Passi regolari, prendimi la luna piena

Arabella Strange | Rorschach |

Sono sotto il sole, in attesa di entrare nel centro vaccinale. Una tenda enorme, da cui proviene un soffio di aria fresca. Aspetto non più di tre minuti, ma con la mascherina mi sembra di cuocere. Poi entro e comincia la trafila. È strano, perché non avevo nessuna paura fino a due ore fa, poi mi è scoppiata un’ansia che da media sta diventando potente. Ci sono due controlli da passare, documenti, foglio di richiamo. Quando sono seduta ad aspettare il mio turno mi vengono in mente tutte le storie che mi hanno raccontato: febbre a 39, sangue dal naso, braccio bloccato. Comincio a respirare sotto la mascherina, che a questo punto vorrei strapparmi, contando fino a quattro mentre inspiro e di nuovo fino a quattro mentre espiro. Tutti i trucchetti che ho imparato nella mia vita ansiosa. Ho le gambe che ballano nervosamente, mi rendo conto che sto tenendo mentalmente il ritmo di un pezzo che abbiamo provato ieri con la band nu metal. È strano come con le mani non riesca a suonare neanche l’ovetto, mentre coi piedi sono precisa come un metronomo. Ci sarà qualcosa che si può suonare con i piedi.

Mentre mi guardo i piedi che scalpitano mi torna in mente quando sono stata a suonare a un matrimonio, Avevo messo dei sandali neri eleganti e un po’ sadomaso, fatti di piccole strisce. Mentre suonavamo una canzone particolarmente commovente, di colpo, lebbra antiplastica, la pelle sintetica dei sandali ha ceduto all’improvviso. Non li mettevo da un anno almeno, e la pelle sintetica fa così: un attimo prima è lì, e in un istante si disintegra. I sandali hanno cominciato a perdere piccoli pezzi, io ero vestita di paillettes rosa pesca, tutta in tiro, e i miei sandali stavano andando in pezzi mentre cantavo. Ho pensato, no, non adesso, non a un matrimonio! Ho passato il resto della giornata scalza, dopo essermi rifugiata in un bagno a lavarmi i piedi per rimuovere parte delle strisce che mi si erano incollate al piede, come quei tatuaggi sticker che si trovavano nelle gomme da masticare quando ero piccola.

Anche ora non vorrei essere qui, anche se sono pro vax non vorrei stare in questo stanzone gigantesco con il visore che suona ogni volta che scatta un numero.
Mi vengono in mente i libri che ho letto sulle epidemie, ovviamente L’Ombra dello scorpione di Stephen King, ma anche Lebbra antiplastica, di Kit Pedler e Gerry Davis, un antico “Urania” del 1974, quando era una pubblicazione quattordicinale con, in fondo, le strisce di B.C. e del mago Wiz di Johnny Hart, e costava 350 lire. La plastica comincia a “morire”, e il mondo va a catafascio.
C’è voluto così poco per abituarsi alle mascherine e al distanziamento di un metro, per non parlare di quegli odiosi gel disinfettanti che mi seccano la pelle delle mani.

Vorrei essere in un altro qui e in altro ora. E mi viene in mente Furari di Jiro Taniguchi, che un amico mi ha consigliato visto il mio amore per L’uomo che cammina, Gourmet e Come allevare un cane. Più delle sue storie io amo la concentrazione sui dettagli, sul nulla che succede ma è pieno di significato. L’ho letto, e guardato, senza riuscire a scollarmi. È il Taniguchi che preferisco: immerso nel presente, con un qui e ora che conforta. Il senso del presente è così  profondamente radicato in queste storie che pensarci ora mi trasporta per un attimo lontano da questa fiera del virus che ha cambiato il mondo, superficialmente ma in modo triste e insopportabile, ma ormai abitudinario. Il segno è preciso, straripante di particolari, ma non è mai didascalico e vuoto, è sempre ricolmo di poesia. Ogni dettaglio ha un senso.

In Furari un uomo cammina a passi regolari. È un topogrofo e cartografo che contribuisce a misurare l’ampiezza di un grado di meridiano contando i propri passi, precisi come i miei piedi che tengono il tempo. Solo che lui misura lo spazio terrestre, non quello della musica e dei suoi intervalli. Ogni passo deve misurare esattamente 2 shaku e 3 sun, 70 centimetri, perché le sue rilevazioni sono valide. Il protagonista è ispirato a un personaggio reale, il famoso Tadataka Ino, topografo e cartografo vissuto tra il 1700 e il 1800. Passi tutti identici: chissà che disciplina richiede imparare a camminare così, usando l’andatura come strumento di misurazione. Ma se in questo c’è qualcosa di matematico, è ingannevole. Con i suoi passi identici l’uomo ci porta ad attraversare la città e la campagna, con uno sguardo a cui non sfugge niente: persone, bancarelle, strade, templi, case. Ma i momenti lirici si sovrappongono a quelli scientifici come il colore di un acquerello che dilaga su una pagina. Quasi tutto il libro è disegnato in un nitido bianco e nero: poi, di colpo, l’avvistamento di un nibbio in volo inonda di colore le pagine. «li invidio così tanto», pensa l’uomo. Se anche lui avesse le ali, «chissà come apparirebbe la città di Edo». E Taniguchi ci sorprende con una immagine a tutta pagina, e capiamo che l’uomo sta immaginando di solcare il cielo come il nibbio, con il mare e la costa che disegnano una mappa magica, vista da sopra le nuvole. È come se si distaccasse davvero dal suolo, non ci sono altre pagine colorate nel libro. Ma l’uomo incontrerà altri animali, gatti, tartarughe, lucciole e formiche. E i riquadri ordinati delle vignette si trasformeranno volentieri in strisce, linee sfalsate, piccole immagini e di nuovo pagine intere, come quella in cui di notte incontra le lucciole, che è un capolavoro mozzafiato di grigio e bianco in cui sembra davvero d veder pulsare, dolcemente, la luce verdastra dei piccoli insetti da ventre luminoso.
Ogni animale che l’uomo incontra si trasforma, nel suo sguardo attento e sensibile, in una diversa visione del mondo. Una foresta d’erba per le formiche, un mondo sfaccettato e quasi irriconoscibile in una libellula che plana. E non solo l’espressione del suo viso, ma le sue mani mostrano come si protenda verso ogni creatura, con delicatezza, con l’animo di un poeta più che di un topografo. Non è un caso che spesso citi haiku tra sé e sé, e che uno degli incontri importanti, che si ripeterà due volte, sia con Kobayashi Issa, il poeta e monaco buddhista, una delle voci più importanti del Giappone a cavallo tra il 1700 e il 1800, considerato, con Basho, Buson e Shiki, uno dei “Grandi quattro” della poesia haiku. E non è un caso nemmeno che il suo haiku citato in occasione del secondo incontro sia:

«La luna piena
Prendimela subito!
Piange il bambino.»

Lo sguardo dell’uomo è lunare, e contemporaneamente terreno. Il mondo degli uomini è assai presente, ma la natura – e per questo amo il Giappone – irrompe spesso nella narrazione delle misurazioni dell’uomo: in una tavola che occupa entrambe le pagine del libro, mentre immagina la spedizione importante che gli è stata assegnata, intravediamo sì la colonna ordinata di uomini e cavalli, ma in primo piano ci sono alberi, e alberi.
Gli alberi mi colpiscono particolarmente: come ha fatto Taniguchi a disegnarli, anche in vignette piccolissime, a renderli con tale minuzia di particolari facendoli sembrare leggeri, con foglie frementi che vien voglia di sfiorare?
Alla fine il cartografo decide di partire, ma accompagnato dalla moglie. La sua solitudine, che non è mai stata tale, diventa un viaggio a due: «Non dobbiamo avere fretta, dobbiamo essere pazienti , dobbiamo andare avanti, non fermarci mai… insieme». Il modo in cui sono disposti i balloon suggerisce un discorso accurato, pieno di pause, in cui le parole sono importanti, nessuna va sprecata. Il mondo è prezioso, le relazioni tra le persone sono preziose.
E l’ultima immagine che ci accompagna – questo è un libro che ti porterai dentro per molto, molto tempo – è di nuovo quella del nibbio. Il nibbio non misura, perché la carta geografica del mondo si stende sotto di lui.

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Una risposta su “Passi regolari, prendimi la luna piena

  • Patrizia

    E vabbè, pure Taniguchi, che è uno dei miei autori preferiti…(e grazie, mi hai fatto venire voglia di rileggermi questi volumi che non ripercorro da tanto, e che credo mi aiuteranno in questo momento)

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