If I Can't Dance, It's Not My Revolution

Playlist: Senza passare dal via

Da ascoltare in modalità “random”

#3

1973. Serge Gainsbourg, a causa dei 4 pacchetti di gitanes che fuma al giorno, ha il suo primo infarto. Dovrebbe smettere, ma se lo facesse non sarebbe Serge. Di lì a poco i pacchetti di gitanes diventeranno 5. Serge sa che non diventerà mai un ottuagenario rincoglionito e mummificato nell’agiografia, sa che la sua esistenza è una condanna (a morte). E lo racconta all’unica donna che ha veramente amato, Jane, con questa canzone che riesce a penetrare persino cuori insensibili come il mio. Nonostante tutto l’amore che lei gli porta, nonostante tutto l’amore che lui le porta, lui è destinato ad andare, presto, e senza ripassare dal via. Ed è andata proprio cosi. [BB]

#5

Alla fine degli anni 80 le industrie discografiche – che ci hanno messo un attimo a dimenticarsi il ruolo seminale di Gil Scott-Heron – stanno impazzendo per trovare un’etichetta vendibile che racconti quelle sonorità che si sentono sempre più spesso e si sviluppano all’incrocio tra jazz e hip hop. I due nomi che si sentono di più sono trip hop e acid jazz. Il primo pare quasi un marchio registrato da Bristol. Il secondo riempie il catalogo di Blue Note di dischi spesso dimenticabili. Uno che non mi ha più lasciato è Hand On The Torch, inciso nel 1993 dagli US3. Quel disco si apre con un pezzo ipnotico, Cantaloop (Flip Fantasia), che è tutto costruito mettendo in loop un sample di Cantaloupe Island, inciso per la prima volta da Herbie Hancock una trentina di anni prima. Quel sample viene messo in loop e ti ipnotizza come se stessi giocando a Monopoly e percorrendo sempre lo stesso percorso. Poi, improvvisamente, arriva una caduta e ti ritrovi a ballare, senza passare dal via. [PI]

#6

Anche Frank Zappa era un giocatore di Monopoly. Io lo conosco poco poco, ma cercando in rete scopro che, con la solita infilata di musicisti incredibili, ha fatto un pezzo che si chiama Senza passare dal via. Ma, si sa, suonare il Monopoly è come danzare di architettura. [PI]

#10

E come trascurare questo gioiellino di Edoardo Bennato. Pinocchio derubato e condannato non può passare dal via a prendere la paghetta. Lo scherno definitivo per tutti i giustizialisti della domenica. [BB]

#8

Edie Sedwick muore di overdose nel 1971, a poco più di 28 anni. È stata una presenza fondamentale della Factory di Wharol, e un po’ tutti erano innamorati di lei. La sua morte è solo la tappa finale di un percorso autodistruttivo cominciato proprio con il suo arrivo alla Factory nel 1965. Un viaggio diretto alla fine, senza possibilità, o volontà, di ripassare dal via. Bob Dylan, di cui era stata compagna dal 1963 al 1965, scriverà per lei, e su di lei, prefigurandone la fine, questa imprescindibile canzone. [BB]

#9

Ci sarebbe Cioccolata IACP degli Offlaga Disco Pax che si apre proprio con: «La mia adolescenza moderatamente inquieta è trascorsa in un blocco di caseggiati dell’Istituto Autonomo Case Popolari/ un luogo protettivo dove i miei amichetti conobbero le droghe pesanti senza passare dal via/ quel gruppo era la prova, solo allora vivente, che quelle leggere non sempre hanno la colpa di tutto». Ma sono 9 minuti di una tristezza così totale che fatico a inserirla. [GT]

#11

Quando sei alla fine degli anni ’80 e la sensazione di essersi persi tutti è forte anche se il mondo intorno è color lucidalabbra rosa e la rotta per il futuro pare tracciata da Publitalia ’80. Insomma, tutto sembra rassicurantemente stupido (= accessibile) e consumabile, il mondo dei sogni è dominato dalla TV. Ma la strada presa con tutti i trucchi che consentivano di entrarci senza passare dal via è una strada che esige un prezzo non negoziabile. Chris Rea, mezzo italiano di Middlesbrough, armato di Stratocaster, slide al mignolo, anima blues, arrangiamento pop, ci dice che si va dritti all’inferno. [LC]

#12

In un clima emotivo che ricorda un po’ 1st September 1939 di WH Auden, un po’ The Second Coming di WB Yeats, solo che non ci sono guerre mondiali che incombono ma solo, si fa per dire, il deterioramento essenziale del vivere, dell’arte, della creatività, il punto di partenza non può essere il “via” ma solo quello della fuga nel rifiuto. Se non importa il punto di partenza figuriamoci quello di arrivo. Il messaggio ha ormai quindici anni ma lo schifo che c’è nel mondo non è certo diminuito, quindi possiamo alzare il volume come fosse il 2005. [LC]

#1

Già da piccolissimo questa canzone, ascoltata ininterrottamente su un 45 giri di mia madre, mi proiettò direttamente nell’universo che avrei poi amato dall’adolescenza in poi: le storie cantate. Per quel motivo ascoltavo avidamente prima gli 883, Ligabue e gli Articolo 31 (che negli anni Novanta raccontavano un sacco di storie appassionanti per bambini come me) e poi, finalmente quattordicenne, Guccini, De André, De Gregori e tutti gli altri che ben sappiamo. Ma La tartaruga di Bruno Lauzi è stata la prima. Da grande, proprio come lei, e un pò a causa di lei, mi sarei schiantato contro il muro dell’incomunicabilità, ma qui c’era ancora tutto il tempo del mondo. [FP]

#2

E poi, repentinamente, avevo già fondato una (scalcinatissima) band: ci chiamavamo La Corte dei Miracoli. La nostra particolarità era data dal fatto che ogni componente amava un genere diverso ed era convinto di suonare musica simile al suo ideale. Per cui, noi che in realtà si facevano “canzoni d’autore” (o qualcosa che voleva assomigliarvi), eravamo convinti a turno di suonare metal, punk, rock anni ’80 e blues. In mezzo a questo pasticcio, in quasi ogni concerto eseguivamo Vaudeville di Vecchioni, una canzone molto stupida e divertente, dove un cantautore viene ucciso a pistolettate. Il fatto che Vecchioni non stesse in realtà facendo autoironia l’ avremmo capito dopo, ma all’epoca, revolver giocattolo alla mano, eravamo gasatissimi a urlare tutti insieme sul palco «Sceeemo! Sceeemo!», convinti di essere davvero originali. Ovviamente i coetanei che ci venivano a sentire non avevano la minima idea di quel che stavamo facendo e il più delle volte abbandonavano la sala immediatamente, quasi senza passare dal via. Come dargli torto. [FP]

#7

Ghigo Agosti: rock demenziale, uno dei primi, se non il primo insieme agli Arrabbiati a giocare con le parole “senza passare dal via” oppure a passarci svariate volte. Fu censurato dalla Rai per la sua Coccinella dedicata ad un’artista transgender francese e non contento continuò in seguito ad essere censurato ancora ed ancora per i suoi testi “equivoci”. Questo è il mio preferito, e capitelo da soli di cosa parla. Io avevo il 45 giri e da piccola me lo sparavo varie volte al giorno. Alla fine ne feci anche una cover con il mio gruppo di strada “I Sinistrati”. [AF] 

#13

«And if the snow buries my / My neighborhood / And if my parents are crying / Then I’ll dig a tunnel / From my window to yours». Il 14 settembre 2004 esce Funeral,il primo album in studio del gruppo  musicale canadese Arcade Fire, che finirà sesto nella classifica di “Rolling Stone” dei migliori album del decennio 2000-2009. L’album si apre con un pezzo indimenticabile, Neighborhood #1 (Tunnels), quasi 5 minuti di crescendo emozionante, struggente, inarrestabile, che per me resta la cifra poetica più significativa e potente della band canadese: «E se la neve seppellirà il mio quartiere, e se i miei genitori saranno in lacrime, allora io scaverò un tunnel dalla mia finestra alla tua». A volte, se non si può passare dal via, si può creare un altro percorso, nuovo e strano. [AS]

#4

Qualche tempo dopo la morte di Serge, Jane Birkin tiene un tour che dovrebbe essere una specie di addio al palco. Il tour si deve concludere a Parigi, all’Olympia. La serata si chiude con lei che canta questa canzone, al termine si inginocchia, appoggia il microfono per terra davanti al pubblico, si gira e se ne va. Io c’ero. quando ci ripenso mi commuovo ancora. [BB]

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