Crocevia di libertà

Quando i duri lasciarono Marsiglia

Una malattia incurabile del giornalismo italiano è il buzzatismo, e il suo sintomo più evidente è quella tensione letteraria, inaugurata proprio dall’autore del Deserto dei tartari, a trasformare i fatti di cronaca in racconti fantastici, simbolici e spesso edificanti. La prosa di Buzzati, con il suo logorante tentativo di far sparire i fatti dietro a una prosa ironica e cesellata fino all’ossessione, è figlia diretta del progetto educativo normalizzante e conservativo che animava la borghesia milanese negli anni in cui lui era cronista del “Corriere della Sera”. Lo «stupore perpetuo», come Oreste del Buono ha definito il suo sguardo sulla realtà, è un artificio retorico per evitare di raccontarla, facendo finta di raccontarla. La cronaca ti stupisce perché c’è in essa della magia, e nella meraviglia che segue alla magia non c’è mai nulla di destabilizzante, perché la magia del mondo non può che confermarti della sua intrinseca bontà. Tutto va bene com’è, perché, in fondo, tutto è meraviglioso.

Balle.

Uno che definisce il proprio lavoro, il mestiere dello scrivere, come la capacità di raccontare le cose del mondo nel modo «più drammatico o addirittura poetico che sia possibile», si sta dichiarando mio nemico. Infatti ebbe, per tutta la vita, un legame di profondissima amicizia con un maestro di mistificazioni come Indro Montanelli. Fu proprio Montanelli a dire di lui che «Buzzati non vedeva, immaginava».

Dirai: boh, che c’entra questa tirata contro Buzzati, mentre stiamo seguendo, a breve distanza, i passi di Duca Lamberti? Un personaggio creato dalla penna di Giorgio Scerbanenco, uno che, forse perché nato nella stessa città natale di Bulgakov, sapeva che i fatti sono la cosa più ostinata del mondo, che nessuna prosa visionaria può camuffarli, e come tali li descriveva con chirurgica chiarezza. Una prosa decisamente agli antipodi rispetto a quella buzzatiana.

C’entra perché i passi del Duca, mentre se ne va verso casa in questa tiepida notte di ottobre, ci conducono da via Fatebenefratelli verso via Senato. Prima di diventare via Senato, Fatebenefratelli incrocia via Manzoni. Se invece di una notte dell’ottobre 1968 fosse stato il pomeriggio del 15 aprile 1964, verso, diciamo. le 16.25 ci avresti visto passare, in sequenza ravvicinata e ad alta velocità quattro Alfa Romeo Giulia bianche. Probabilmente non ci avresti fatto caso più di tanto e avresti saputo quello che stava per succedere solo leggendo il “Corriere” il giorno dopo, ormai era troppo tardi anche per l’ultima edizione della “Notte”, che usciva alle 17.00.

Le Giulia scendono via Manzoni e imboccano Montenapoleone. Mentre due, mettendosi di traverso, bloccano il traffico che arriva da via Verri e da via Sant’Andrea, tenendosi aperta la via di fuga su piazza San Babila, le altre due inchiodano davanti al civico 12. Scendono quattro uomini incappucciati e armati di mitra. Mentre uno spara in aria per spaventare i passanti, gli altri entrano nella gioielleria Colombo, che sta proprio al 12 di via Montenapoleone. «Contro il muro, tutti, e alla svelta!» Un commesso tira verso i rapinatori una sedia. Con estremo sangue freddo, quello che deve essere il capo la evita e spara contro la vetrina. Poi con precisione e velocità svuotano il negozio, risalgono sulle due auto all’esterno, sfrecciano verso San Babila, imboccano corso Monforte e si dileguano. Il tutto non è durato più di due minuti. Il bottino ammonta a qualcosa tra i 200 e i 300 milioni di lire.

Nel racconto che ne farà Dino Buzzati sulle pagine del “Corriere” e poi della “Domenica del Corriere”, che allora dirigeva, questa rapina assurgerà all’aura di impresa epica. Un’azione quasi magica, che suscita in chi ne ha sentito il racconto profonda ammirazione e meraviglia. Con le testimonianze dirette, raccolte dal cronista, dei testimoni oculari ammirate e stupite.

La retorica immaginativa buzzatiana aveva lo scopo, trasformando i fatti in una specie di favola, di rendere tollerabile alla borghesia milanese un attacco così sfrontato e violento al cuore della propria città. Per la prima volta i cattivi entravano nel “salotto” buono e schizzavano ovunque fango e merda. Il paragone più immediato che i cronisti di questa scuola trovarono, dimostrando la povertà dei propri mezzi interpretativi, fu quello con la Chicago degli anni Trenta. Al Capone non c’entrava proprio niente con quanto stava succedendo a Milano. Si trattava di un cambiamento antropologico che stava scuotendo tutta la società, e con essa anche la criminalità – che della società è parte, anche se ai buzzati e ai montanelli di turno piace far finta che sia un corpo estraneo e mitologico.

La mentalità della classe rappresentata da Buzzati non aveva gli strumenti per comprendere e quindi raccontare, come comincerà a fare invece proprio in quegli anni Scerbanenco, questa criminalità nuova, violenta e spiazzante, ma soprattutto internazionale.

I rapinatori di via Montenapoleone venivano dalla Francia, da Marsiglia per l’esattezza. Nell’aprile del 1946, con la legge Marthe Richard la Francia aveva stabilito la chiusura dei bordelli e penalizzato lo sfruttamento della prostituzione. Da Parigi e soprattutto da Marsiglia ci fu una specie di emigrazione della criminalità che gestiva la prostituzione verso Milano, dove per una legge simile, la Merlin, si dovranno aspettare ancora dodici anni. Corsi e marsigliesi assunsero il controllo di case chiuse e bische clandestine da Sanremo a Milano. Non erano cavalieri che la vita aveva condotto dalla parte sbagliata, ma forniti comunque di un’etica profonda e comprensibile (quella mitologica della Ligera milanese che ancora nella seconda metà degli anni Sessanta offuscava l’immaginativa dei cronisti buzzatiani). Erano assassini, torturatori, stupratori, quasi tutti ex-legionari – dalla sconfitta di Dien Bien Phu la Legione Straniera era un corpo militare in crisi, ridotto al solo distaccamento in Corsica, e molti dei suoi appartenenti si erano riciclati nell’industria che meglio poteva apprezzare le loro qualità: quella della criminalità.

I rapinatori di via Montenapoleone, tra i quali spiccavano Albert Bergamelli, Lino Bellicini e Jacques Berenguer (dai loro cognomi il soprannome di Banda delle tre B) appartenevano a quella razza lì e quello del 15 aprile 1964 fu il primo vagito della loro attività in Italia, che negli anni Settanta li porterà a essere conosciuti come il Clan dei Marsigliesi.

Grazie all’aiuto dei servizi segreti francesi e a causa del loro stile di vita dispendiosissimo, che rende difficile non essere notato, saranno presi tutti dopo otto giorni e condannati a scontare fino a nove anni di carcere. Li ritroveremo negli anni Settanta a Roma, a gestire il racket dei rapimenti.

Ma quella di Roma non è la mappa che stiamo seguendo. I nostri passi si muovono per le vie di Milano, e allora torniamo a seguire Duca Lamberti nella sua camminata verso casa. Dove lo avevamo lasciato?  Ah, sì. Eccolo. All’incrocio tra via Fatebenefratelli e via Manzoni ha girato a sinistra e ha cominciato a risalire via Turati. Mentre noi ci soffermavamo sui fatti di via Montenapoleone lui ha quasi raggiunto Piazza della Repubblica. Te l’ho detto che va spedito.

Dai, raggiungiamolo.

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