This magazine kills fascists

Boris e Paolo | QUASI |
disegno di Francesco Checco Frongia

25 aprile 2020, ore 08:00. Esattamente un anno fa, su questa pagina indicizzata male e invisibile ai motori di ricerca, compariva il primo articolo di QUASI, la rivista che non legge nessuno. Era un editoriale, pomposo e altisonante proprio come devono essere, per statuto, quelle dichiarazioni di intenti. Dimostravamo fin da quel primo intervento l’assoluta assenza di misura che caratterizza il nostro posizionarci nel mondo. La stessa insensatezza che ci induce oggi ad appiccicare sullo strumento con cui conduciamo il nostro discorso critico un adesivo che abbiamo visto sulla chitarra di Woody Guthrie: «This magazine kills fascists».

Concludevamo quel primo editoriale scrivendo:

«QUASI doveva uscire il 25 aprile, in occasione della festa più bella del mondo, portando addosso quel sottotitolo che ci piace tanto: “la rivista che non legge nessuno”. Doveva essere la primavera del nostro stupore.
Ma è meglio che non esca nessuno. Restiamo ancora dentro l’inverno di questa strana rassegnazione e sappiamo che, anche se l’inverno dovesse durare ancora a lungo, la primavera arriverà.
Allora eccoci qui, pronti a tutto. QUASI non è ancora una rivista, ma puoi leggerla.»

Da quel momento, abbiamo mantenuto fede alla nostra promessa di essere invisibili con uno spasmodico impegno quotidiano. E adesso possiamo goderci, gongolando, i risultati della nostra fatica. A consuntivo, possiamo vantarci di due numeri della rivista cartacea, un quaderno di QUASI, una dozzina di scalmanate e di isterici che dialogano quotidianamente su come costruire questo spazio, una sessantina di collaboratrici e collaboratori, quaranta numeri tematici del settimanale, oltre seicento articoli. Tutta roba che non legge nessuno. Uno sforzo invisibile. Non male!

La strana rassegnazione invernale indotta dalla pandemia non è ancora passata e, proprio come Arturo Bandini, stiamo aspettando la primavera. Nell’attesa, non ci fermiamo. Vorremmo festeggiare, costruire un piccolo festival con amiche e amici, chiacchierare in giro, sederci in posti dove possiamo confrontarci tra di noi e con chiunque, trascorrere serate in osteria. Il contesto ce lo proibisce e ci tocca di organizzare la sontuosa festa per il nostro primo compleanno nello spazio in cui ci siamo rinchiusi, rispettando dettami e decreti.

Nella settimana appena conclusa siamo stati investiti frontalmente da due fatti di cronaca ai quali gli organi d’informazione hanno dato grande risalto: la condanna all’agente Derek Chauvin per l’omicidio di George Floyd e la sfuriata raccapricciante inscenata da Beppe Grillo in difesa del figlio e dei suoi presunti complici. Entrambi i fatti assumono che la realtà esista nella misura in cui è stata ripresa dalla videocamera di un telefono.
Durante il processo statunitense, la giuria è stata costretta a guardare un gran numero di volte il video della morte di Floyd. «Credete a quello che vedete. È tutto lì!», diceva l’accusa. «Non credete a quello che vedete. Non mostra il fatto che Floyd fosse pericoloso e i poliziotti fossero spaventati perché circondati dalla folla.», rispondeva la difesa.
Durante il suo intervento schifoso, l’ex comico genovese, che è riuscito a distillare un concentrato di fascismo in un minuto e mezzo di parole sguaiate, descrive il video dello stupro del branco: «Si vede che c’è il gruppo che ride, che sono ragazzi di diciannove anni, che si stanno divertendo, che sono in mutande e saltellano col pisello così perché sono quattro coglioni, non quattro stupratori.» Guardando lo stesso video, la procura ha visto una ragazza incapace di intendere che subiva violenza.

È chiaro. Abbiamo posizioni nette su questi due fatti e ti rispettiamo così tanto da risparmiarti le nostre dichiarazioni di principio. Non aggiungerebbero nulla al discorso. La cosa che ci preme è che nei due fatti citati la realtà esiste nella misura in cui è stata ripresa con un telefono. In questo modo è diventata visibile e quindi fruibile da chiunque.

Nel 1977 Susan Sontag scriveva:

«L’umanità si attarda nella grotta di Platone, continuando a dilettarsi, per abitudine secolare, di semplici immagini della verità. Ma esser stati educati dalle fotografie non è come esser stati educati da immagini più antiche e più artigianali: oggi sono molto più numerose le immagini che richiedono la nostra attenzione; l’inventario è cominciato nel 1839 e da allora è stato fotografato quasi tutto, o almeno così pare; questa insaziabilità dell’occhio fotografico modifica le condizioni di prigionia in quella grotta che è il nostro mondo; insegnandoci un nuovo codice visivo, le fotografie alterano e ampliano le nostre nozioni di ciò che val la pena guardare e di ciò che abbiamo il diritto di osservare; la conseguenza più grandiosa della fotografia è che ci dà la sensazione di poter avere in testa il mondo intero, come antologia di immagini; nelle fotografie l’immagine è anche un oggetto, leggero, poco costoso, facile da portarsi appresso, da accumulare, da conservare. Le fotografie sono forse i più misteriosi tra gli oggetti che formano, dandogli spessore, quell’ambiente che noi definiamo moderno. Esse sono in realtà esperienza catturata, e la macchina fotografica è l’arma ideale di una consapevolezza di tipo acquisitivo. Fotografare significa infatti appropriarsi della cosa che si fotografa. Significa stabilire con il mondo una relazione particolare che dà una sensazione di conoscenza, e quindi di potere.»

E mentre l’inventario si complica con la diffusione capillare di macchine fotografiche e videocamere, le condizioni di prigionia della nostra grotta diventano oppressive in modo intollerabile, e la cattura e diffusione di immagini e video hanno fatto sì che il potere avesse il sopravvento sulla conoscenza, ci torna in mente una cosa che ci ha detto José Muñoz quando abbiamo parlato con lui a Cremona, poco prima di fare QUASI:

«L’argentino Oski, straordinario disegnatore della scuola steinberghiana dell’assurdo, diceva: “Quello che mi interessa nel fare un disegno è sapere dove va a finire quel tipo che sta passando là in fondo. Vorrei mettere la testa dentro il quadretto solo per vedere dove va a finire quel piccolo signore che corre in mutande con una spada sguainata”. Anch’io a volte sento la tentazione di vedere, di mettere la testa là. E quando entro con l’immaginazione, ci trovo un gran traffico, un vorticoso viavai.»

Da un anno, costruendo l’invisibile QUASI, un tassello alla volta, cerchiamo di dare una forma alla geografia del nostro immaginario. In un mondo di informazioni frammentate e di verità supposte, l’unico modo che conosciamo per riuscire a cartografare le storie in cui viviamo è affacciarci dentro le immagini e interagire con esse usando tutto quello che abbiamo.

QUASI, lo sai, è una rivista che non legge nessuno, ma è anche una rivista politica. Ed è proprio questo il motivo per cui parla sempre di fumetti, di narrazioni e di vita. Oggi – e per tutta la settimana – festeggiamo il nostro primo anno. Ma questo 25 aprile, giorno del compleanno del giocattolo di cui noi – tutte e tutti – siamo molto felici, lo abbiamo sempre festeggiato. Ti invitiamo a farlo con noi.

Buona Liberazione.

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