Un narratore infaticabile

Paolo Interdonato | Il fumetto di Babele |

Il 1856 si infigge, quasi inatteso, nella tranquillità priva di sobbalzi che caratterizza la vita di Charles Lutwidge Dodgson. È vero: nulla ha mai un inizio così netto e definito e i sintomi di quanto sarebbe accaduto in quell’anno fausto erano già nell’aria. Ma esistono momenti che, con il proprio arrivo, definiscono un prima e un dopo. Nel 1856 nasce Lewis Carroll.
Charles ha sempre amato la narrazione e la messa in scena. Aveva iniziato, piccolissimo a scrivere racconti e poesiole che, da quando aveva compiuto tredici anni, raccoglieva in giornalini costruiti appositamente per i familiari. Pare poi che amasse recitare e che, aiutato dalle sorelle maggiori, indossasse parrucche e abiti da bambina per allietare la casa.

Nel 1856 i tempi sono maturi: Charles inizia la propria carriera da insegnante a Christ Church dopo aver risolto tutte le incombenze da studente l’anno prima (lo stesso anno in cui Henry John Temple, terzo visconte Palmerston, diviene Primo Ministro della Gran Bretagna, Alessandro II diventa zar di Russia, muore Charlotte Brontë e apre la prima Esposizione Universale di Parigi).
Finalmente indipendente e ufficialmente adulto, Charles Lutwidge Dodgson può iniziare a dedicarsi alle cose che contano. In quell’anno meraviglioso mette a frutto il proprio amore per l’immagine, scoprendo la fotografia: si dedica a questa giovane arte supportato da tecnologia ancora acerba (il procedimento al collodio, macchinosa e fragile tecnica di cattura dell’immagine, aveva rimpiazzato la dagherrotipia solo 5 anni prima). Compra un apparecchio fotografico e ottiene dalle autorità accademiche il permesso di allestire uno studio sopra la propria stanza. Quel misterioso oggetto è una macchina talmente nuova da apparire magica e meravigliosa agli occhi della maggior parte dei concittadini del matematico. Le madri fanno di tutto perché i propri figli siano ritratti, con l’accuratezza consentita dal mezzo, e perché sia loro concesso di poter conservare un’immagine, fedele, di un viso che il tempo sfiorirà. La fotografia è l’arma straordinaria con cui Dodgson riesce ad avvicinarsi ai cuori e ai corpo (col minor numero possibile di abiti addosso) delle bimbe tanto sognate. E con il consenso dei genitori.
Perché la luce si fissi sulla lastra, l’obiettivo deve rimanere aperto per una quarantina di secondi, un tempo straordinariamente lungo per una bambina che deve restare immobile di fronte a una macchina minacciosa e inespressiva. E il tutto deve avvenire nei brevi istanti in cui la lastra fotografica è ancora umida di collodio e nitrato d’argento. L’errore del fotografo è una possibilità e la noia della giovane modella una certezza.

Dodgson è un affabulatore nato, un narratore di raro talento. I suoi racconti procedono fluidi e senza balbettii: sono incredibilmente interessanti e ipnotici; una bambina può perdercisi, regalando la propria fissità alla macchina fotografica. Ma, forse, il narratore non è Dodgson.
Nello stesso anno in cui sorge la passione per la fotografia, il 1856, Charles, il noioso matematico, firma una poesia pubblicata sulla rivista “The Train” usando, per la prima volta, uno pseudonimo che amiamo molto: Lewis Carroll. Il nome che vestiamo ci è stato imposto, alla nascita, senza che nessuno chiedesse la nostra opinione. Col tempo l’abitudine ce lo rende accettabile, ma – come potrebbe spiegarci chiaramente Humpty Dumpty, faticosamente stabile in cima al suo muro – non è veramente il nostro nome. Quando Charles Lutwidge Dodgson ha la possibilità si scegliersi un vero nome, decide di non perdere le coordinate che gli sono garantite dal nome del padre e dal cognome della madre. Per rimanere ancorato alle proprie origine e riemergere rinnovato, attraversa un gioco di traduzioni progressive. Dapprima Charles e Lutwidge vengono tradotti in latino, Carolus Ludovicus, poi invertiti e, infine, riproposti con suoni e trascrizione accessibili a un servitore della regina Vittoria: Lewis Carroll.
Con questo nuovo nome, l’insegnate balbuziente rivelerà la propria natura di narratore,  tra i massimi che abbiano calcato il suolo di questo mondo e il più grande in assoluto tra quelli che hanno esplorato quell’altro, il Paese delle Meraviglie; un giocoliere di parole e un tessitore di versi e poesiole sublimi; un logico enorme che dà il meglio quando può teorizzare sul senso e sul linguaggio; un saggista da leggere con sommo divertimento; un illustratore capace di scegliere le immagini migliori e più funzionali a che i propri racconti siano qualcosa di più rispetto alla sublime cascata di meravigliose parole.

Per molto tempo, quando Charles Lutwidge e Lewis Carroll si incontrano succedono cose speciali: inventano soluzioni per problemi strambi; costruiscono giochi meravigliosi; interagiscono nella corrispondenza con le giovani amiche di Dodgson.
Poi, a un certo punto, accade qualcosa.
Tra il 1880 e il 1881 Dodgson smette di fare fotografie e abbandona l’insegnamento. Sono, forse, la paura dello scandalo e il tedio dell’aula a fargli abbracciare la decisione drastica. Decide di dedicarsi unicamente alla scrittura di testi sulla logica e conduce una vita sempre più ritirata. Sebbene, fino ad allora, abbia regalato i libri firmati da Lewis Carroll alle sue amichette, in quegli anni il reverendo inizia a rispedire al mittente le lettere inviate al suo indirizzo che riportano sulla busta lo pseudonimo.

«… ho appena appreso – in quest’ultima ora – che è in corso di stampa un dizionario, sotto la sua direzione mi risulta, nel quale è stato incluso il mio nome, accoppiato con il nome anonimo “Lewis Carroll” sotto il quale ho pubblicato alcuni libri. E non perdo un attimo a scriverle per chiederle – con la massima serietà e urgenza – di eliminare il paragrafo nel quale sono nominato…»

Così scrive Dodgson, il 30 novembre 1880, a Catherine Laing che si appresta a proseguire il Dictionary of the Anonymus and Pseudonymus Literature of Great Bretain, iniziato da Samuel Halkett.
Il diacono Charles Lutwidge soffre per l’allegra anarchia, fatta di assenza di precetti, che caratterizza l’opera di Lewis Carroll. Macerato dai rimorsi, dapprima prende le distanze dai lavori firmati con lo pseudonimo. Poi, reso più vigoroso dai ritmi ciclici e ripetitivi di un incarico burocratico (la gestione della Senior Common Room), da una fede ardente e da una passione realizzata per gli studi e la redazione di noiosi trattati di logica e matematica, si accanisce contro il suo alter ego. Nonostante gli conceda la pubblicazione di raccolte di testi già apparsi su rivista, Dodgson è ben deciso a porre un freno all’anarchia e a tarpare l’ineffabile assenza di senso di Carroll. Tra il 1889 e il 1893 escono i due volumi di Sylvie e Bruno. In copertina riportano la firma di Lewis Carroll, ma è un’evidente menzogna. I pochi che conosco che, per mero dovere accademico, sono riusciti a leggere, da copertina a copertina, il malloppo di carta non ne parlano volentieri.

Sylvie e Bruno si sviluppa, per circa ottocento pagina, attorno a due linee narrative. La prima, in cui si sente la voce di Lewis Carroll (probabilmente un po’ infelice per l’ingerenza subita), si dipana nel mondo delle fate. L’altra è ambientata nel mondo reale e ha la forma del racconto sociale in cui si discute di religione, società e morale. Le pagine lungo cui si sviluppa questa seconda traccia sono evidentemente scritte da Charles Lutwidge Dodgson, che cerca di illuminare le coscienze dei giovani lettori e trasformarli in operosi ingranaggi della macchina vittoriana.
Poi, come succede ai vivi, Charles Lutwidge Dodgson muore: è il 14 gennaio 1898. In sua assenza, la regina Vittoria sopravvivrà 3 anni.

Ma torniamo a quell’anno nodale. In quello stesso magnifico 1856, Charles Lutwidge Dodgson incontra, per la prima volta, Alice Liddell, la figlia di tre anni di Henry George Liddell, il preside del collegio universitario di Christ Church.

Di lì a poco, questa bambina si porrà una domanda.


Note:

Il capitolo presenta una rielaborazione della postfazione che ho scritto per Lewis Carroll e Kyle Baker, Alice attraverso lo specchio, Rizzoli Lizard, Milano, 2010.

Per il racconto della vita di Lewis Carroll e dei suoi rapporti con John Tenniel ho usato diverse fonti. Mi pare importante citare le più divertenti.

Masolino D’Amico ha curato per BUR, nel 2006, Il mondo di Alice: il volume contiene il dittico carrolliano, una selezione delle lettere scritte dal reverendo Dodgson (comprese quelle a John Tenniel, dalle quali si ha evidenza della cortese tensione tra i due), tutte le illustrazioni e un’accurata nota biobibliografica.

Ho letto con vivo interesse la biografia scritta dall’inglese Karoline Leach, Lewis Carroll: La vita segreta del papà di Alice, Castelvecchi, Roma, 2010. Il volume è arricchito da 5 inserti fotografici che presentano numerosi scatti del reverendo Dodgson.

Infine, mi sembra inevitabile un confronto con il saggio collettivo nato dal seminario su Lewis Carroll tenuto al DAMS di Bologna da Gianni Celati (cui è attribuita la curatela) nella primavera del 1977: Alice disambienta, Le lettere, Firenze, 2007.

Ti è piaciuto? Condividi questo articolo con qualcun* a cui vuoi bene:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

(Quasi)