Te, gli intellettuali e i pirati

Paolo Interdonato | Bagatelle per un Alph-Art |

Quarantadue.
Ma magari. Altro che quarantadue. Trentasei, secco. Il voto minimo per ottenere la libertà da quel luogo di detenzione chiamato Liceo scientifico.
Cinque anni trascorsi all’insegna dell’invisibilità. L’essere stato, fin da bambino, un lettore degli X-Men vagamente sociopatico, aveva caricato la mia adolescenza di attese. Mi aspettavo grandi cose dalla pubertà: una trasformazione fisica che liberasse capacità straordinarie. Ali per volare, raggi dagli occhi, un fitto strato di pelo blu… Qualcosa che mi rendesse evidente. Quando, con rammarico, ho capito che non sarebbe successo, ho deciso che, almeno, avrei tentato di essere invisibile.
Odiavo tutto della scuola: il brutto edificio, di un colore malato, progettato come un carcere; il potere sottile e perverso esercitato da professori che non ne volevano proprio saperne di essere maestri; il tempo scandito da campanelle feroci come il ticchettio del coccodrillo di capitan Uncino; i discorsi dei miei coetanei su temi che non capivo; la loro indifferenza alle poche cose che mi interessavano davvero; il disagio di sentirmi diverso, proprio come tutti; e, soprattutto, la mia presenza in quell’ambiente malsano, il cui unico scopo era portarmi alla maturità.

Il fumetto mi ha salvato la vita. Tra il 1982 e il 1987, in edicola mica ci compravi i supereroi o i manga. Trovavi un sacco di fumetto seriale, un po’ di porno e le riviste, chiaramente divise tra “popolari” e “d’autore”. E mica c’era nulla di male a leggere le une o le altre, ché leggendo “1984” potevi incappare in schifezze inguardabili e su “Lanciostory” scovavi vera bellezza. Per salvarmi dall’alienazione scolastica (o forse solo da me stesso), scandagliavo quotidianamente l’edicola e sceglievo con cura come spendere i pochi soldi che riuscivo a racimolare. Leggevo le storie pubblicate a puntate sulle mie amate riviste, i pochi fumetti raccolti in volume, ma anche le serie. In quel quinquennio ne avevo trovate alcune che mi piacevano tantissimo: un lustro che si era aperto con “Martin Mystére” e chiuso, mentre mi inerpicavo verso il conseguimento della maturità, con “Dylan Dog”. Mi divertivo tantissimo a leggerle. Spesso mi stupivo. Cinque anni. A ognuna di queste serie riservavo tre anni e mezzo, quarantadue mesi, di fedeltà e attenzione. Poi un po’ alla volta mi disamoravo, un po’ annoiato dalla ripetitività sicura, ipnotica e consolante.

Un tecnico di radiologia, capace di usare i più raffinati strumenti che abilitano la diagnosi medica. Agisce sui parametri delle applicazioni, seleziona filtri, applica intervalli, scherma valori, estrae dati di scarto e li interpola con quelli provenienti da altri esami, e, così facendo, riesce a produrre informazioni inattese. Uno Sherlock Holmes che colleziona indizi e, con la più avanzata tra le tecnologie medicali, rende visibile l’invisibile. Non basta lo sguardo di insieme a tutto ciò che è presente nella stanza, per scatenare abduzioni cervellotiche. Bisogna studiare ogni giorno, allenarsi, sperimentare, provare tecniche inusuali, concedersi esami costosi inutili agli occhi del management. E, alla fine, l’identificazione del male curabile giustifica lo sforzo.

“Radiation House” di Tomohiro Yokomaku e Taishi Mori è un po’ medical thriller e un po’ storia d’amore sfigato.  In Italia, nel momento in cui scrivo, ne sono usciti cinque volumetti per J-Pop. Leggero, informato e ben raccontato. Lo adoro.
So che mi allieterà per qualche tempo e che, presto o tardi, finirà. L’impianto narrativo è semplice: il protagonista è Iori Igarashi, un supermedico nipponico, specializzatosi negli Stati Uniti, che, per amore, decide di ridurre le proprie qualifiche per essere assunto nell’ospedale in cui lavora la donna della sua vita (nella speranza che lei capisca di esserlo). Nella nuova posizione, Iori limita il proprio ambito di intervento agli esami di laboratorio, a radiografie, TAC, mammografie, ecografie, … Burocrazia medica, tensione erotica tra personaggi costretti a trascorrere tante ore insieme, lunghe spiegazioni tecniche, dettagli medicali, tanti pazienti spaventati di fronte all’ignoto, perché sanno che se qualcuno ti guarda dentro – con quel dispiego di tecnologia, poi – lo sta facendo perché non sa cosa troverà ma sospetta che ci sia qualcosa di brutto.
Divertente! Mai cinico, molto umano, a volte emozionante, strappa spesso risate.

Per quanto tempo può durare una serie così? Per il tempo giusto. Quando l’idea sarà esaurita (o, forse, prima o, in molti casi, un po’ dopo) la serie finirà. Gli autori e gli editori dovranno necessariamente trovare qualcos’altro per rallegrare i lettori. In Giappone finisce tutto. Sono finiti “Doraemon”, “Dragon Ball” e “Naruto”; finiranno “One Piece”, “Berserk” e “L’Attacco dei giganti”.
Se hai una buona idea, la usi finché puoi e finché devi. Poi smetti, perché è inutile incaponirsi a proseguire una storia che attraeva un milione di sguardi e che ha perso due terzi dei lettori. Il numero di copie vendute nel momento di picco non esprime un potenziale che potrà essere ancora espresso. Lo sanno tutti. Quel numero esorbitante di copie è lo stato contestuale di un fenomeno che non si ripeterà più in quella precisa forma. Allora, tanto vale liberare spazio e continuare a cercare. Per avere sperimentazioni, divertimento, diversificazione e nuovi fenomeni.

Le idee per la serialità sono sempre semplicissime. Di solito le si esprime con una frase breve e densa, quasi da pubblicitario: “il tecnico di radiologia che salva la vita”, “la città protetta da mura altissime che tengono alla larga  i giganti antropofagi”, “il poliziotto che si sveglia dal coma scoprendo che un’epidemia zombi ha decimato l’umanità”, “il re del terrore”, “il lupo innamorato di una gallina”, “l’investigatore del mistero”, “l’indagatore dell’incubo”… Cose così. Divertenti! Ma per quanto tempo possono durare? In un’industria sana, per il tempo necessario a garantire il massimo profitto senza annoiare i lettori. In un’industria morente, fino a quando l’ultimo dei lettori desiderosi di consolazione e sicurezza, per mere ragioni biologiche, non potrà più acquistare quella pubblicazione.

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