If I Can't Dance, It's Not My Revolution

Playlist: Non ora non qui / Odio l’estate

#1

Quando nel 1960 il grande Bruno Martino pubblica la sua canzone come lato A di un 45 giri di sicuro successo, quella si chiama proprio Odio l’estate. Poi, però, il grande Lelio Luttazzi ci si fa un giro e la distrugge pubblicamente dandone un’interpretazione meravigliosa durante un programma televisivo. Sono anni in cui l’intrattenimento mica ti insegue dappertutto. Se uno canta una canzone sull’unico canale televisivo del paese (RAI2, il secondo canale, nascerà alla fine dell’anno successivo), poi la cantano tutti. Martino ci resta maluccio. Da quel momento in poi, la sua canzone si chiamerà semplicemente Estate e conoscerà più interpretazioni del più standard tra gli standard jazz. La canzone di Luttazzi invece, purtroppo, è quasi sparita. Trovarla in rete è faticoso. Qui, per esempio. [PI]

#2

La canzone in assoluto più bella sull’estate in città l’ha incisa per la prima volta Adriano Celentano nel 1968. Un po’ per snobismo, un po’ perché Celentano mi è proprio insopportabile, ne propongo una versione eseguita dall’autore della canzone. [PI]

#3

Che poi, a me, l’estate in città piace veramente un sacco. (E qui c’è Sly Stone vestito come Luke Cage quando lo disegnava George Tuska.) [PI]

#4

Le uniche estati che non ho odiato, sono state quelle dell’adolescenza, quando le vacanze obbligate coi parenti erano terminate e quelle inesistenti della vita lavorativa, erano ancora lontane. Io e i due amici con cui scorrazzavo per la provincia in motorino, ascoltavamo un sacco i Beach Boys. Volevo mettere allora una versione classica di Surfin’USA, ma poi ho trovato questa del 2012, dove la fatica e la tristezza sui volti degli attempati rocker da spiaggia, trasmettono perfettamente il senso delle estati che vivo ora. [FP]

#5

In quelle belle estati lì, andava forte questo pezzo di Piotta. Io e i miei amici, coglioni in quel modo stupendo che solo a quell’età, ne andavamo matti. [FP]

#6

In una qualche estate precedente, costretto in spiaggia col parentame, mi isolavo dal mondo tramite walkman nelle orecchie e fumetti negli occhi (uno alla volta, che le due cose insieme mi hanno sempre confuso). C’era una raccolta di musicassette con grandi successi italiani, uscita credo con il “Corriere”. Ascoltavo e riascoltavo quei pezzi d’epoca, e fra un’Alice, una Ricominciamo, e una Canzone del sole, c’era anche Giuni Russo con l’estate al mare che le scrisse Battiato. [FP]

#7

E poi, sempre su quelle cassettine, la rivelazione. Il pezzo definitivo dell’estate. Cioé, Pratt in Corte sconta era arrivato al 34 Dicembre. Gli Squallor col 38 Luglio l’han superato. [FP]

#8

In famiglia le vacanze si facevano a luglio, ed era una meraviglia ignota essere cresciuti, in termini di cultura della villeggiatura, fuori dal carnaio agostano. Per contrappasso di lì in poi, nella vita adulta è diventato praticamente impossibile tornare a portare gli zebedei a guazzo nel mese centrale dell’estate. Tocca invece subire tutta la canicola e ritrovarsi a decidere dove diamine andare a infilarsi, a prezzi triplicati, in compagnia di tanta ciccia cospecifica. L’agosto cittadino degli anni Ottanta invece consentiva di apprezzare tutta la poetica del caso, inclusa quella dei Righeira. Quella storia dei satelliti in orbita sul mar ti si piantava in testa e non andava più via. Nel complesso una tremenda orgia stupida di luoghi comuni di quel decennio (e non solo) ma anche un capolavoro. Contraddizioni… [LC]

#9

A New York la villeggiatura estiva non credo sia mai andata di moda per tanti strati della società della Grande Mela. Il pezzo ci dice che quando fa caldo ci si sta parecchio male però la notte si può uscire e andare a rimorchiare. Beh, uno devi un po’ saperlo fare, due ci vogliono i posti aperti. Grazie anche a uno dei Die Hard (mi pare quello con Samuel L. Jackson e Jeremy Irons) l’associazione con la parte difficile dell’estate, quella cittadina, canicolare, abbastanza desolata e ardua, è diventata saldissima. In città, alla fine, da un certo momento in poi c’erano i cinema estivi e qualche baretto-calamita sulle rive del lutulentissimo fiume. [LC]

#10

Sempre New York, tre ragazze inglesi piuttosto carine con i capelli un po’ cotonati e mechati rimettono in scena e in musica la crudeltà di un’estate nella megalopoli. Qualcuno che non conosco vedo che ha scritto che il pezzo è «gelidamente funky» e non ha tutti i torti. Si parla d’estate ma il feeling è decisamente blues. E visto che l’estate, come vedremo meglio più avanti, è epoca di mordi e fuggi, idilli contenuti e badineries amorose varie, il ghiaccio lirico di Cruel Summer continua a starci bene. [LC]

#11

La catena autoriale Michel Fugain (autore originale) – Franco Califano (testo italiano) ha alimentato almeno due interpretazioni memorabili e io non ricordo più se ho conosciuto prima quella di Mina o quella dei Delta V. La seconda, del 2001, viaggiava su tutti i canali radio e non di quel periodo, e ti si inchiodava dentro. Anche qui il summer blues domina, in modo sempre più esplicito. E quando sei sui venti e qualcosa sei ancora tanto incline a stuzzicare le ferite superficiali all’incrocio tra eros, ego e paura. La musica campa esattamente anche di questo, il suo successo dipende fortemente anche dall’eleganza (e dal suo contrario) con cui titilla certe membrane fisiologiche e metaforiche. [LC]

#12

Odio l’estate perché si ferma tutto perché tra poco «arrivano le vacanze», anche se si continua a faticare e in vacanza vera ci si va poco. Vorrei riprendere a suonare fuori dal salotto, ma si vedrà a settembre. Nel frattempo non farei male a ripassare un po’ di pietre miliari. [LC]

#13

E veniamo all’autobiografia. Prima che dichiarassero l’apertura conclamata dell’Antropocene il mio bicchiere della staffa nelle notti estive, prima di andare a dormire con quel cocktail di irrisolto e ormoni e troppi frozen daiquiri in circolo, era l’album Dusk dei The The. Certe volte me lo sparavo tutto (quarantuno minuti e due secondi) nel chiuso della mia Fiesta, però il brano che scelgo oggi è il singolo Dogs of Lust (appunto). Desiderare strema. Col caldo, la spiaggia, la discotechina del cazzo della località balneare e con i diciannove anni addosso diventa un’impresa alla quale non tornerei se me lo proponessero. [LC]

#14

Alle abusate e tartassatissime povere Quattro Stagioni di Vivaldi, nel tempo riarrangiate, massacrate, impastate, paludate, remixate, questa esecuzione dell’ensemble La Serenissima ridà un po’ di equilibrio e giustizia a un’opera del barocco italiano e a un autore che è uno dei geni assoluti di tutta la storia della musica, per quanto meno celebrato di altri. Riascoltandola così ne scaturiscono, oltretutto, sensazioni anche piuttosto nuove e diverse, sfumature che non sapevamo fossero lì. Giusto per dire che la stagione che si odia forse la si può ancora cambiare, trovarne una diversa. [LC]

#15

Lorenzo, l’estate di Vivaldi… con quel controtempo sul finale di violoncello… ascoltata milioni di volte, la mia stagione preferita delle 4 (segue: l’inverno).
Per me resta indelebile un’estate a Forte dei marmi a casa di una amica, insieme a un altro compagno di scuola. Era l’estate dopo la maturità. Loro due avevano da poco fatto coming out con me e tra loro.  Andavamo in giro in bici cercando nelle edicole “Babilonia” – indimenticabile l’edicolante che grida alla moglie sul retro «Abbiamo Babilonia?» e lei che grida di rimando «Che è, una cosa di giardinaggio?».
La sera stavamo fuori, seduti sugli scalini, a guardare le stelle, e alla radio andava Alice con Il vento caldo dell’estate. La cantavamo anche noi, a squarciagola. Eravamo felici, credo. [AS]

#16/17/18

Io non odio l’estate, ma proprio perché la amo e temo la sua fine mi procura un senso di angoscia e di apocalisse (vedi playlist precedente). A rappresentare perfettamente questo mio sentimento sono ben tre canzoni che ascoltavo nell’estate in cui tale sentimento ebbe inizio: [AA]

#19

Faccio in tempo ad aggiungere una canzone brasiliana? Cosa c’è di più estivo del gelato? Questo poi è metropolitano e quindi ha ottime ragioni per essere in questa playlist. Alberto Camerini, alla corte di Gianni Sassi (alla CRAMPS, diamine!), prodotto da Ares Tavolazzi (il bassista degli Area e di Francesco Guccini, che non avevo ancora citato). Che bellezza! [PI]

#20

Questa voleva metterla Boris, ma non ce l’ha fatta e alla fine la metto io. Mica mi dispiace, anzi. Non so però cosa ci avrebbe scritto lui, e la cosa mi interessava. Ma tanto il pezzo è talmente incredibile che non c’è nulla in più da aggiungere. [FP]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *