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Il Team Novo Nordisk e i 100 anni della scoperta dell’insulina

Il gesto è sempre lo stesso.
La penna dal frigo, il tappino che si svita, la puntura che viene caricata, una, due, tre unità a indovinare la compensazione dei carboidrati, il getto del caricamento.
Ogni colazione, ogni pranzo, ogni cena del resto della tua vita.
Se va bene.
Altrimenti ci sono quelle supplementari quando si alzano i valori della glicemia.
Poi la puntura intramuscolo, lo scatto delle unità.

Tlack, tlack, tlack.

Ogni tanto, spesso, scappano fuori i lividi, sulla pancia, sul deltoide, sul fondoschiena.
Qualche medico ti lascia anche il cofanetto della puntura d’emergenza.
Una custodia arancione con una siringa di quelle di una volta, già pronta all’uso con il contenuto bianco da scaricare sul cuore, da conservare rigorosamente in frigorifero.
Ma chi vive con una persona diabetica sa che quella puntura non la farà mai, non lei almeno.
Sa che dovrà essere lucida dopo un calo verticale di zuccheri e alla primissima incoscienza, nemmeno una frazione di secondo, chiamare subito l’ambulanza sperando che arrivi il prima possibile in modo che quell’incoscienza non si trasformi in coma.
La faccio drammatica, io che posso mangiare e bere quando mi pare qualunque cosa mi pare.
Prima, nel mondo nel quale vivevo prima, non sapevo nemmeno riconoscere un carboidrato da una proteina.
Ma mentirei se dicessi che a ogni il calo di zucchero, a ogni iperglicemia, a ogni oscuramento della vista, a ogni crampo ai piedi, a ogni sforzo fisico sono tranquilla e non mi preoccupo per la persona che ho sposato e che amo.

Settembre e ottobre sono i mesi in cui la stagione del ciclismo si avvia alle cosiddette classiche d’autunno.
Solo tra le italiane delle gare che si svolgono in un solo giorno, è famosissimo il trittico Milano-Torino, Gran Piemonte e il Giro di Lombardia chiamato anche Classica delle foglie morte perché si svolge i primi di novembre.
Ma ci sono anche il Giro dell’Emilia, la bellissima Parigi-Tours, l’altrettanto tradizionalissima Brussels Cycling Classic.
Quando finisce La Vuelta, intorno alla prima domenica di settembre, la percezione che l’estate sia finita è palpabile.
Nell’accavallamento delle ultime fasi della gara spagnola ci sono il Tour di Romania, il Benelux, gli Europei e le ultime tappe del Tour of Britain. Che a loro volta si intrecciano con il Giro del Lussemburgo e con le prime classiche: il Giro di Toscana, la Coppa Sabatini del comune di Peccioli e la tedesca Primus Classic.
E con il Tour di Slovacchia.

A un certo punto Peter Sagan, uno che ha rivoluzionato il concetto dell’essere ciclista e star, il catalizzatore di sponsor e massa, ormai in evidente calo, di vittorie, di importanza in una delle squadre più ricche, ma mai di media, prima della gara si avvicina a un folto gruppo di bambini posizionati strategicamente davanti ad adulti che in mano tengono la stessa identica cartolina figurativa del biondo Sagan come i bambini.
Sagan inizia a firmare le cartoline.
Uno dei bambini indugia un po’ troppo secondo il padre che allunga il braccio e lo invita a esporsi al campione. Il quale capisce che il bambino sta lì solo perché è il padre il vero fan, così a sua volta allunga direttamente la cartolina al padre che prende e porta a casa il prezioso cimelio scarabocchiato con un pennarello indelebile.
Il Tour di Slovacchia non ha nulla di accattivante.
A parte Sagan che al Giro a casa sua non vuole rinunciare.
Il suo culto in patria travalica quello di un qualunque altro campione di altri paesi, forse è paragonabile all’idolatria che si ha per Cristiano Ronaldo in Portogallo, meritevole di statue (bruttine) all’aeroporto di Madeira, gadget di qualunque fattura, murales, magliette col numero 7 dorato su qualunque maglia rossa si veda sulla schiena della gente e nei negozi.
Questi Tour in realtà sono belli perché vi partecipano squadre che nei grandi giri non sempre ci sono: dalla sudafricana Qhubeka Assos alla israeliana Israel Startup Nation, dalla italiana Bardiani alla friulana Cycling Team Friuli, dalla ceca Elkov – Kasper alla spagnola Kern Pharma fino a lei, unica squadra al mondo che unisce la progettazione sanitaria al miglioramento della vita e dello sport per un diabetico.

Il Team Novo Nordisk è finanziato dalla multinazionale farmaceutica danese Novo Nordisk.
Le succursali negli Stati Uniti hanno creato introiti, ricerca e nuovi modelli di sviluppo lontano dalle regole europee.
La Novo Nordisk USA ha anche la squadra di ciclisti, cicliste, under e giovani e tutti gli atleti sono affetti dal diabete di tipo 1, l’insulinodipendente, e sponsorizza altre discipline sportive.
La Novo Nordisk USA progetta qualunque suo prodotto usando i corridori per capire come, dove, sotto quale sforzo, migliorare per esempio il sensore che molti diabetici iniziano a usare e che serve per anticipare i cali di zucchero e le iperglicemie, evitando i crolli verticali di cui sopra.
Quando la tecnologia viene a contatto con la scienza, come nel caso dei vaccini, sì, migliora la vita, spesso te la salva, l’evoluzione scientifica permette uno stile di vita che un diabetico di cento anni fa, in quel 1921 di scissioni livornesi, nemmeno si sognava perché moriva prima anche solo di sapere che era affetto da diabete.
L’insulina è un ormone secreto che il nostro corpo produce all’interno del pancreas. Il pancreas è l’unico organo, insieme al cervello, che non puoi sostituire. Senza, semplicemente, muori. Quando il corpo non riconosce più la produzione dell’insulina da parte del pancreas si manifesta la malattia autoimmune chiamata diabete, che rischia di mandare troppo zucchero nel sangue provocando gravi danni all’organismo.

Cento anni fa in un freddo e gelato Canada, il medico Frederick Grant Banting e il tirocinante Charles Herbert Best isolano l’insulina durante un esperimento.
Leonard Thompson ha solo 14 anni. È un ragazzino come tanti ma nel 1922 viene ricoverato immediatamente in ospedale. Non si capisce cosa abbia e rischia di morire. Qualcuno azzarda che forse gli serve un’iniezione di insulina, forse il suo corpo non produce più zucchero. Ventiquattro ore dopo il risultato di quella puntura è sorprendente: i livelli pericolosamente alti di glucosio nel sangue di Leonard scendono a livelli quasi normali salvandogli la vita.
Da quel giorno Banting, col collega John Macleod, sviluppa un’insulina più pura, prima di origine estrattiva animale poi, in altri decenni, con altri ricercatori, in un mondo attraversato da due guerre mondiali, nel 1978 si produce la prima insulina sintetica.
Ma quella prima puntura, con la vita di Leonard ancora calda, conferiscono ai due medici  canadesi il Premio Nobel nel 1923.
Da allora si è andati così avanti nella ricerca che oggi un atleta affetto da diabete può essere un campione di ciclismo, un giocatore di calcio (Nacho del Real Madrid), un maratoneta, un nuotatore.

Da allora si è andati così avanti che, con un sacco di soldi, tanti davvero, il pancreas possono anche ricostruirlo.
Arturo Vidal è un calciatore cileno. Carattere focoso, sanguigno come molti sudamericani, è un centrocampista potente e, quando in forma, risolutivo. Ha giocato nella Juventus di Antonio Conte, nel Bayern Monaco e, di ritorno in Italia, nell’Inter sempre allenata da Conte vincendo uno scudetto che nella Milano nerazzurra mancava da 11 anni. I suoi momenti più critici da calciatore culminati in intemperanze e comportamenti nervosi e isterici in campo sono coincisi con il figlio di appena 4 anni che continuava a stare male. Quando hanno capito che la vita di quel bambino sarebbe stata condizionata per il resto dei suoi giorni dal diabete di tipo 1, valutandone i rischi e le possibilità, monitorando costantemente la ricerca non ci hanno pensato due volte. Sulla base della compatibilità, quattro anni dopo, il figlio di Vidal ha un pancreas nuovo, parzialmente ricostruito e la sua insulina viene riconosciuta dal suo corpo.

Da allora sono stati inventati il pungidito, il sensore che collegato a un’applicazione sul telefono avverte con una campanellina l’imminente calo di zucchero e, nel caso non si sia ricchissimi come Vidal, il microinfusore che, attaccato al corpo, permette di inoculare la giusta dose di insulina.
Al momento sia il sensore sia il microinfusore sono esteticamente molto, molto brutti, ma in cento anni i risultati della ricerca sul diabete sono stati salvifici per milioni di persone, almeno di quelle che vivono nei paesi occidentali e più sviluppati.

Al Tour di Slovacchia si corre la terza delle quattro tappe.
È una corsa che si può tranquillamente classificare come noiosa. Il che non significa che sia dovuto all’assenza dei grandi nomi o delle grandi squadre in grado di dare spettacolo, piuttosto guardando il paesaggio mi viene da pensare che il circuito scelto non valorizzi la boscosa Slovacchia. Paradossalmente persino il Tour di Slovenia era più frizzante e la Slovenia non è un paese esteso, anzi è molto piccolo.
Andrea Peron della Novo Nordisk ci prova, va in fuga.
Il suo capello lungo biondo sventola da sotto il caschetto, la barba da hipster gli copre parzialmente lo sforzo del volto.
Peron insieme agli altri italiani della squadra parteciparono alla Milano-Sanremo nella primavera del 2019, quella vinta da Julian Alaphilippe e l’anno prima da un sorprendente Vincenzo Nibali con un’azione che gli appassionati racconteranno per sempre e che diventerà come quei filmati in bianco e nero nei quali vedevi trionfare Bartali o Coppi.
Per l’occasione lo sponsor tecnico ideò una maglia con la bandiera tricolore sotto la fascia orizzontale azzurra. Era bellissima. Gli italiani erano orgogliosissimi di indossarla e andarono in fuga per quasi tutta la gara, mostrandola al mondo.
Peron viene raggiunto subito.
Nel gruppo compatto e colorato, si riconosce il campione finlandese.
Joonas Henttala ha due baffoni vichinghi che si incurvano verso gli angoli della bocca.
Ha un volto simpatico, di uno che sorride spesso, forse perché nonostante la malattia fa il lavoro e lo sport che ama.
Al campionato nazionale finlandese, vestendo la casacca giallo blu della Novo Nordisk, scatta in una volata. Ha abbastanza tempo per esultare alzando le braccia appena superato il traguardo e a fare un gesto con le mani che si aprono sulla scritta che campeggia orizzontalmente sulla casacca, sottolineandola: Changing Diabetes.
Lui, gli altri, le cicliste della Novo Nordisk ne sono la prova vivente.

(Tutte le foto sono tratte dal profilo Instagram del Team Novo Nordisk)

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