come sintomi di un Capitalismo ossessivo che mercifica tutto, i fumogeni e gli assalti della polizia, l’apparizione di massaggiatori e maestri di yoga, la caccia all’eroina, agli spacciatori e pure agli spacciati…

E alla fine, si capisce che nei versi iniziali c’è la più determinata dichiarazione di resa generazionale che sia mai stata messa in musica. Solo un anno prima, Gianfranco Manfredi cercava il senso della rivoluzione sulle labbra e sulla pelle, adesso, di fronte a quel parco «ormai nascosto», perché «è tutto una lattina», ci si ritrova a fare il punto e a capire che «niente è come prima».

È il momento di scrivere la parola fine ai sogni e di abbracciare, un’altra volta e con determinazione, un presente che non ci piace, per entrare in un futuro senza speranze: «Il parco ha tante entrate / chissà chi pagherà / ma il parco non ha uscite / il prezzo non si sa».

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