L’amore in portineria

Boris e Paolo | Strani anelli |

Il professore Gennaro Bellavista, nel condomino dove viveva – un palazzo del XVII secolo in via Forìa, nel centro storico di Napoli, di portinai ne aveva addirittura tre, Armando, il titolare della portineria, Ferdinando, il suo sostituto, e Salvatore, il vice sostituto. Questa pletora di custodi avrebbe sicuramente fatto la felicità del commissario Maigret. Si perderebbe infatti il conto a voler inventariare tutti i romanzi in cui il commissario più famoso della letteratura francese scambia quattro chiacchiere con una portinaia. Parlando con loro, riceve informazioni (anche involontarie) preziose per la soluzione della sua inchiesta. Per Georges Simenon la portinaia era una sorta di figura mitica, scoperta quando da Liegi (sembra che lì la professione del portierato non fosse conosciuta) si trasferì a Parigi, dove la concierge era un’istituzione in ogni edificio.

Affabile e ciarliera, bendisposta a collaborare con la polizia (come la Madame Blanc di L’amico d’infanzia di Maigret); ma anche rancorosa e delatrice (come la portinaia di Sostiene Pereira); oppure caparbia e scostante, animata da un’evidente antipatia per gli sbirri (un po’ come la portinaia de I Milanesi ammazzano al sabato); o ancora linguacciuta, esuberante e inaffidabile (come la portinaia di via Merulana 219); altrimenti sfuggente e coltissima (ma questa tipologia, ammettiamolo, è piuttosto un’invenzione letteraria di Muriel Barbery) amante dei gatti. La portinaia (e pure il portinaio se vogliamo credere a una figura come il Salvatore inventato da Luciano De Crescenzo) è una vestale che custodisce il fuoco segreto di tutto quanto accade nel condominio alla cui gestione/controllo è stata preposta da un’oscura divinità.

Però se non sei un “madama” la portinaia invece che una fonte di informazioni, può rivelarsi una fonte di fastidi. Come ben sa Monsieur Jean.

Innegabile: la concierge del povero Monsieur Jean, questa specie di Henriette invecchiata e malvissuta, piccola, grassa, arcigna, ficcanaso, pettegola e moralista, è lo stereotipo di tutte le povere portinaie: eredi antropologiche del capofabbricato di epoca fascista o della konsjerzhkva di stampo sovietico, occhiute guardiane del decoro morale (te la ricordi la portinaia di La patata bollente?) di quella metafora della società che, come ci insegna Ballard, è il condominio. Come Monsieur Jean è lo stereotipo (Dupuy e Berberian erano bravissimi a lavorare sugli stereotipi) del “bobo” parigino. Si alza tardi, non si sa bene che lavoro faccia (è uno scrittore), tiene la musica troppo alta, dà feste rumorose e cambia ragazza troppo spesso. Tutto questo alla sua portinaia non piace e lo ostacola come può ogni volta che può.

Pur essendo indicata, in francese, con il medesimo termine, è invece diametralmente opposta la natura ontologica di una declinazione particolare di questa categoria antropologica: il portiere d’albergo (in francese, appunto, sempre concierge). Il concierge è una specie di entità senza caratteristiche individuali, colui che consegna le chiavi senza nulla voler sapere (se non i meri dati anagrafici, che possono benissimo essere falsi) degli ospiti dell’albergo, e senza entrare nelle loro vite: siano ricchi villeggianti, avventurieri, spie, terroristi, coppie di amanti di frodo.
Ma, attenzione, già in Les amants d’un jour, dolorosa canzone di Marguerite Monnot, portata al successo da Edith Piaf nel 1956, questa granitica figura del concierge si incrina. Il suicidio dei due giovani amanti smuove l’animo indifferente del portiere dell’albergo a ore: ora, alle coppie che vengono da lui a rifugiarsi per fare l’amore, non riesce più a dare quella stanza.
Aperta la breccia, il concierge non si tiene più. Monsieur Gustave, raffinato concierge del Grand Budapest Hotel non ha remore a intrattenere intime relazioni con le ricche e annoiate clienti dell’albergo. Monsieur Gustave è un tipo gaudente e tutto sommato rispettoso e veramente innamorato della sua clientela, ma c’è qualcuno, come il mellifluo Mason, il portiere del motel in cui finiscono Amy e David Fox, che l’amore lo intende in modo un po’ perverso e i suoi clienti li usa come protagonisti per gli snuff-movie che sono il suo vero giro d’affari.
Senza dubbio è la relazione sadomasochistica che si instaura tra Maximilian e Lucia, quella che meglio esemplifica il rapporto tra il portiere d’albergo e il cliente d’albergo. E che ci spiega anche una cosa fondamentale della vita (che se davamo subito retta a Bellavista e alla sua filosofia d’accatto non ci toccava sorbirci – lo facciamo solo per Charlotte – ‘sto polpettone cavaniano): l’amore non può essere capito, né gestito, solo subito.

Questo strano anello è composto da

  • Luciano De Crescenzo, Così parlò Bellavista, Mondadori, 1977
  • Antonio Tabucchi, Sostiene Pereira, Feltrinelli, 1994
  • Georges Simenon, L’amico d’infanzia di Maigret, Adelphi, 2011
  • Giorgio Scerbanenco, I milanesi ammazzano al sabato, Garzanti, 1969
  • Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Garzanti, 1957
  • Dupuy et Berberian, Monsieur Jean. L’amour, la concierge, Les Humanoides Associés, 1994
  • Edith Piaf, les amants d’un jour
  • Wes Anderson, Grand Budapest Hotel, 2014
  • Nimrod Antal, Vacancy, 2007
  • Liliana Cavani, Il portiere di notte, 1974

Per immedesimarci in Monsieur Jean, come ogni buon “bobo” che si rispetti, ci siamo preparati abbondanti Kir Royal. In un bicchiere a coppa, capiente, metti 10 ml di cassis, poi riempi con dell’ottimo champagne. Mescola e bevi.

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