Ogni cosa è quasi illuminata

Arabella Strange | Rorschach |

La Quasità è una consapevolezza delicata come un cristallo. A volte è interessante lasciarla cadere sul pavimento per vedere in quanti frammenti multicolori esplode. A me sembra di viverci immersa, come i serpenti nei barattoli di formalina che saluto sempre uscendo dal Museo di scienze.

La Quasità e la Legge vanno in collisione come materia e antimateria: penso a una espressione tipica del diritto: hic et nunc. Qui e ora. Serve in un sacco di circostanze, soprattutto per stabilire da quando ha efficacia una legge, quando un ordine deve essere eseguito. Regole: ho capito solo in questi ultimi mesi, seduta sulla mia poltroncina dallo psicanalista, quanto le regole, che la mia neocorteccia apprezza come linee guida, nel profondo mi provochino  un istinto di esplosione, di iconoclastia e anarchia che mi fa brillare le parti più riposte del cervello. Per me le regole sono sempre un quasi. Devo poterle rompere per cercare qualcosa di meglio, di più vero per ogni momento diverso.
Ho passato anni cercando di dimenticare tutto quello che avevo imparato a Giurisprudenza, l’università che ho completato strisciando mentre lavoravo e capivo che avevo sbagliato tutto, ma proprio tutto. Anni dopo sono riuscita a diventare bibliotecaria: considerato il mio rapporto profondo con i libri questo colpo di scena karmico mi fa ripensare agli anni da impiegata come una Quasità, una funzione d’onda che sta aspettando di precipitare.
Ero contemporaneamente un’impiegata viva e un’impiegata morta.

Ci sono tante cose che mi fanno pensare alla Quasità come elemento fondamentale della vita. Uno ci riguarda tutti: l’universo è nato circa 13,7 miliardi di anni fa. La Via Lattea, che contiene tra i 200 e i 400 miliardi di stelle, viaggia a 550 chilometri al secondo. Il nostro sistema solare, per ruotare intorno al centro galattico di questo LP mostruosamente grande, impiega circa 2.320 milioni di anni, un anno galattico. E io cosa sono? Neanche un respiro. Se ci penso, tutta la mia esistenza è Quasità.

Ci sono molti momenti di Quasità pura. Un gioco di ruolo, in cui ti comporti per alcune ore come se fossi un arciere elfico. Il sesso quando funziona. Il dolore fisico improvviso. Un colpo di scena. Forse quei rari momenti in cui ti scontri con la bellezza e resti catturato in un tempo misterioso, quello dello stupore, che ferma il tempo mentre ti riempi di felicità come un bicchiere sotto il rubinetto. Solo tu. Intorno nessuno se ne accorge. La Quasità non ha risposte. È un pulviscolo di interrogativi, una nebbia fragile. Credo che nella Quasità si risveglino parti di noi che dormono.

Però tutto questo mi porta al forte legame tra la Quasità e il tempo. La Quasità sul tempo ci sta in equilibrio precario. Col tempo ci gioca.
Quest’estate sono andata in montagna, pedalavo dicendo parolacce su sentieri sterrati pieni di sassi. Poi mi sono piantata in una fessura del terreno, e sono volata. Sono atterrata di faccia, sulla terra dura e la ghiaia. La bici, pesantissima, mi si è ribaltata addosso. Il caschetto mi ha evitato di sfregiarmi a vita, Ricordo la botta della ruota che si blocca e l’impatto col terreno. Del volo, niente. Dov’è finito quel momento? È certamente esistito, ma posso solo dedurlo. Sta su un altro livello di coscienza, su un altro livello temporale. Quello, credo, in cui finisce la roba che ti fa paura e in cui preferisci non inciampare mentre ti muovi nel cervello.

La Quasità e il tempo sono un perenne dialogo. Possono essere in scontro frontale – se dici a un centometrista che è quasi arrivato primo probabilmente ti tira una testata – ma essere quasi arrivati, aver quasi finito, essere quasi brava come vorresti: quasi diventa una parola forte come uno scoglio in mezzo alla tempesta. Io ho dovuto inventare una parola per esprime il concetto di stare quasi bene: Benuccio. Non è benino, che è un’espressione da ricovero per anziani. Benuccio è quando dopo il buio comincio a vedere la luce. Le crisi d’ansia, il vomito, l’agorafobia, la sindrome dell’impostore, l’incrollabile sguardo degli abitanti del mondo d’Inferno, stanno scomparendo. Il Benuccio è il sollievo, grandissimo. Non sarò costretta a vivere in un mondo di demoni della sofferenza. Sono quasi tornata al mondo delle donne e degli uomini, dei gatti e dei cani e dei fiori e degli amici e del lavoro, libri e bambini. Ci sono quasi, forse ci sono quasi.

Penso che col Quasi comunichi anche l’assoluto.
Non è spostare una tacca su un righello fino ad arrivare, alla fine, alla misura che ti serve, è più come l’interazione gravitazionale in un sistema binario di stelle.
E questo mi interessa, mi interessa veramente.
Il Tao della fisica di Fritjof Capra negli anni Ottanta mi aveva rivelato che le leggi che governano il mondo delle particelle subatomiche non sono quelle che governano la nostra vita di tutti i giorni. È riuscito ad avvicinarmi alla divulgazione, grazie, Fritjof. E Fritjof faceva una riflessione: la descrizione del mondo delle particelle subatomiche ha superato il linguaggio umano. È un Quasi. Può essere espresso solo in formule. Se devi spiegarle a uno che non è un matematico non ci sono letteralmente le parole, che nascono dalla nostra esperienza del mondo. Non puoi nemmeno fare esempi. È un’altra versione della realtà.
Fritjof sosteneva anche che le religioni che vengono dall’oriente fossero le uniche che avessero parlato di questa assenza di parole. L’illuminazione non ha parole. Quando mi sono imbattuta nel Sutra del Loto ho capito che avevo in mano un libro prezioso, per me, con dentro un sacco di roba che mi affascinava e mi rosicchiava la parte mistica del cervello. È un libro rivoluzionario. È lo scatto del buddismo mahayana, quello del “grande veicolo”, sulle scuole precedenti, considerate del “piccolo veicolo”: non sono le regole a portare all’illuminazione, sono le pratiche degli stati alterati. Un medico oggi li definirebbe così, ma io non sono d’accordo. Sono convinta che la realtà sia la somma di tutti gli stati, alterati o no. Più un arcobaleno che una linea marcata.
Nel Sutra il Buddha Shakiamuni dice che non esiste un nirvana, una pura terra, non si tratta di evolvere fino a uscire dal ciclo delle incarnazioni. Il Nirvana e l’Inferno sono sempre con noi. Tutti gli aspetti della nostra vita sono compresenti, sempre.

«Le persone oscurate pensano, “Questo mondo è divorato da un grande fuoco. La fine del kalpa della distruzione si sta avvicinando.” In realtà, questo mio mondo è in pace. [ …] Fiori di mandarava piovono sul Buddha e sulla grande assemblea. Questa mia terra pura è indistruttibile.>>

Quindi qualsiasi versione di noi è sempre, anche, quasi tutte le altre, e va bene così.

E poi, cazzo, l’illuminazione l’abbiamo provata tutte, tutti. Quei momenti in cui ti senti parte di tutto l’universo, che possono essere scatenati da qualsiasi cosa, o da niente. È uno stato mentale a cui abbiamo accesso, l’illuminazione. Dice il Buddha, e io sono d’accordo. Conosco quello stato, che non è euforia, o esaltazione. È, non so, pieno di gioia e di libertà che non possono essere descritte a parole. Le parole svaniscono. Non servono più. È un non luogo che è qui e ora, in cui tutti i tuoi te sono accolti, in cui c’è solo pura, incontaminata felicità, in cui il tuo amore si estende a tutto quello che esiste e aiuteresti chiunque, in cui puoi accettare qualsiasi cosa con tranquillità, anche la morte, in cui

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