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Ritmolento a bocce ferme

L’inquadratura iniziale si sofferma sulla Coppa: una scultura in ottone che, a prima vista, risulta opaca. La successiva si ferma sull’omino stilizzato che, leggermente piegato in avanti, con la destra vicino al volto tiene una boccia, come Amleto teneva il teschio del suo famoso «Essere o non essere», con l’altra mano dietro la schiena una seconda boccia e i piedi uno davanti all’altro, nell’atto di apprestarsi a lanciare verso il boccino, su un piedistallo irregolare di pietra e una targhetta rossa a ricordare la competizione.
Voci di pensionati che chiacchierano in una bocciofila, dettagli del gruppo da due della macchina del caffè che prepara l’ennesimo espresso, dling dlong di vecchie macchine da gioco, un signore che beve quello che sembra un bicchierino di Porto, un altro che butta fuori il fumo del sigaro dalla bocca, sul naso un paio di occhiali a goccia dalle lenti fumé.
Il gniikkk della porta di ferro si apre su un quintetto di canuti e brizzolati il cui vizio del fumo è evidente in qualche ghigno, vestiti di polo azzurre su camicie e maglioni entrano nella bocciofila col passo di chi sa cosa deve fare e dove deve andare.
Sullo schermo di un vecchio televisore rosso gli Ex-Otago si apprestano a cantare.
Un altro quintetto aspetta il primo su una delle piste: vestono di polo viola, sono tatuati, trentenni affacciati al mondo del lavoro e della vita, chi calvo chi con barbe hipster, jeans neri sfumati su sneakers attuali. Sono gli stessi Ex Otago che si alterneranno al gioco e agli strumenti.
Il primo quintetto entra e viene guardato con rispetto e soggezione: con questi non si scherza. Sulla loro polo, al livello del cuore, su pettorali ormai poco avvezzi all’allenamento fisico, hanno cucito uno stemma che non viene mai inquadrato in primo piano ma che sicuramente significa qualcosa di importante.
Il quintetto dei giovani, con primi piani di taglio efficaci, sembra spavaldo. Si studiano. Poi il giudice mostra loro uno strumento trasparente che assomiglia come forma a una piastrella e, con la musica, inizia anche la gara.
Una gara senza storia: il quintetto delle polo azzurre pulisce le bocce, studia i passi, misura i lanci e la potenza degli stessi, le loro bocce attorniano il boccino finanche a far saltare la boccia avversaria. Il quintetto giovane sprofonda mentre canta «Noi figli degli hamburger, abbronzatissimi a novembre, usciamo dritti dalle curve, noi figli degli hamburger, che al matrimonio ci vuole il DJ, vogliamo il sole quando piove, una vita una carriera, un’amante quando si fa sera, se ti fai poche domande avrai tutte le risposte», un corpo di ballo raffazzonato con sciure che in texani ballano un improbabile country genovese e il quintetto dei pensionati continua inesorabilmente a fare punti su punti, fino all’epilogo che, ovviamente, non ha nulla di buono per i giovani.
La canzone si chiama Figli degli hamburger e la cantano i genovesi Ex-Otago da Marassi.
I giovani sono loro, i pensionati evidentemente i loro padri, generazioni a confronto nella ribellione di quella parte di vita che è a metà della stessa, quella dell’incomprensione, della ribellione, delle prove, e, inevitabilmente, del ritorno a casa, che dal sogno Costa Rica si canta il proprio quartiere, la propria casa, Marassi appunto. È la storia di tutti noi, che volevamo la rivoluzione qualunque essa fosse e che poi ci siamo sposati, noi che giocavamo a bocce coi nonni, nelle piste improvvisate della lunga spiaggia riminese con la borsa da 6, due bocce rosse, due gialle, due blu e il boccino nero, le famosissime bocce da spiaggia che ornava il sacco a rete confuso tra palloni, formine a forma di conchiglie, stelle marine e pesci, palette e secchielli.

Da imbucata alla cena d’estate dell’azienda di I., nella tranquillità e spensieratezza del pre coronacene in attesa che il lungomare di Torre Pedrera si riempia di brulicante passeggio digestivo, mi avvicino solitaria alla pista delle bocce.
Gli altri giocano a beach, il tavolo da ping pong senza rete sul quale la sabbia non cessa di infilarsi in ogni piccolissimo spazio di tessuto, che sia degli zaini o di una delle felpe, è anche l’appoggio del buffet, delle birre, degli spritz e delle bottiglie di prosecco. La pista ha il canceletto aperto e le bocce, consumate, scheggiate, miste, riposano ai lati della ghiaia. Disperso tra loro anche il boccino.
Lo prendo e lo lancio senza pensarci troppo. Poi prendo un paio di bocce. Misuro male e velocemente ciò che la fisica scolastica, per quanto lo storico dell’ultima pagella liceale ricordi un “discreto” nella disciplina, mi ha lasciato e sia la prima sia la seconda boccia rotolano sbuffando vicino al boccino. Niente male, ma nemmeno niente di indimenticabile. Le infradito ciabattano tra la polvere della ghiaia strisciandosi da un lato all’altro della pista. È terribilmente estate ed è terribilmente bello tenere quelle bocce tra le mani. È un istinto atavico, qualcosa di dimenticato ma che piaceva enormemente, e che torna su senza domande e intoppi, libero di essere palesato.
Lentamente si avvicinano anche gli altri dell’azienda che non giocano a beach. Lentamente il campo da beach si svuoterà e ci ritroveremo quasi tutti a dividersi in squadre e a improvvisare tornei di bocce.
A Rimini, a Marina centro per la precisione, i bagni non prevedono le piste da bocce: nella mia infanzia ricordo talloni che segnavano solchi sulla sabbia bagnata della battigia a limitare una strana forma di pista, appiattendo le altre di piste, quelle delle biglie di plastica con le facce dei ciclisti, nugoli di nipoti e nonni che soppesano i lanci e bambini che vengono iniziati all’antica ed eterna arte delle bocce. Le piste da bocce sono prevalentemente presenti nei bagni delle frazioni, a Viserba, a Torre Pedrera, a Miramare o Rivazzurra. Le bocce hanno quel retrogusto e quell’immaginario da cartolina con i lati seghettati, rientrano nelle immagini sgranate come quelle delle vecchie pellicole di celluloide o da 8mm con quello che oggi su Instagram si chiama effetto “vignettatura” in un cassetto della memoria che a volte fa male riaprire.
Usando un’iperbole erano quelli che mi sono sembrati secoli che non giocavo a bocce e la prima cosa che ho fatto la mattina dopo, appena sveglia, nel fumo del caffè caldo che sale dalla tazzina, è stato guardare quanto mi sarebbe costato un kit di bocce.

disegno di Mabel Morri

Thibaut Pinot è un ciclista francese. Corre per la FDJ – Groupama (la prima l’impresa che detiene il monopolio di gioco e scommesse, la seconda un’azienda di assicurazioni) e i colori della squadra sono quelli transalpini. È uno di quei ciclisti i cui limiti e la cui sofferenza non viene nascosta, l’umanità delle sue sconfitte e dei suoi fallimenti, principalmente dovuti a problemi fisici causati da cadute rovinose sull’asfalto, gli hanno dovuto far abbandonare i suoi principali obiettivi che nelle ultime due stagioni erano racchiuse nell’ossessione della maglia gialla del Tour de France. Nel 2019 France2 in collaborazione con la redazione sportiva Velò Club gli ha dedicato un documentario dal titolo Avec Thibaut nel quale seguiva il ciclista dal suo esordio al Tour al momento drammatico del suo ritiro. È proprio da quel piede a terra che partono le immagini: Thibaut che scuote la testa, il volto trasformato in un’espressione di dolore, l’abbraccio con un compagno mentre scoppia in lacrime, scende dalla bicicletta, la schiena dritta e il passo zoppicante nel dettaglio dei doppi numeri 51 sulle tasche posteriori della casacca. 59 secondi dopo è l’11 luglio, il Tour è appena iniziato, Thibaut è sorridente a fianco delle ministre dello sport e del lavoro che gli augurano il meglio e lui, insieme a Julian Alaphilippe, è il the new best thing del ciclismo francese, anche se si avvia ai 30 anni e le sue vittorie sono state spesso travagliatissime, più dovute a un andare oltre i suoi limiti che non a una suprema e vistosa supremazia di condizione. La folla lo acclama, il  truck della squadra ogni giorno passa nel mezzo di due ali di gente che si apre al passaggio del pullman. C’è talmente tanta attesa e aspettativa su Pinot che è quasi commuovente l’ingresso del DS Marc Madiot, a sua volta ex ciclista e vincitore di due Parigi – Roubaix, nella stanza d’albergo di Thibaut buia e dalla luce comunque calda. Il ragazzo è in lacrime, gli dice che non vale niente, che nella sua vita non ha combinato niente, è un fallito. Madiot lo abbraccia e per la prima volta da Pantani la finitezza umana di un ciclista che dovrebbe essere inscalfibile è quella di ognuno di noi.
Decido di seguirlo su Instagram. Sono sempre molto scettica nel seguire gli sportivi sui social, ormai sono i loro staff di diritti delle immagini a decidere cosa pubblicare e di solito sono tutti uguali. Il profilo di Pinot no, non c’è nessun direttore d’immagine, le foto e i video li pubblica lui.
La sua prima storia dal mio follow è lo schiocco di due petanque di alluminio di cui una vola via su una pista di sabbia e ghiaia: lo amo già.

Nelle bocce esistono tre discipline: la raffa che è quella che tutti noi, spiaggia o non spiaggia, pratichiamo, per cui la boccia, rigorosamente in materiale sintetico, che si avvicina maggiormente al boccino vince; il volo si differenzia principalmente per le bocce di alluminio; la petanque con bocce piccole. L’Italia per altro è campione del mondo di bocce, titolo conquistato in Argentina nel 2019 e notizia passata nell’oscurità più totale.
A Nizza per raggiungere la spiaggia di Villefranche si deve passare dalla parallela del piccolo centro. A fianco della strada, sotto olmi freschi e ombrosi davanti agli estetici pini marittimi della terrazza dietro e che sale lungo la collina a parete, gruppi di anziani si mescolano a mamme e bambini che giocano nei giardinetti adiacenti mentre lanciano petanque di alluminio nelle piste a loro dedicate. Passando dalla strada è evidente questa cosa così tanto francese che sono le bocce, una tradizione imprescindibile delle piccole comunità e della provincia fuori dalla casa madre Parigi. In uno dei volumi de Les Beaux Etés, precisamente nel secondo dedicato al 1969 a pagina 44, nell’ultima vignetta della pagina tra tutte le inquadrature possibili il disegnatore Lafebre sceglie quella di un signore nell’atto di lanciare una boccia mentre i protagonisti sono seduti sotto la tenda del cafè del paese.
Ogni anno in Costa Azzurra si tengono tornei di bocce per i cittadini e i turisti. La Lavandou è una delle tante spiagge e paesi della regione francese, piccola oasi di vacanza come tante altre a metà strada tra Nizza e Marsiglia. Ogni estate organizza per i turisti il torneo di bocce i cui manifesti sono delle opere realizzate evidentemente da uno studio grafico, così come la piccola Aiguines, in linea d’aria a nord della stessa Le Lavandou, che anch’essa pubblicizza il suo torneo e la sua città con simboli inequivocabilmente francesi: uno di essi, quello dell’edizione del 2015, vede una bicicletta rossa con le corna d’ariete appoggiata al muretto d’entrata della pista delle bocce sul quale armeggiano già un gruppo di signori.
Molti pensano erroneamente che il calcio sia universale e che sia lo sport nazionale in ogni paese: sorprenderà scoprire che no, non è così, è qualcosa di molto italiano. In Francia per esempio bicicletta, pallamano, rugby (e bocce) sono gli sport più praticati così come in Belgio e Paesi Bassi del ciclismo e del ciclocross sono innamoratissimi.
Tornando da Nizza, ci si ferma per la solita tappa ferragostana a Chiavari.
Indossando la nuova maglia dell’OGC Nice, rossonera come quella del mio Milan, passeggio parallelamente al fiume Entella per infilarmi sul lungomare.
In una pausa davanti alla Bocciofila Chiavari lungo Corso Colombo, fermandomi a braccia dietro la schiena come un perfetto umarell, osservo dalla rete che separa le piste dal marciapiede un gruppo di anziani impegnati in una partita di volo.

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