Questa rubrica è iniziata parlando di supereroi, superpoteri e maschere. Nel mese dedicato a Pratt non ci si poteva esimere dal parlare di quello che viene definito “il primo supereroe italiano”: l’Asso di Picche.
Difficile attribuire paternità e maternità di questo personaggio nato dalla collaborazione febbrile di tre ragazzi, all’epoca tra i 18 e i 23 anni: Hugo Pratt alle matite, Alberto Ongaro ai soggetti e Mario Faustinelli a scrivere testi e rabboccare le tavole quando il giovane Pratt si dava latitante. Una generazione che lo stesso Pratt descrive usando l’aggettivo “innamorata”: «Eravamo innamorati di tutto… Era una risposta alla fine della guerra, al fatto che non ci fosse più la guerra.»

Qui infatti ci soffermiamo sulle primissime storie, uscite in formato di striscia orizzontale a partire dal dicembre 1945 e per tutto il 1946 ma vendute al ribasso, 22 lire anziché le 25 canoniche per le edizioni da edicola. Per un pubblico a digiuno di storie supereroistiche, dato che il MinCulPop fascista aveva dichiarato fuorilegge i fumetti americani già dal 1938, che però aveva avuto un contatto fugace coi fumetti distribuiti ai militari alleati e che questi spesso avevano elargito ai ragazzini italiani assieme a caramelle e cioccolata; per quel pubblico l’Asso è una novità e una rivelazione assieme.
In realtà l’Asso di Picche, come altri tentativi coevi – Amok, Misterix o Plutos – è più vicino agli eroi di Lee Falk, Phantom su tutti, che ai supereroi tipo Superman o Batman. Anche se le influenze di questi ultimi rimangono notevoli: il nostro ha una giovane spalla che è vestita esattamente come Robin e il suo alter ego, Gary Peters, fa il giornalista come Clark Kent. Eppure sono gli scarti a essere più interessanti: l’Asso di Picche non ha superpoteri e le sue avventure, che iniziano rigorosamente sullo sfondo di una San Francisco da romanzo pulp americano, si spostano presto entro l’orizzonte di un oriente esotico dove echeggia più Salgari che Conrad.
Dotato di capacità acrobatiche e combattive, l’Asso di Picche in America sta affrontando il criminale «Club delle Pantere»; lo aiuta il fidato principe Wang, di origine cinese, e le sue imprese suscitano sospetti tra la polizia locale. Il nostro riesce a penetrare nel quartier generale e a scoprire i piani del nemico. Il McGuffin della storia, le motivazioni del protagonista, sono due idoli in grado di portare a un fantomatico tesoro ma uno di questi è in possesso proprio della bella Deanna Farrell, fidanzata di Gary Peters, alter ego dell’Asso, che viene puntualmente rapita.

Il tentativo di liberarla e la caccia al tesoro portano l’Asso di Picche e Wang in terre lontane, sulle tracce di antiche tombe e misteriosi indizi. Ma intanto nell’avventura hanno fatto il loro ingresso due giovani e intraprendenti ragazzini: Shirley, la sorella di Deanna, e il suo amico James. In Asia il gruppo si confronta con ambientazioni misteriose e minacce insidiose fino a giungere alla Città Proibita: una capitale orientale chiusa e pericolosa. A governarla è la Grande Pantera in persona, deus ex machina dell’organizzazione criminale.
L’Asso di Picche si trova così coinvolto in moti di ribellione alla cui testa finisce proprio il principe Wang, ma stringe anche amicizia col Capitano Bogart, un combattente infiltrato, e lui stesso si mette a fare il doppio gioco sfruttando la propria doppia identità. Al culmine dello scontro, tra sacrifici personali, plot twist e colpi di scena, assistiamo alla distruzione della roccaforte delle Pantere e alla dissoluzione della loro organizzazione.
Se la trama ci appare piuttosto prevedibile e datata vale la pena chiedersi, nel contesto in cui fa la sua comparsa questo personaggio, quale pulsione ha intercettato nel pubblico per renderlo da subito così iconico? Abbiamo già visto quanto la narrativa supereroistica serva per giustificare l’uso della forza, forse anche per questo l’Asso di Picche – e con lui i suoi giovani autori italiani che si muovono tra le macerie di un conflitto bellico mondiale esitato in una guerra civile nazionale – rinunciano a immaginarsi detentori di un qualsiasi superpotere. Ma allora quale funzione incarna l’Asso di Picche? Un indizio ci arriva da un attributo che spesso, in queste storie, il personaggio attira su di sé: l’Asso è spesso descritto come un «fantasma», compare e sparisce come un fantasma.
La sociologa Avery Gordon ci ha insegnato che il fantasma è la traccia di una violenza. Una traccia invisibile ma presente. Qualcosa di effimero ma dai risvolti concreti, segno di un passato che non può passare perché nessuno ancora gli ha dato ciò che gli spetta. Forse perché, quando la violenza ha colpito, non si è potuto far altro che fuggire; o forse perché, nel tentativo di sopravvivere a molta altra violenza subentrante, lo abbiamo rimosso. Siamo nel 1945: questa è esattamente la descrizione dello stato in cui versa il paese, pronto a nascondere sotto il tappeto gli ultimi vent’anni di regime in favore della ricostruzione. Deposte le armi le giovani generazioni si trovano imbrigliate tra le macerie, i sensi di colpa sociali e la trappola del progresso. Alcuni di loro si ribellano a tutto questo impugnando le matite, così nasce l’Asso di Picche.

Non è un caso che l’identificazione dei suoi autori sia più marcata verso il personaggio di James che con l’eroe vero e proprio. È l’amico, forse il fidanzatino, di Shirley, la sorella minore di Deanna. Sono due ragazzini che entrano in scena per caso, perché vedono per sbaglio il rapimento di Deanna e decidono che non possono stare a guardare, devono intervenire. Il personaggio si sviluppa durante le strisce in modo molto simile alla classica spalla del supereroe americano, ma anche qui con alcune dissonanze. È reiterata la sua audacia e in molte occasioni non agisce solo a supporto, ha storyline dedicate e le sue azioni risultano spesso decisive. Non è l’unico comprimario, la narrazione ne annovera molti facendo delle strisce dell’Asso di Picche quasi un racconto corale, tanto che all’inizio del nuovo numero gli autori sentono spesso la necessità di inquadrare tutti i personaggi in una sorta di riassunto. Ma James è il più giovane e come tale tutti si stupiscono e lodano il suo coraggio, la sua intraprendenza e la sua bravura: la narrazione non smette di sottolinearlo.
Se James è il fantasma, o la maschera per restare in tema supereroistico, delle aspirazioni dei suoi giovani autori, in questo ciclo di storie di fantasmi ne incontriamo diversi. È solo guardando a queste presenze, che il testo dissimula all’interno della tipica cornice del racconto d’avventura, che possiamo comprendere l’importanza di questo personaggio nel panorama italiano. Quindi varrà la pena di farlo per bene, domani.

è scrittore di mezza tacca, disegnatore a tempo perso e suonatore di citofoni (in cui fa le pernacchie prima di scappare) ma nella sua carriera vanta anche esperienze teatrali e cinematografiche poco riuscite, alcune brevi incursioni nel mimo e nel porno ne fanno un artista completo.
In preda ad una crisi di mezza età, senza i soldi per comprarsi la spider e troppo apatico per intraprendere la classica relazione con una ventenne, sceglie di prendersi una laurea in antropologia. Ma siccome a lezione si annoia infila le graphic novel dentro le sovracopertine dei libri di testo e alla fine, facendo confusione tra gli argomenti delle lezioni e quello che legge, inizia a scrivere cose strane che ancor più stranamente vengono pubblicate.