Affiche

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Hai presente gli spazi in cui, periodicamente, compaiono i manifesti elettorali? Per evitare che siano spazi riservati solo a faccioni poco raccomandabili, accompagnati da pensieri liofilizzati in forma di slogan, l’associazione culturale Tapirulan si è inventata un gioco.
Per un certo periodo dell’anno ci si impossessa di quegli spazi, affiggendo delle illustrazioni bellissime. Un atto d’amore nei confronti della città e dei suoi abitanti.
In un momento in cui è difficilissimo infilarsi in una sala per guardare immagini appese, dietro occhiali e mascherine e mantenendo la distanza dagli altri, questa idea – che è già ottima di suo – diventa straordinaria.
Tapirulan sceglie di dedicare la mostra di quest’anno a Nicoletta Ceccoli. Non è roba innocua. Per fortuna.
Fratelli d’Italia, Lega e altri fascisti gridano allo scandalo.

Felix Petruška, dalla sua bacheca Facebook, condivide un pensiero e un racconto di Topor.

«Riguardo alla polemichina del giorno nella mia bolla (che tanto polemichina non è), su Nicoletta Ceccoli che ha fatto infiammare le gote a quegli irreprensibiloni dei fascisti: forse è bene ricordare che anche il lavoro di chi produce immagini — lavoro fortunatamente superfluo tra i superflui — ha un senso, e una direzione, anche se spesso non lo diresti.
Senza voler nobilitare eccessivamente nessuno, da queste parti si presidia il terreno dell’immaginario condiviso: si cerca di tenerlo pulito dalle schifezze, e anche di non lasciare, in ultimo, che quei meschini malvissuti di CasaPound, del Primato Nazionale e di Fratelli d’Italia ne restringano troppo i confini, con la forza dei loro quadricipiti spartani e delle loro rinomate tartarughe.
È un lavoro che si compone per lo più di attività di poco conto, tutt’altro che eroiche: niente più del mestiere quotidiano di chi, come in altri campi, si guadagna il pane (c’è chi nel farlo sfoga i suoi fantasmi, senza far male a nessuno, e chi se ne sta ben all’interno dei bastioni della morale, ma intanto si occupa della manutenzione dell’ordinaria estetica di tutti i giorni). È un lavoro socialmente utile, quanto quello di un netturbino.
Quello che abbiamo cura di collocare, disporre e comporre nel perimetro del rappresentabile può essere nominato, esorcizzato, discusso: guardato, anche con orrore e disgusto. Possiamo dargli un nome, e anche decidere di cacciarlo fuori dalle mura della città “reale”. Ma qui, tra quelle dell’immaginario, Caino e gli altri mostri devono avere diritto di cittadinanza.
Primo: perché sono belli.
Secondo: perché quello che releghiamo nel buio là fuori non è l’osceno che possiamo immaginare, addomesticato dai simboli, dalle forme e dalle parole: è l’osceno che accadrà; cogliendoci, come è sempre successo, alle spalle. L’opportunismo vigliacco dei fascisti questa cosa la capisce al volo. Forse noi dovremmo dircela più spesso.»

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