Uccidere un fumettista

Boris Battaglia | E l'ultimo chiude la porta |

È stata una giornata fredda ma, tutto sommato, per Bologna, nella media. Sono le nove meno un quarto di sera. Non piove, non c’è nebbia e la visibilità è buona.
L’uomo è alla guida. Di lui sappiamo alcune cose. Il nome, ma non è rilevante al fine di quello che ti sto raccontando. Quindi lo ometto. L’età, circa cinquantacinque anni. Dove vive, a Ravenna, e questo, te ne accorgerai tra poco, invece è rilevante. Il fatto che probabilmente ha bevuto un bel po’ più di quanto sarebbe auspicabile per chi si mette alla guida. Non sappiamo però perché lo ha fatto: se per festeggiare qualcosa oppure per lenire un dispiacere, o, molto più probabile, perché per lui, come per chi scrive, farlo è una necessità fisiologica.
Adesso, come ti ho detto, è alla guida. Sta scendendo lungo via Genunzio Bentini (sì, è un cazzo di nome che fa ridere: sembra una via presa di peso da un fumetto di Bonvi e invece esiste davvero, a Bologna), verso via di Corticella per imboccare la E45.

La E45 è uno dei più importanti assi viari d’Europa. La attraversa tutta, per cinquemilacentonovanta chilometri. Da Alta, in Norvegia a due passi da Capo Nord, fino a Gela, in Sicilia. Non lo diresti eh, che una via così importante passi per Bologna e invece lo fa. Ovviamente nei vari paesi europei si sviluppa su strade di diversa natura. In Italia, scende dal Brennero come A22 e diventa A1 all’altezza di Modena. Va dritta fino a Bologna dove diventa A14 e devi percorrerne un buon tratto (per poi prendere la Statale 309) se vuoi andare a Ravenna.

Te l’ho detto che il domicilio dell’uomo che guida è un dato rilevante. Sta tornando a casa. Adesso sono le 20:45 e ci sono altre due cose che sappiamo dell’uomo al volante. Che sta guidando una Citroën DS Pallas rossa e che tra meno di un minuto ucciderà un fumettista.

Sarà un retaggio dell’anarchico che dentro m’ha ruggito nella parte migliore, quella della giovinezza, della mia vita, prima di diventare il moderato noioso democratico che sono ora, ma a me gli industriali proprio, ancora, non piacciono. E quelli illuminati e progressisti, meno degli altri. Per dirti: a me l’idea olivettiana di un’organizzazione del lavoro in fabbrica (o dove diavolo vuoi) impostata alla felicità collettiva dei lavoratori e, di conseguenza, alla loro adesione al lavoro come totalità della vita, sembra eticamente un paradosso più aberrante dello schiavismo. I colpi di frusta generano odio e l’odio può sfociare in sana ribellione. La felicità elargita puoi solo subirla con serena, cattolica remissività. Non è un caso che il progetto di Adriano Olivetti fosse impostato sulle teorie economiche di Giuseppe Toniolo: un pensiero di cui, per fortuna dell’umanità, restano solo le rovine (ben conservate) di quei falansteri huxleiani abbandonati, come Ivrea. Stanno lì a ricordarci l’orrore scampato di campi di concentramento in cui la vita e il lavoro si sarebbero dovuti fondere senza soluzione di continuità.
Puoi perdonare a uno di aver provato a trasformare in una cosa simile la vita degli operai solo perché produceva quella macchina da scrivere progettata da Marcello Nizzoli che nel tuo immaginario fa tanto scrittore maledetto? Che poi la Lettera 22 la usava un insulso come Montanelli, mica Kerouac che usava la Herems 3000. Ma questa è un’altra faccenda.
Puoi perdonare, per esempio, a uno come Andrè Citroën che si era arricchito in modo inverecondo producendo granate durante la Prima Guerra Mondiale e – lungimirante eccome!, va ammesso –  aveva poi riconvertito le sue industrie alla produzione di mezzi di trasporto civili, per aver assunto all’inizio degli anni trenta quel genio insoddisfatto di Flaminio Bertoni che darà all’appagamento del nostro gusto estetico e della nostra soddisfazione di guida – se non l’hai mai guidata non puoi capire di cosa sto parlando –  un gioiello estetico e meccanico come la DS?
No, non puoi. Però, se della Lettera 22 e di tutte le macchine da scrivere di questo mondo, a noi, non ce ne frega un più cazzo, della DS ci importa eccome.

In realtà quando la DS comincia il suo percorso di vita, Citroën è morto da tre anni. Ma è la squadra che ha messo personalmente in piedi lui, quella che già aveva realizzato la Traction Avant, ad averla pensata. L’ingegnere André Lefèbvre, il designer Flaminio Bertoni

(adesso perdonami il solito inciso: storia interessantissima quella di Bertoni, dall’Aermacchi – l’idrovolante di Porco Rosso è un M33 disegnato proprio da Bertoni per la Macchi – alla Citroën… un’altra volta te la racconto),

i due meccanici Walter Becchia (che progettava motori all’avanguardia) e Paul Magès (il re delle sospensioni), questi quattro dannati geni, nel 1938 pensano a una vettura leggera, che sostituisca quella specie di pesante trattore porta passeggeri che la Citroën aveva prodotto fino allora dalla fine della guerra. Solo che mentre ci stanno pensando scoppia la Seconda guerra mondiale, e tutto si ferma, per riprendere negli anni 50. Da quel momento, in pochi anni ci danno prima la 2CV e poi, presentata al salone di Parigi del 1955 la DS 19.
Per farti un’idea di quanto questo modello di automobile ebbe successo, ma soprattutto della pervasività che il suo design ebbe nel nostro immaginario, pensa che Ginko, l’ispettore che da indefessa caccia a Diabolik, guidava – nelle storie scritte dalle sorelle Giussani, una DS 19 del 1961.

Nell’ottobre del 1964, la DS 19 viene sostituita dalla Pallas. L’arrivo di questo nuovo modello è caratterizzato da alcune novità: i due fari supplementari a lungo raggio disposti sopra il paraurti vengono dotati di lampadine alogene, una rivoluzione tecnologica come quella attuale dei fari a led. L’indicatore di direzione anteriore è, per la prima volta, inserito in un alloggiamento luminoso. Il perimetro dell’auto è seguito da una fascia laterale cromata, rifinita con bordini di gomma. I coprimozzi sono anodizzati. Per la prima volta nella storia delle automobili, sulla parte posteriore viene apposta l’indicazione del modello in rilievo “DS Pallas”. Le luci dei freni sono arancioni e non rosse come al solito. Questo modello era prodotto in un solo colore. Grigio.
Dovremo aspettare il 1970 per vederla con la carrozzeria rossa.

È quasi un’auto d’epoca quella che sta scendendo a velocita sostenuta via Bentini; hanno smesso di produrla, se non ricordo male, nel 1976. Oggi è il 9 dicembre 1995, quindi nella migliore delle ipotesi ha una ventina d’anni.
DS in francese si pronuncia “de ess” che è lo stesso suono del sostantivo femminile déesse. Dea. Come una contemporanea Proserpina la Pallas rossa sta correndo gli ultimi metri verso il suo incontro con il destino.
Sono ancora le 20,45. Un uomo è uscito dal bar, di fianco al distributore, dove si è fermato a chiedere informazioni e, probabilmente a bere un bicchiere. Forse più di uno. Forse perché ha tante cose, anche dolorose, per la testa, o forse perché anche per lui, come per chi scrive, è una necessità fisiologica. Di lui sappiamo un sacco di cose, ma sono quelle di cui parleremo nei prossimi capitoli. Non ti anticipo niente. Sappi solo che è uno che fa fumetti. Quello che conta adesso è che ha lasciato la sua BMW sull’altro della strada, non si accorge della Pallas che arriva spedita. Quindi fa l’unica cosa che non avrebbe dovuto fare. Attraversa.
Nonostante non piova, non ci sia nebbia e la visibilità sia buona, l’uomo alla guida della Pallas non si accorge dell’uomo che attraversa la strada. Quindi non fa l’unica cosa che avrebbe dovuto fare. Frenare.

Sono le 20,46 e la Dea prende in pieno un fumettista.

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