Pantomime del Calisota

«You are a lucky man!»

Dannato concierge! Sono stremato, è stata una giornata terribile, la città è infestata da una banda molesta di venditori di scarpe che ha preso d’assalto anche il mio ristorante preferito, questa è la camera più costosa che mi sia mai capitata, l’albergo è stato difficilissimo da trovare… E tu, tu, maledetto portiere d’albergo, mi dici pure che sono fortunato?
Sto andando troppo veloce. Ricomincio. Con ordine.

Nel primo decennio di questo millennio, per garantirmi pranzo e cena, faccio il consulente, proprio come ora. In quegli anni, però, devo viaggiare molto. Mi siedo su un aereo il lunedì mattina e rientro a Milano il sabato, spesso decollando da un aeroporto diverso da quello in cui sono atterrato all’inizio della settimana. Non mi lamento, ma con la mia assoluta assenza di senso pratico non è facile organizzare voli e alberghi: delego gran parte della gestione pratica alla gentilezza dell’ufficio viaggi dell’azienda per cui lavoro. Qualche volta faccio casino io e qualche volta loro. Insomma, può succedere che io mi ritrovi in una città europea, alla ricerca di un posto in cui dormire, in orari in cui il buon senso suggerirebbe di starsene in ammollo nella calda acqua schiumata di una vasca.
Stavolta ho prenotato tardi la mia permanenza a Düsseldorf. È una città che frequento spesso. Dormo quasi sempre in un albergo piccolo e discreto da cui è facile raggiungere a piedi l’ufficio, il centro della città e la riva del Reno. Ufficio – pranzo al mercato – ufficio – cena in un locale in centro – passeggiata sul lungofiume – albergo. Alla fine, quando fai il consulente itinerante, sei uno spiantato che cerca un po’ di sicurezza nei luoghi in cui è costretto a vivere temporaneamente. Tornare nello stesso hotel, ti dà un’illusione di normalità.
Stavolta, l’albergo che considero mio è pieno, perché in città c’è una gigantesca fiera della scarpa. Mi dicono sia la più grande d’Europa e io, che ho avuto modo di verificare che alcuni stereotipi hanno un pesante fondo di verità, mi immagino una gigantesca sagra del mocassino bianco e del sandalo da indossare con i calzini. Mi sono mosso tardi e la città, in cui è di solito molto facile trovare una stanza, sembra essere stata invasa: lunghe telefonate con Laura dell’ufficio viaggi che cerca, con risultati alterni, di tranquillizzarmi. La mia risibile capacità di tollerare gli imprevisti smette di essere sballottata quando finalmente mi arriva una mail che mi conferma che dormirò in un albergo che si chiama Nikko. Costa una fucilata. Il mio pensiero corre alla redditività della commessa di cui sono responsabile e, subito, mi distraggo: «Che nome strano per un hotel tedesco», mi dico, e smetto di preoccuparmi.

Atterro a Düsseldorf e mi infilo in una giornata infernale, una di quelle in cui tutto va male. Problemi, liti, tensioni, ritardi. Nulla che non si sia risolto nei giorni successivi, ma in quel momento la serie di sfortunati eventi rende interminabile la giornata. Esco tardi dall’ufficio e, trascinando il mio trolley, cerco un posto in cui cenare. È primavera e la città è gremita di professionisti della scarpa che discutono animatamente. Non mi danno soddisfazione: nessuno indossa mocassini bianchi o sandali con le calze. Alla delusione si aggiunge il fatto che questo sciame di invasori ha riempito tutti i posti in cui mangio di solito. Giro per un po’, sempre più nervoso, e alla fine riesco a trovare un locale in cui ingollare qualcosa. A questo punto devo raggiungere il mio hotel, che dista cinque chilometri. La fila di individui che aspettano il taxi è sconfortante. Le elegantissime scarpe che indossano devono essere scomode: nessuno sembra intenzionato a camminare un po’. Avvolto da una nuvola di bestemmie, affronto la passeggiata, trascinando il mio trolley.
Non sono di buon umore quando, poco prima di mezzanotte, entro nella hall e mi avvicino alla reception. Il concierge mi guarda con un po’ di stupore. Ci salutiamo e iniziamo il rito dell’accettazione. Quando gli dico chi sono, mi risponde che è tardi e, non vedendomi arrivare, ha dato via la mia camera. Non sono un buon incassatore, ma ho un grande senso pratico: prima di mettere alla prova la mia padronanza del turpiloquio in inglese, mi guardo attorno per vedere se i divani nella hall sono comodi. Approfittando della mia distrazione temporanea, il concierge mi assesta il colpo finale: «You are a lucky man!»
È troppo anche per me. «LU… LUCKY?!», prima che io possa aggiungere altro, rovinando definitivamente il nostro rapporto, con movimento studiato l’uomo dietro il banco mi allunga un portachiavi pesante e dorato. «Presidential suite», bisbiglia suadente, quasi mi stesse offrendo l’accesso al paradiso.
All’ultimo piano dell’hotel c’è questo appartamento enorme: camera con letto king size, due bagni con vasca idromassaggio, una stanza con un divano su un lato e, sulla parte opposta, un televisore con un ettaro di schermo, una sala riunioni con tavolo ovale e una dozzina di posti… Dopo un po’ smetto di girovagare per le stanze e ritrovo la camera. Mi siedo sul bordo del letto e ripenso all’espressione del concierge… Che straordinario figlio di puttana!

Sono passati tanti anni. Ora lo posso confessare senza sentirmi in colpa: quella notte non ho dormito. La camera d’albergo è uno spazio verificabile. Ha un solo ingresso e nessun angolo buio. Non ci sono spazi in cui nascondersi. Un appartamento di duecento metri quadri che finge di essere una stanza d’hotel è uno spazio antropologico con cui non mi ero mai confrontato e con cui, probabilmente, non mi confronterò mai più. Ho messo in atto le consuete strategie con cui affronto le notti insonni (che nella mia vita sono una costante sempre più frequente). Dopo un bagno caldo lunghissimo (in questo caso con l’insperato benefit dell’idromassaggio), con una coperta sulle spalle, proprio come Batman, ho conquistato un divano e mi sono messo a leggere fumetti. In uno spazio nuovo, sveglio, di notte, percepisci tutti i rumori: fruscii, scricchiolii, ronzii, brusii. Ti ci lasci suggestionare. Sai di essere in un luogo sicuro, in cui niente ti farà del male. Ma la ragione mica basta a scacciare il senso pressante di disagio che ti si agita dentro. Non me lo ricordo cosa ho letto quella notte, ma, siccome sto scrivendo di notte e con una coperta sulle spalle, lascio che siano le suggestioni a prendere il sopravvento.

Il 29 ottobre 2004 Craig Thompson mi ha passato, oltre il banco, la mia copia di Blankets, con un sorriso e uno sguardo gentile. La dedica che ha disegnato con un pennello a cartucce riporta quella data. Ha scritto “Paulo”, come fanno gli americani, e ha disegnato Raina con cappotto e sciarpa che annusa (o bacia) l’aria di neve a occhi chiusi, in mezzo al freddo del Michigan. Non ho mai amato quel fumetto e non ho mai amato quel fumettista.
La storia è semplice. Craig e suo fratello minore Phil crescono nel Wisconsin infarciti di disciplina, superstizione e rigida educazione religiosa. Pochi soldi, tante punizioni e tante preghiere. Tutto intorno un mondo cattivo di insegnanti incapaci di riconoscere il talento artistico e compagni di classe violenti. Poi arriva Raina, conosciuta al campo invernale della parrocchia, e sboccia l’amore. I due dormiranno insieme e poi di saluteranno. La distanza non aiuta. E allora tocca di confrontarsi con il proprio mondo piccolo e prenderne le distanze con determinazione.

Una storia esile e sottile, costruita intorno al sentire dell’autore, con un incedere che continua a sembrarmi lezioso. Eppure non riesco a ignorare il fatto editoriale: un oggetto di seicento pagine, raccontate senza scorciatoie, realizzato in tre o quattro anni di lavoro per essere pubblicato direttamente in volume. L’autore aveva vinto qualche premio con Addio, Chunky Rice e pubblicato un paio di albi, ma nulla che potesse consentirgli una vita di agi. Un venticinquenne chiuso in casa, senza sicurezze e senza una garanzia di reddito, che investe anni per raccontare una storia piccola che gli ruggisce dentro. Un atto d’amore. Non mi piace Blankets, ma Thompson aveva ragione e io no.

Seduto sul mio divano, fingendo di essere nella presidential suite dell’hotel Nikko, riprendo in mano Blankets. È pesante anche per la carta avoriata da 120 grammi che Igort ha scelto per la prima edizione Coconino. Lo sfoglio, cercando il punto che mi ha sempre causato maggior disagio. Eccolo! Craig e Raina sono innamorati. Dopo pulsioni e tentennamenti, baci e terrore di Dio, hanno deciso di dormire insieme. Si spogliano lentamente. Si toccano. Si danno un limite: lui tiene i pantaloni e lei gli slip; il terrore instillato dal cristianesimo ha avuto la meglio sui loro desideri. Si infilano sotto le coperte e restano abbracciati, fino a quando non si addormentano. Il padre di Raina torna a casa e li sorprende, ma decide di inghiottire la rabbia e di non svegliarli. Ed è quello il momento in cui a Thompson scatta la vena poetica: le inquadrature muovono lo sguardo del lettore all’esterno; mostrano la neve, gli alberi scarnificati dall’inverno e i rovi; la voce narrante descrive il bianco abbacinante della pagina interrotto dalle pennellate nere che tracciano i bordi visibili e le piante. «La neve si ammassa in forme mutevoli, spostandosi per rivelare ciuffi di rovi». E l’inquadratura mostra come la neve abbia assunto la forma di un bacino femminile e quel ciuffo di rovi delinei precisamente il pelo pubico. Per me è troppo.

Mentre scrivo mi arriva la notizia della morte di Larry Flynt. Tutto quello che so di lui mi viene da un film bellissimo diretto da Milos Forman e sceneggiato da Scott Alexander e Larry Karaszewski. Non ho mai sfogliato “Hustler”, la sua rivista. Mi metto a cercare in rete e scopro che la sua storica opposizione ai repubblicani non si era attenuata neanche durante il regno di Trump.

Auguri per il natale 2020 inviati ai legislatori repubblicani da “Hustler”.

E poi trovo un po’ di copertine di “Hustler”, provocatorie, prive di poesia, desiderose di mostrare corpi nudi senza scomodare rovi e metafore. Alcune sono divertenti. Molto divertenti.

Il concierge e Larry Flynt, mentre mi dispensano i loro servizi, mi mostrano un’onestà assoluta. In quella giornata infausta, le chiavi della presidential suite sono state un clamoroso colpo di fortuna. Allo stesso modo una rivista pornografica che non vuole proporre uno stile di vita patinato come ha fatto Hugh Hefner con “Playboy” punta direttamente alla soddisfazione dei bisogni elementari dei suoi lettori.
Blankets, al contrario di quanto offertomi dal portiere e dal pornografo, è decisamente un atto d’amore. Ed è proprio questa sua natura manifesta a dimostrare come l’amore non abbia nulla a che fare con l’onestà.

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