Crocevia di libertà

Non è affare né di un giorno né di un anno

Via San Damiano, nel secondo decennio del Novecento, era dove sta anche adesso, ma non era come la vedi adesso. Sul lato sinistro scorreva il Naviglio, e la via cominciava molto più indietro rispetto all’attuale, occupando in parte – o forse tutta – via Visconti di Modrone. La numerazione civica non era, come siamo abituati ora (almeno a Milano), tutti i pari a destra e i dispari a sinistra, con i numeri a crescere allontanandosi dal centro della città.
La prima volta che arrivandoci da Corso Monforte, mi sono messo a cercare il civico n.16, dove in quel decennio avrebbe dovuto esserci la redazione milanese dell’”Avanti!”, non ho trovato niente. Ma proprio niente. Perché oggi lì, dove nel 1919 c’era il civico n.16 di via San Damiano, con la redazione del giornale più importante di tutto il movimento operaio, c’è un buco tra due palazzi. Cioè, non è proprio un buco; è un brutto giardinetto. E poi non è in via San Damiano, te l’ho detto che la via cominciava molto più indietro. Infatti il giardinetto si trova in via Visconti di Modrone. È una cosa che ho scoperto recentemente, credo nella primavera del 2019, quando Pasquale Tammaro – nell’esatto (più o meno) centenario di quei fatti – mi ha portato a vedere che lo avevo cercato nella parte sbagliata della via e che finalmente ci avevano messo una targa. Bene. Sono un sostenitore delle targhe cittadine, sono indispensabili alla comprensione urbana di chi le città le cammina.
Allora. Arrivati da corso Monforte dobbiamo scendere di qualche numero civico verso sinistra, lungo Visconti di Modrone. Attraversiamo la strada, immaginiamoci di vedere il Naviglio che scorre lungo la ripa sinistra e lo passiamo su un piccolo ponte. Eccoci. In questo spazio tra il civico 9 e il civico 11 di via Visconti di Modrone, occupato da queste due aiuole e dalla scalinata che porta su in via Marziale, c’era un palazzo che affacciava proprio sul canale e che era la sede del quotidiano fondato (in certo qual modo) dall’ex-anarchico Andrea Costa.

Sediamoci un attimo sui gradini. Possiamo approfittarne per riposarci un poco, è da cinque capitoli che scarpiniamo: un po’ di stanchezza l’accusiamo. Se hai voglia, intanto che riprendiamo fiato, ti spiego perché siamo passati da qui. Non ti andasse, invece niente di male. Ti dico quale sarà la prossima tappa: via Montenapoleone al 2. Se non hai voglia di stare qui ad ascoltare, possiamo vederci là nel prossimo capitolo. Percorri tutta via San Damiano, prosegui per via Senato, quando incontri corso Venezia, gira a sinistra e scendi fino in San Babila. Da lì imbocchi via Montenapoleone, la vedi è quella che sberluccica sempre, anche se non sono giorni di festa. Il civico 2 lo incontri subito, sulla destra.
Se invece resti, dobbiamo fare un piccolo salto temporale. Tra il 1864 e il 1872, gli anarchici – proudhoniani o bakuniniani che fossero – furono molto attivi e risoluti nel tentativo di realizzare un unico movimento internazionale dei lavoratori, e lo fecero fianco a fianco con i socialisti. Ma, siccome l’anarchia non è una cosa semplice, è proprio durante questo tentativo, che porterà alla nascita della Prima Internazionale, che si evidenzieranno le profonde differenze non solo tra anarchici e marxisti, ma anche e soprattutto tra anarchici e anarchici. Differenze che porteranno alla rottura del congresso dell’Aja nel 1872 e all’espulsione definitiva degli anarchici dalla Seconda Internazionale durante il suo IV congresso, quello di Londra del 1896.

Il giovanissimo imolese Andrea Costa, figura di spicco insieme a Malatesta e Cafiero dell’anarchismo italiano e, a quel tempo, convinto bakuniniano, nel dibattito internazionalista svoltosi tra il 1872 e il 1876 (anno in cui la Prima Internazionale si scioglierà) fu tra i più accesi sostenitori della fazione rivoluzionaria contro i parlamentaristi. Partecipò sia all’insurrezione di Bologna del 1874, sia alla Banda del Matese nel 1877. Cosa che gli costò l’esilio prima in Svizzera e poi in Francia.
Nel 1879 però, legatosi sentimentalmente ad Anna Kuliscioff, tornerà in Italia, a Milano e, tra la sorpresa di tutti i suoi compagni, il 3 agosto pubblicherà sul giornale “La Plebe” di Lodi la lettera  Ai miei amici di Romagna, nella quale, ormai convinto che la rivoluzione – per quanto immancabile – non sarà affare né di un giorno né di un anno, ma di un lentissimo lavoro di educazione, rinnegherà l’insurrezionalismo e la lotta violenta quali mezzi per realizzare il comunismo anarchico, in favore della pratica parlamentare. Sempre a Milano, per diffondere questa sua nuova convinzione, animerà “La Rivista internazionale del Socialismo”, che nel 1881, trasferitosi a Imola, trasformerà nel settimanale “Avanti!”. Prodromi alla fondazione del Partito Socialista Rivoluzionario, ma anche testate aperte a ogni espressione e sperimentazione del pensiero socialista, con attenzione a quello anarchico.

Nel primo anno di vita (ne durerà solo due) la rivista “Avanti!” subì 17 sequestri su 18 numeri.  Quattordici anni dopo il Partito Socialista ne riprenderà la testata, trasformandolo in quotidiano. Nel 1910 Filippo Turati ne affida la direzione a Claudio Treves, e ne fa trasferire la sede nazionale a Milano (la città dove viveva: avere l’organo del partito a due passi da casa era una bella comodità!): esattamente qui, dove siamo seduti adesso. Dopo Treves (se non si considera la trascurabile parentesi di Giovanni Bacci) ne sarà direttore Benito Mussolini, che lo porterà davvero a un grande successo.
È strano. Un giornale che, in un qualche sbilenco modo deve la propria esistenza a un anarchico, dovrà il periodo di sua maggiore diffusione all’uomo che fonderà il fascismo, e che diventerà capo di quegli sgherri (tra i quali troveremo anche quella gran merda di Filippo Tommaso Marinetti, che abitava qua a due passi, in corso Venezia all’angolo con via Senato – c’è la targa, adesso che ci passiamo te la faccio vedere) che il 15 aprile del 1919 assalteranno e devasteranno questa sede. Assalto che, come abbiamo visto, si ripeterà nella notte tra il 23 e il 24 marzo 1921.

Dai. Ci siamo riposati. Adesso riprendiamo a camminare. Ci fermiamo in via Montenapoleone, davanti a palazzo Taverna. Se mi segui, ti presento uno per cui invece la rivoluzione non era affare di un giorno o di un anno, ma di attimi immediati. Un certo Michail Bakunin.

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