Pantomime del Calisota

Maledetto vile sporco denaro

Rispetto all’automobile, la bici ha uno svantaggio. Almeno la mia, che è un vecchio rottame esclusivamente meccanico; magari quelle di ultima generazione hanno anche queste incredibili funzioni elettroniche. Quando esco dalla bettola in cui, Paolo e io, ci siamo ficcati a inizio serata, non ho un telecomando da schiacciare compulsivamente per farmi segnalare dal mio mezzo, con le sue lucine lampeggianti, dove diavolo l’ho parcheggiato. Però devo anche ammettere che non mi è mai servito, perché quando esco dalla bettola, basta che cerco il palo più vicino (alle volte è un’impresa, ma lo sarebbe anche trovare in tasca il telecomando… anzi, trovare la tasca) e la mia bici, se non me l’hanno ciulata, è lì.
Uso pochissimo la macchina. Solo se non posso proprio farne a meno. Per andare a Lucca, come in qualsiasi altra città in cui ci sia una stazione (se non c’è una stazione è una regola scientifica che non ci sia nemmeno, per me, un motivo per andarci) preferisco il treno. Non è il guidare in sé, quello lo capisco e mi piace, figurati: mi son formato sulle storie di Hunter Stockton Thompson. Il problema arriva quando sei arrivato. Se potessi piantarla lì, l’auto, davanti a dove dovevo arrivare – come faccio praticamente sempre con la bici – non avrei problemi a usarla. Ma è il tempo sprecato a cercare dove lasciarla, a trovarle un dannato parcheggio che non mi costi una fortuna, in multa o in tariffa oraria. Tempo che, nel caso di alcuni spostamenti brevi, dura più di quello dello spostamento in sé. Ecco, questa cosa mi manda il sangue alla testa. Mi guasta la giornata e allora preferisco non usarla.
Il mio amico Andrea Coccia, nel suo pamphlet contro l’automobile, pubblicato dai ragazzi di Eris, ci spiega che l’auto è uno strumento paradossale, che genera la propria necessità. Per esempio, crediamo che l’auto ci serva per raggiungere il lavoro lontano da casa, e quasi le siamo grati per questo, quando in realtà lavoriamo lontano da casa perché abbiamo l’auto per raggiungere quel posto. Questo paradosso è un vero dilemma morale. Seguimi ancora per un attimo che te lo spiego con un fumetto.
Se ha ragione Coccia, e ha ragione, l’automobile è un costrutto simbolico che, per questa sua natura paradossale di soddisfarci bisogni che ci ha creato, sta alla base dell’attuale sistema capitalistico. Come, e forse più, di quell’altro paradosso: il denaro.

Il denaro, come dio, non esiste. Non è mica un caso che sui dollari ci sia stampigliato «in god we trust». Il denaro non è niente, un concetto senza referenza, un fenomeno psicologico, un atto di fede.
Un po’ come il dio dei cristiani che diventa (come la chiamano, questa cosa, consustanziazione o transustanziazione?) un pezzo di pane, così il dio denaro diventa (questo lo chiamiamo tutti valore simbolico) un pezzo di metallo o di carta. Moneta.
Il denaro non basta mai. Fa quasi ridere: se hai i soldi hai sempre bisogno di altri soldi. Ma se il denaro non è niente, come si può avere bisogno di sempre più nulla? Eppure è una verità fondamentale. Perché il denaro, oltre a non esistere, porta con sé un problema (quello che ci arreca il danno più grave e che ci distruggerà perché viola il secondo principio della termodinamica): ha come unico metro di valore la quantità. Sempre di più.
Adesso ti racconto un aneddoto che mi piace molto. Siamo a Barcellona. Al caffè “La Tranquilidad”, all’angolo tra l’Avenida del Paralelo e la calle Conde de l’Asalto. Un gruppo di anarchici discute animatamente a un tavolo. Tra gli altri si riconosce Durruti. A un certo punto un mendicante si avvicina e li interrompe per chiedere degli spiccioli. Durruti estrae dalla tasca della giacca una pistola, fa salire il colpo in canna, toglie la sicura e la mette in mano al mendicante. Poi gli dice «Prendi questa! I soldi vai a chiederli in banca».
Non so se questa storia è vera. Ma non è quello il punto. Ogni volta che la racconto il collegamento successivo che mi viene da fare è quello con Jesse James. No, non il personaggio storico: per quel criminale ex-confederato che non volle deporre le armi dopo la fine della guerra civile, non provo certo moti di simpatia. A questo punto penso sempre al personaggio di fantasia inventato da Goscinny e Morris per una lunga storia di Lucky Luke pubblicata nel 1969 su “Pilote” (poi raccolta in volume, il 35esimo della serie, da Dargaud).
Lontano cugino dei Dalton, Jesse James è fin da bambino ossessionato dalle avventure di Robin Hood. Per seguirne le tracce decide di rubare ai ricchi per dare ai poveri, solo che, la prima volta che elargisce il bottino di una rapina a un tapino spogliato di tutto, questi esulta di gioia: SONO RICCO!
E qui si genera quello stesso paradosso dell’automobile. Guarda la pagina. Con quel ritmo perfetto, che Goscinny e Morris riuscivano a creare nelle storie migliori.

Tre vignette, in cui lo sguardo è guidato con assoluto dinamismo, e nelle quali il paradosso viene al pettine: se togli a uno che ha per dare a uno che non ha, quello che aveva adesso non ha e quello che non aveva adesso ha. Quindi la tua azione non è servita a nulla.
Una vignetta, in cui lo sguardo viene lentamente rallentato e posto su una traiettoria sbilenca, nella quale si pone il quesito morale: visto che rapinare gli uni per dare agli altri non cambia l’ingiustizia della ricchezza, che fare.
Una vignetta che rompe lo sguardo arrestandolo, con l’entrata in scena di Frank, fratello di Jesse, che nella vignetta successiva ha la soluzione. Tu dai il bottino a me che sono povero e così divento ricco, tu diventi povero e allora io te lo ridò così ritorni a essere ricco, solo che ridivento povero io e allora tu me lo ridai e così via, ce lo teniamo noi.
Le ultime tre vignette riportano lo sguardo su una linea naturale, dritta. La soluzione è stata trovata grazie a Frank, che è l’intellettuale di famiglia. E consiste nella perfetta redistribuzione della ricchezza. E nella costruzione di un ordine che contiene l’entropia. Pericolo scampato! Da quel momento Jesse e Frank non si fermeranno un momento. Rapine in banca, assalti alla diligenza, agguati al treno.
Non spaventarti. Non voglio dire che la soluzione sia andare a far rapine. Volevo solo sottolineare come la società basata sul lavoro salariato come unico diritto a procurarsi denaro sia solo un’ingannevole costruzione teorica.
Questa è una verità che potrebbe cambiare il mondo. Perché la storia dell’umanità NON È un’inevitabile cammino verso forme sempre più invasive di mercato: l’attuale trionfo del denaro NON È dato per natura. Credere che l’uomo sia naturalmente economico è ciò cui ci vuole portare l’ottuso determinismo dei preti, dei docenti d’economia, dei fabbricanti di automobili. Per trentamila anni l’uomo ha fatto a meno del denaro, di una cosa che non esiste, per regolare le proprie relazioni sociali. E basta ancora oggi il gesto di un anarchico del passato come Durruti, o di un personaggio dei fumetti come Jesse James a dimostrarne l’insussistenza.
Questa verità rompe l’ingranaggio monetario più di una crisi finanziaria. Stai allegro va’. Che se, nonostante i vecchi miliardari che governano il mondo, le giovani generazioni capiscono questo, che un mondo senza mercato e senza denaro non solo è possibile, ma è stato praticato per migliaia di anni, non ci saranno più rapine. Ovvio, perché non ci saranno più banche.

Resteranno sempre i treni: Mani in alto! Questa è una rapina.

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