Nella sua introduzione a Perché leggere i classici?, Italo Calvino chiarisce le ragioni del suo amore per la letteratura. Con le sue ultime Lezioni americane, che sono del 1985, lo scrittore ci ha insegnato a filtrare le narrazioni attraverso un sistema valoriale che deve sempre essere personalissimo. Non prendiamoci in giro: Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità e Coerenza funzionano e sono meravigliose, ma mica sono valori in sé; hanno senso per la sistematizzazione che ne fa Calvino. Trasforma quelle idee in un articolato sistema dei generi letterari in cui si possono innestare tutte le narrazioni. Avrebbe potuto usare Seezza e Quasità, oppure Superbia, Avarizia, Lussuria, Invidia, Gola, Ira e Accidia. Quei sistemi avrebbero funzionato allo stesso modo, se solo Calvino avesse distillato i valori che aveva scelto attraverso i suoi desideri di lettore.

Nell’introduzione a Perché leggere i classici?, dicevo, Calvino produce l’elenco degli scrittori che ama. Ed è un’enumerazione quasi ipnotica: Stendhal, Puškin, Hemingway, Stevenson, Cechov, Conrad, Tolstoj, Manzoni, Flaubert, Poe, Twain, Kipling, Nievo, Jane Austen, Gogol’, Dostoevskij, Balzac, Kafka, Maupassant, Mansfield, Fitzgerald, Radiguet, Svevo… E, per ognuno, c’è una ragione valoriale. Certo, è un valore personale, ma non per questo meno importante. La Tensione romanzesca per Stendhal, la Limpidezza per Puškin, la Tristezza per Hemingway e così via. Sono tutti attributi che danno senso al suo essere lettore, perché Calvino, che continuo a considerare lo scrittore più importante del Novecento italiano, non cerca di confrontarsi con l’oggetto del suo amore da pari a pari. Non lo fa mai: quando legge è un lettore.
Anzi, quasi mai. C’è un’eccezione: Con Gilbert K. Chesterton. Dell’inglese, dice: «amo Chesterton perché voleva essere il Voltaire cattolico e io volevo essere il Chesterton comunista».

Certo, mi potresti dire che nella dichiarazione d’amore per Chesterton c’è un valore per il prossimo millennio (che, ormai, è quello in corso): la Ragione. E, dopo aver sfogliato i giornali anche stamattina, chi potrebbe preferire a quel valore il Torto? Ma, leggendo e rileggendo quella frase, a me pare proprio che la chiave sia nel confronto. Un confronto che passa necessariamente attraverso un personaggio, padre Brown. Permettimi di divagare un altro po’.
A parte i cinque volumi di racconti di padre Brown e quel gioiello intitolato L’uomo che fu giovedì, tutto quello che so di Chesterton è una distesa di aneddoti divertenti che riguardano la sua vita. Certo, ho letto le analisi fatte da Borges, Tolkien, Orwell, Gramsci e, perfino, Gaiman, ma, mentre ci penso, mi rendo conto che mi sono rimasti addosso solo quisquilie e risate.
Penso al sigaro di Chesterton, alla sua passione per l’alcol, alla dettatura dei racconti, degli articoli e dei saggi alla segretaria che considerava una figlia, al gusto della cazzata, al corpo enorme inscatolato in una bara che non passa dalle scale e deve essere calata dalla finestra. E penso a padre Brown.

Nel mio immaginario, quel prete è minuto e ha l’aspetto di Renato Rascel. Non quello mostratoci dallo sceneggiato Rai all’inizio degli anni Settanta. Sono discretamente anziano, ma quella roba si perde nel tempo anche per me. Penso al corpo disegnato da Lino Landolfi sulle pagine del “Giornalino” su sceneggiatura di Renata Gelardini, all’inizio degli anni Ottanta, e raccolto poi in un volume che non credo sia mai più stato ristampato.
Avrei voluto parlarti di quel fumetto, ma, risfogliandolo ora, mi accorgo di non averne alcuna voglia. Certo, Landolfi era un grande disegnatore e quelle storie brevi, uscite su un settimanale per ragazzi molto bello, sono un ottimo prodotto artigianale, ma mi scatenano la stessa emozione che mi produce il reparto dei sughi pronti del supermercato: devo scegliere il meno peggio per avercela in casa perché, a volte, non se ne può proprio fare a meno.

Però, in questo mese dedicato agli indagatori dell’incubo, non voglio rinunciare a scrivere di padre Brown, straordinario indagatore dell’incubo.
Con il suo personaggio, Chesterton scaglia un attacco frontale al giallo d’indagine basato su processo abduttivo. Da Dupin di Poe al dottor House, passando per Sherlock Holmes, il grande investigatore è un sistematico riduzionista: assume la scena del delitto e la scompone in indizi e sintomi e, collegando le verità evidenti e scartando l’impossibile, deduce l’ineludibile colpevolezza del criminale.
A un certo punto arriveranno Gadda con Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Dürrenmatt con La promessa, Sciascia con Todo modo e Hergé con I gioielli della Castafiore e distruggeranno dall’interno gli ingranaggi del giallo d’indagine, gridandoci in faccia che la verità non esiste.

Padre Brown usa un altro metodo. Lui è un prete e conosce l’animo umano. Conosce le miserie, i desideri e le pulsioni dell’uomo e, benché debba giudicare per mestiere, perché la remissione dei peccati per il tramite della confessione richiede che essi siano riconosciuti come tali, è sempre pronto al perdono. Si ritrova, in modo sistematico, di fronte a misteri che possono essere svelati solo tirando in ballo il soprannaturale: fantasmi, sparizioni misteriose, incubi impossibili, mostri e divinità. E, sebbene sia vocato (alla lettera) alla frequentazione professionale di entità invisibili e non conoscibili, non cede mai alla tentazione di precipitare nel metafisico. Applica con sapienza il rasoio di Occam e lascia fuori dal disegno ogni barlume arcano: alla fine, la spiegazione più semplice è quella che ha la maggiore possibilità di essere vera.
Credo che sia proprio in questo deciso rifiuto del mistero che dobbiamo cercare le motivazioni dell’amore di Italo Calvino per Gilbert K. Chesterton.
Nel 1983, Calvino cura i due volumi dell’antologia Racconti fantastici dell’Ottocento. Nell’introduzione, si ritrova di fronte alla necessità di definire la matrice comune dei testi raccolti nell’opera. Per riuscirci, si appoggia alla definizione data dallo strutturalista Tzvetan Todorov in La letteratura fantastica (1970). Per Todorov (e per Calvino) il fantastico è un’esitazione. È il momento di incertezza vissuto dal lettore di fronte a un fatto che non si può spiegare. Esiste solo in un certo punto del racconto; poi, per necessità narrative, dovrà trovare o una spiegazione razionale, precipitando nello “strano”, o sovrannaturale, trasformandosi in “meraviglioso”.

Ogni lettore di padre Brown sa che alla fine quel prete minuto – con le fattezze di Renato Rascel – indagherà quell’incubo e spiegherà la stranezza di quel fatto, fino a quel momento inesplicabile, immergendosi nell’animo sofferente di un criminale. Eppure, padre Brown è fantastico.

Scrive e parla, da almeno un quarto di secolo e quasi mai a sproposito, di fumetto e illustrazione . Ha imparato a districarsi nella vita, a colpi di karate, crescendo al Lazzaretto di Senago. Nonostante non viva più al Lazzaretto ha mantenuto il pessimo carattere e frequenta ancora gente poco raccomandabile, tipo Boris, con il quale, dopo una serata di quelle che non ti ricordi come sono cominciate, ha deciso di prendersi cura di (Quasi).