If I Can't Dance, It's Not My Revolution

Playlist: L’ombra delle idee

LATO A

#1

Trovare brani per il tema di questa settimana, “l’ombra delle idee” è complicato almeno quanto allacciarsi le stringhe da sbronzo. Penso a Platone e alla sua caverna e mi viene in mente solo gente che in quella caverna ci stava per ragioni diverse. Per esempio, alla diciannovesima edizione dello “Zecchino d’Oro”, nel novembre del 1976, partecipa una canzone che diventa subito una hit della mia classe (la terza B, scuole elementari G.Di Vittorio, Senago). Si chiama Gugù e parla di un bambino per il quale lo studio è una fatica assassina. Perché uscire dalla caverna è difficile, in particolar modo se devi andare a scuola portando libri di pietra. (cantava Enrico Zanardi, ma in quel momento quel cognome non mi diceva niente). [PI]

#2

So niente dei Mumford & Sons. Niente! Solo che hanno un nome che mi ricorda una situation comedy degli anni Settanta (Sanford & Son, se non ricordo male) e sapere che sono un gruppo relativamente recente che fa musica con un sound vecchiotto mi mette allegria. Il loro album d’esordio è del 2007 e si chiama Sigh No More. La seconda traccia fa al caso nostro: The Cave. Ascolta un po’: «So tie me to a post and block my ears/ I can see widows and orphans through my tears/ I know my call despite my faults and despite my growing fears». [PI]

#3

My shadow di Jay Reatard è una delle mie canzoni preferite di Blood visions un disco registrato in un garage in cui Jay ha cantato e suonato tutti gli strumenti. Non c’è stato un disco successivo perché è morto. La mia ombra è bloccata, dice. «My shadow is stuck. / It’s like the darkness / all you ever seem to be / and nightmares only/ make a memory».
Tutto quello che mi sembra che tu sia è come una tenebra, e solo gli incubi restano nella memoria.
È un pezzo punk che ti fa saltare, ma come sempre nel testo ci sono un disagio e uno strazio che tagliano come la carta. [AS]

#4

Per assonanza, allora, L’ombra della luce. Invocazione, preghiera, canto, più che canzone. Battiato racconta sempre di averla scritta lasciando che i versi uscissero da soli, senza forzare nulla. Giorno dopo giorno sedeva al piano, riprendeva la melodia e le parole precedenti mentre le nuove arrivavano, come idee in visita da mondi lontanissimi. Per quanto il testo sia bellissimo, la versione davvero da brividi è quella in arabo del concerto a Baghdad del 4 dicembre 1992. [FP]

LATO B

#5

Per contrario invece Bob Dylan, che in Not dark yet non sente «nemmeno il mormorio di una preghiera». «Dietro ogni bella cosa», canta il vecchio Zimmerman, «c’è stato un qualche tipo di dolore… E non è buio ancora, ma presto lo sarà». Che sia questa l’ombra delle idee? [FP]

#6

Martin Gore dei Depeche Mode ha da sempre un debole per il blues, il gospel, il suono del Sud, pure il country. Ma debole forte perché a ben guardare quei canoni stilistici li ha sempre più riportati anche nella scrittura dei pezzi della band. A ogni modo, in un album solista, Counterfeit, prende I cast a lonesome shadow di Hank Thompson e porta l’ombra solitaria, originaria di un singolo del ’62, da qualche parte più avanti, in un futuro imprecisato di contrappunti synth dove la solitudine del cantante diventa sempre più pericolosamente vicina rispetto a quella di un tizio con lo Stetson e un fazzoletto al collo… [LC]

#7

Un titolo di 10 parole che è uno scioglilingua. lo stesso grezzissimo rif della chitarra di Keith ad aprire e chiudere il pezzo. In mezzo il basso di Bill e le chitarra di Brian che si fondono e confondono in un insistente ronzio. Mentre la batteria di Charlie se ne va apparentemente per i cazzi suoi. Su tutto la voce di Mick che ci racconta questa folle storia di cui non sapremo mai se si tratta di una mamma puttana che batte nell’ombra di un vicolo, o di una madre castrante che spia i primi passi della figlia nel mondo nascosta nell’ombra. Qualcuno l’ha definita la prima canzone punk della storia. Non lo so. So solo che l’ascolto a ogni festa della mamma. [BB]

#8

E poi c’è questa canzone, che non c’entra proprio niente con l’ombra delle idee. Ma lei si chiama Ombretta Colli e, con parole di Giorgio Gaber, parla di una proiezione del corpo che diventa merce. [PI]

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