Furry: eroi in pelliccia

Monia Marchettini | Io sono un unicorno |

La prima volta che ho sentito la parola “Furry” era accompagnata dalla drastica descrizione di «pervertiti di merda» così mi sono incuriosita e ho scoperto un fandom con una storia ultradecennale, estremamente inclusiva, che fa parte (volenti o nolenti) della nostra educazione. Basta aver ascoltato una favola con animali antropomorfizzati e siete venuti a contatto con una delle lunghissime radici di questa fandom.
Fur, significa pelliccia: una persona furry ha un legame (a vari livelli) con un animale che lo rappresenta o lo guida. Talvolta l’animale di elezione è sentito come una versione “migliore” della persona o l’essenza interiore di questa, si crea quindi una “fursona” con un suo nome, sue fattezze e con la sua storia. Esistono persone che non sentono un legame con un mammifero ma con un rettile, in questo caso vengono definite scalie o con un uccello e prendono il nome di avian.

I furry trovano tracce della loro passione nelle religioni e nei miti del passato: si trovano animali antropomorfi in praticamente tutte le religioni antiche e nel folklore, a prescindere dalla regione del mondo di provenienza. Zeus (quando si trasformava in animale per giacere con donne, il primo cosplayer furry) è solo uno dei tantissimi esempi: ne sono piene la religione egizia, molta mitologia giapponese, quella dei nativi americani e molte altre.
Il fandom nasce all’inizio degli anni Ottanta negli Stati Uniti durante un convention di fantascienza a Boston. Già a metà del decennio venivano organizzate feste in costume informali presso le maggiori convention di fantascienza e fumetto e nell’estate del 1986 fu indetta la prima festa ufficiale, con una comunicazione estesa, alla conevention fantasy Westercon di San Diego. I fan iniziarono a comunicare attraverso fanzine autoprodotte dedicate a personaggi antropomorfi, per poi incontrarsi alle “confurance”.

Moltissimi furry, da tutto il mondo, condividono dei punti saldi nel loro percorso. I cartoni animati (alcuni antecedenti alla creazione della fandom), ben prima di qualsiasi fursuit (costume peloso), orientano l’interesse verso i protagonisti antropomorfi: si va da Kimba il leone bianco (la serie d’animazione, tratta dal manga di Osamu Tezuka, fu trasmessa negli Stati Uniti a partire dal 1966), Fritz the Cat (il film d’animazione che Ralph Bakshi trasse dal fumetto underground di Robert Crumb, nel 1972), Robin Hood (pellicola Disney del 1973), Le Tartarughe Ninja (inventate da Kevin Eastman e Peter Laird, come fumetto,nel1984 e trasposte in animazione nel 1987), fino a Zootropolis del 2016.
Ci sono tantissime creazioni che si potrebbero aggiungere a questo elenco ma queste sono quelle più nominate all’interno di Furry Nation: The True Story of America’s Most Misunderstood Subclulture, illibro di Joe Strike che ho usato per scoprire di più intorno a questa sottocultura bistrattata.

Ora, ragazzi, parliamo di fumetti. Ci sono prodotti che – posso assicurarvi – solo un furry può apprezzare, altri invece sono capolavori per tutti; alcuni sono pezzi della nostra gioventù che non ci saremmo mai sognati di etichettare come furry. Non credo si tratti di appropriazione: è più un riconoscimento, questo fandom spesso cerca conferme in prodotti che la precedono.

Spirito cane

Entriamo nel dettaglio. Intanto una piccola definizione: parliamo di un personaggio furry ogni volta che abbiamo un animale con caratteristiche antropomorfe.
Detto questo, esistono vari livelli di antropomorfizzazione. Tipicamente giapponese è il Nekomimi (dovrebbe significare orecchie di gatto), dove il personaggio ha caratteristiche animali che non vanno più in là di due orecchie e una coda (un animale al 5%). I Nekomimi possono avere comportamenti legati agli animali che li rendono più furry, ma in realtà sono poco rilevanti.

Inuyasha (1996-2008), rientra in questa categoria. Stiamo parlando di un famosissimo manga shōnen di Rumiko Takahashi, che contava cinquantasei volumi, oltre al seguitissimo anime e una valanga di altri prodotti correlati come live action e altro.

Per giustificare le orecchie pelose dei suoi personaggi Takahashifa cadere la protagonista, Kagome Higurashi una giovane studentessa delle medie, in un pozzo che la trasporta nell’epoca Sengoku (tra il 1467 e il 1603), qui la ragazza risveglia un mezzodemone cane (Inuyasha) che ha l’aspetto di un ragazzo carino (con orecchie e coda), addormentato e bloccato da una freccia sacra ad un albero. Insomma, non svegliare il “can” che dorme, ma il ragazzo è belloccio e lei lo risveglia liberandolo dall’incantesimo della freccia. Ne seguono diversi guai legati all’oggetto magico di turno (ma anche a causa della famiglia disfunzionale di lui). La parte furry della narrazione è quindi giustificata dalla natura demoniaca dei personaggi: ci sono lupi, ragni e persino Miyoga, un demone pulce.

I Nekomimi mantenendo fattezze umane non sono particolarmente scandalosi e si possono creare facilmente quelle occasioni tipiche delle letture romantico-avventurose, per esempio lo schema “from hate to love”, oppure scene moderatamente sexy, senza dover mettere pesantemente mano al world building o adattare tutti i personaggi allo schema furry e ovviamente senza affibbiare al fumetto il titolo di “fumetto più perverso dell’anno”.

Non avevo una “cotta” per Inuyasha come le mie amiche, ma avevo un mio personaggio preferito: Shippo, un demone volpe. La volpe è una creatura molto potente nel folklore giapponese: è capace di trasformarsi e non sempre ha un’influenza positiva. Shippo invece è dispettoso ma buono e le sue forme infantili (è un cucciolo) me lo hanno reso subito simpatico. La volpe è uno degli animali più gettonati dai furry, viene considerata quasi una “specie”: è un animale versatile che può essere dolce come Shippo o una simpatica “canaglia” come Nick Wilde (la volpe di Zootropolis).

Gatti e pallottole

Blacksad (2000) è definibile come “animal-head people”, in pratica la parte più animale del personaggio è il viso (diciamo un 60% animale).

Nel caso degli “animal-head people” la caratterizzazione del personaggio diventa più difficile perché si comincia a lavorare su lineamenti animaleschi.

John Blacksad non manca certo di espressività. Il fumetto di Juan Díaz Canales (sceneggiatura) e Juanjo Guarnido (disegni) ospita tavole mozzafiato ispirate all’immaginario hard boiled e il suo protagonista è un gattone nero che fa il detective privato nella New York degli anni Cinquanta. tutti i personaggi sono furry e la scelta dell’animale è parte della caratterizzazione del personaggio: un rettile è probabilmente un antagonista, un leone una persona di potere.

Il genere hard boiled ha inoltre diverse caratteristiche che si adattano alla narrazione in prima persona di un gatto nero (nella New York anni Cinquanta di Blacksad essere neri ha la sua rilevanza, come lo aveva in quella reale): John è sfortunato in amore, le suona ai cattivi ma viene anche pesantemente suonato ed è sempre in bilico tra il gesto eroico e il reato come Sam Spade di Dashiell Hammett o Philip Marlowe di Raymond Chandler. Ha tutti i cliché previsti: è solitario, è un duro dal cuore tenero con pochissimi dollari in tasca, i poliziotti non gli piacciono e lui non piace a loro (ma ha un amico nella polizia), le donne gli creano dei casini coi fiocchi. Si tiene in piedi a suon di cinismo e ironia.

Come i suoi colleghi detective è decisamente affascinante. Togliamoci il dente: diciamo subito che i personaggi furry fanno sesso. Nelle storie ci possono essere momenti sexy, identificarsi con questi personaggi continua a essere abbastanza semplice, perciò pensare cheJohn Blacksad sia un gran bel micio è ancora lecito. Però la sottocultura furry ha patito molto per diversi pregiudizi riguardo la sessualità già dalle prime convention negli anni Ottanta.
Blacksad è particolarmente adatto per parlare di questo argomento perché i personaggi sono decisamente sessualizzati, l’attrazione tra di loro è palese e l’immedesimazione viene spontanea. La figura femminile è quella tipica dell’hard boiled con dark lady che usano i loro attributi per loro scopi.

Il comportamento dei singoli ha nuociuto al fandom, tanto che la “furotica” (l’erotismo furry) è un tabù. Leggendo Furry Nation, nel  capitolo dedicato a questo argomento, si capisce che anche i componenti del mondo furry provano imbarazzo a “giustificare” disegni o foto che escono dal recinto della pin up furry ed entrano nel porno, ma credo che non ci dovrebbe essere difficoltà a capire che una persona che ama vestirsi da animale quando gli va e un pedofilo che fa finta di essere un orsetto per adescare bambini non sono la stessa cosa.

Occhio al “lupastro”, attenti al coniglio

In Italia il concetto di furry comincia ad attecchire veicolato dai contatti con altre culture e paesi grazie ai fumetti e a internet. Alcune cose che abbiamo guardato in televisione o letto, non sapendo assolutamente che si trattasse di qualcosa di definibile come furry lo sono, eccome. Lupo Alberto (1973) di Silver è decisamente furry e rientra nei semi-realistic animal (con caratteristiche animali fino all’80%).

La categoria prevede personaggi con caratteristiche fisiche animali ma stilizzati, possono essere vestiti, solitamente nella parte superiore del corpo, ma questa scelta varia a seconda dell’autore. Sono funny animal, animali divertenti, che era anche il nome che caratterizzava il fandom prima del nome furry, cambiato quando si sono resi conto che di “funny” in molte storie di animali non c’era nulla (Le avventure del bosco piccolo tormentano ancora alcuni di noi).
Rientra nei semi-realistic animal anche un altro importante lavoro furry, Usagi Yojimbo (1984) di Stan Sakai: un coniglio/samurai, ispirato al samurai del XVII secolo Miyamoto Musashi, che dopo la morte del suo signore è diventato un ronin e vive diverse avventure.

Pur appartenendo alla stessa classificazione furry Lupo Alberto e Usagi Yojimbo sono molto diversi: il primo è una striscia umoristica; il secondo, benché sia un fumetto pensato per ragazzi, parla di vendetta, di onore e, talvolta, di suicidio. La fattoria McKenzie non è un posto dove queste tematiche possono essere affrontate, mentre nel Giappone medievale di Usagi Yojimbo i fatti di sangue e i demoni trovano un’ambientazione congeniale. Il coniglio Ronin ha un figlio che è stato riconosciuto da un altro coniglio, il lupastro è per sempre un ragazzo che nottetempo rapisce la sua amata gallina Marta e la porta in camporella. D’altra parte, in Lupo Alberto sono frequenti interventi satirici sull’attualità e critiche abbondanti sui costumi degli Italiani. Il lupo ha anche prestato il muso a numerose campagne per l’ambiente e per la prevenzione dell’HIV.

Abbiamo una significativa diversità anche nel vestiario: Lupo Alberto è solitamente nudo.  Invece Usagi è vestito di tutto punto da samurai e così anche i personaggi che incontra sono abbigliati in modo tale da far riconoscere al lettore la loro posizione sociale nella storia. Soprattutto perché, a differenza del lupo nostrano che vive in un bosco e si intrufola in una fattoria, Usagi si muove in ambienti storici trattati con estrema precisione (ispirati dai film che l’autore vedeva da ragazzino alle Hawaii dove è cresciuto e dove vive una numerosa comunità giapponese).
Due fumetti con lo stesso livello di “furry” non possono essere più diversi.

Lasciate che vi parli della guardia

La guardia dei topi di David Petersen è un meraviglioso esempio di Feral. I personaggi della narrazione mantengono i loro tratti animaleschi (al 95%) che vengono ripresi con un alto livello di precisione.

I topi che compongono “La Guardia” sono decisamente “toposi” nelle loro fattezze e solo gli indumenti li differenziano: sono necessari per descrivere al meglio la società medievale in cui sono ambientate le storie. “La guardia d’onore” è un corpo (composto sia da maschi sia da femmine) di cavalieri retto da una Matriarca, il loro scopo è quello di proteggere i territori dei topi e gli scambi commerciali tra le città dai predatori (la società dei topi si fonda sull’artigianato e sul commercio).

Quello che viene raccontato non è altro che la battaglia per l’esistenza, in questa i topolini hanno il posto della preda, ma vediamo come “La Guardia” ne protegge le vite e gli interessi sfidando i predatori esterni e le minacce interne (rivolte, spie e traditori). Lo considerano un fumetto per bambini, in realtà le storie sanno essere decisamente cupe.

La parte antropomorfizzata riguarda unicamente i topolini, gli altri animali, come le cavalcature (lepri o altri erbivori) mantengono le loro connotazioni ferali (in realtà non sempre), alcuni topi conoscono le lingue di altri animali o dei predatori ma non è una costante. Non sono un’unica grande famiglia come il Lupo Alberto dove tutti parlano la stessa lingua. La guardia dei topi si concentra sulla loro specie con pochissimi excursus sulle altre (sappiamo qualcosa dei pipistrelli, ma poco), il senso di comunità è fortissimo ma concentrato sull’essere topo. Il compito della guardia è difendere i topi e quello che ti rende topo.

«Il dovere della guardia non è cosa lieve
gli amici non devono essere nemici,
né i nemici essere amici
distinguerli è il lavoro di una vita intera»

La guardia dei topi, Autunno 1152

Questi fumetti sono tutti di grande qualità e non perché furry ma per i disegni mozzafiato, le trame interessanti e le battute non scontate, ma oltre questi capolavori c’è un vero universo “in pelliccia” in cui curiosare.
Intanto esiste una Wikifur in italiano che può aiutare a orientarsi.
Poi diversi siti per artisti di vari livelli di bravura, tutorial per farsi il fursuit e cartoni animati.
I porno ve li trovate da soli, dai.

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