«Il cielo sopra il porto aveva il colore della televisione sintonizzata su un canale morto»

Boris e Paolo | QUASI |

Una delle poche cose sulle quali siamo in totale sintonia è il fastidio che proviamo nei confronti di chi parla di fumettomondo. Tutte le volte che quel sistema di narrazioni, capace di esprimere racconti che amiamo ma anche – e soprattutto – nefandezze, diventa un tema di discussione egemonica ci coglie l’urgenza di uscire dalla stanza.
A noi i fumetti, alcuni fumetti, piacciono. E ci piacciono molto. Li usiamo per vivere meglio e per capire il mondo. Lo abbiamo già detto altrove, ma vale la pena ripeterlo:

«Le rubriche di QUASI […] non raccontano il fumetto attraverso il mondo del fumetto, ma usano il fumetto per raccontare e “interpretare” il mondo reale.[…] La diagnosi che accomuna i molto felici pochi che fanno e leggono questa rivista, è quella della approssimatività del proprio cammino lungo i percorsi dell’immaginario, e della consapevolezza che quell’approssimazione non è sintomo di incompetenza, ma di assoluta libertà. La libertà di cambiare strada a ogni groviglio simbolico, per costruire strani anelli.»

Siccome il fumetto è uno strumento che ci fa vivere meglio, ci interessa anche capire come vivono le persone che lo fanno e che lo vendono: gli autori, gli editori, i distributori e i commercianti. Abbiamo accolto con interesse la nascita di MEFU, Mestieri del Fumetto, «gruppo di ricerca che», come dichiara senza troppi fronzoli la pagina di presentazione dell’iniziativa, «si pone l’obiettivo di indagare quale sia la situazione economica dei creatori di fumetto in Italia».
Il progetto MEFU ci è molto simpatico. È nato negli stessi giorni in cui nasceva QUASI e porta con orgoglio in copertina un procione samurai disegnato da Laura La Came Camelli. Tra il primo maggio è il quindici giugno ha censito duemila autori di fumetti e ha chiesto loro di compilare un paio di questionari: « il primo dedicato al quadro generale dei mestieri del fumetto», compilato da 339 autori; «il secondo teso ad approfondire condizioni contrattuali ed economiche delle singole opere», compilato per 255 fumetti pubblicati.
I dati raccolti sono stati sintetizzati in un report, reso disponibile lo scorso martedì, che si propone di divulgare «i risultati dell’indagine 2020 sullo stato economico e professionale dei creatori di fumetto in Italia».

Il report è accessibile ed è facile da leggere; inutile riassumerlo. Il quadro che ne emerge è sconfortante. Riportiamo per comodità una singola torta che dice tantissimo: quella dei guadagni che vengono dal fumetto a individui, per tre quarti maschi, che nel 74,2% dei casi dichiarano di fare il mestiere dell’autore di fumetti.

Questo è il guadagno degli autori unici. Ai disegnatori va un po’ meglio, ma mica tanto.

Il dato merita di essere guardato con attenzione, perché ci dice alcune cose del paese reale.
Gli autori che hanno scelto di rispondere, pur rappresentando l’intero settore, raccontano soprattutto un segmento di popolazione che dovrebbe dirci molto del nostro futuro. L’86,6% è composto da individui nati tra il 1980 e il 1999; il 61% realizza graphic novel, il 51,9% lavora per periodici (gli autori che frequentano entrambi i moduli commerciali sono il 12,9%).
La retribuzione di quegli autori è sicuramente spaventosa, ma ci sembra che quel dato faccia ancora più paura perché racconta lo stato del paese, letto attraverso il prisma dei lavoranti del fumetto.
Parrebbe quasi che abbia deciso di rispondere ai questionari di MEFU un campione di lavoratori giovani, poco tutelati, poco retribuiti, con poche certezze. Forse non si sono espressi gli autori che hanno raggiunto un punto di stabilità economica più significativo, ma di quanto avrebbero spostato il risultato?
Potrebbe essere interessante paragonare questi indicatori retributivi con quelli degli individui della medesima fascia d’età occupati (per quanto è possibile, di questi tempi) in settori diversi dal fumetto. Temiamo che quel dato, auspicabilmente migliore, racconti comunque un paese in cui l’età media si alza, si allontana l’età in cui si riesce ad accedere alla stabilità e all’indipendenza e l’età pensionabile diventa un miraggio.
Un paese di vecchi costretti a lavorare a oltranza per difendere diritti acquisiti, che vengono così allontanati dalle dita di giovani che vorrebbero entrare nel futuro.

La volontà prosaica di MEFU di parlare di soldi ci piace molto, anche perché ci mette in contatto con le nostre contraddizioni. QUASI è volontariato, guidato da due tipi che hanno affrontato la crisi di mezza età troppo tempo fa. Tutte le amiche e gli amici che compaiono su questo blog o sulla rivista di carta lo fanno investendoci tempo e fatica. QUASI rifiuta di inserirsi nel mercato: è edito da un’associazione culturale e non ospita inserzioni, pubblicità o anche solo scambi di favori.
Chi lavora commerciando con la propria creatività sa che spesso si deve interagire con squaletti e cuccioli di alligatore che pagano in visibilità. QUASI promette invisibilità fin dal sottotitolo. Ci piacerebbe essere orgogliosi della nostra assoluta distanza dalle questioni economiche e commerciali. Invece, dannazione!, temiamo di far parte del problema. Non abbiamo soluzione, però ci piacerebbe parlarne con gli autori e con gli operatori.

Scrutiamo il molo e ci accorgiamo che, come nell’incipit di Neuromante, romanzo con cui William Gibson dà la stura al cyberpunk e al futuro, «Il cielo sopra il porto aveva il colore della televisione sintonizzata su un canale morto».

Proprio quella frase, che sente di hard boiled, di tecnologia fatiscente e di futuro negato, è il tema di questa settimana. Adesso, per qualche giorno, giochiamo con quel tema, ma non vogliamo dimenticarci che i fumetti che ci aiutano a vivere meglio (e anche quelli che ci sono indifferenti) per esistere hanno bisogno di un mercato sano. Non abbiamo proposte o idee che possano migliorare la situazione, ma continueremo a leggere con interesse le analisi di MEFU. Con la sensazione di aderire pienamente a un verso dei Reduci di Gaber: «Ma il fatto di avere la coscienza che sei nella merda più totale/ è l’unica sostanziale differenza da un borghese normale.»

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