Quella è matta

Ugo e Michel | La grande abbuffata |

(Le illustrazioni sono di Lucia Lamacchia, che è responsabile di quanto segue almeno quanto lo sono Ugo e Michel.) 

Quella è matta.
Completamente matta.
E io che la seguo sono pure più matto di lei.
È arrivata davanti a una porta blindata che pareva il caveau di una banca e quando le ho chiesto cosa contava di fare mi ha guardato come se fossi scemo,
«È una porta. La apro.».
Quel maledetto accento francese è insopportabile. Ma non è la cosa peggiore. Vuoi mettere la sicumera?
«Si apre con un codice di autenticazione a due fattori.», ha detto. Poi ha digitato un po’ di bottoni sul tastierino e ha avvicinato l’occhio allo schermo. Apriti sesamo!, e la porta ha fatto TLAC.
Mentre mi dicevo che là dentro non ci sarei mai entrato, quella ha infilato l’ingresso con un passo da camminata veloce in montagna e Michela mi ha appoggiato le mani sulle spalle e mi ha spinto dentro. Corridoio stretto, una davanti che cammina in fretta e due dietro che dipendono da te per non perdersi. Maledetti trucchi di psicologia spicciola: mi è toccato rincorrere Christine, la francese pazza e infernale.
Quando giocavo a
Dungeons and Dragons questa era la mia situazione preferita. Un guerriero davanti e due di dietro. Sei là che ti avventuri nel dedalo di viuzze alla ricerca di qualcosa e, quando compare un orco, un gigante del fuoco o un verme purpureo, prima di sbranarti, si mangia uno dei tuoi compagni. Fai in tempo a scappare e stai fresco di tasse.
Ma quella corre così forte che, inseguendola, finiamo tutti e quattro nella bocca del kraken prima di riuscire a chiederci
«Chi ha spento la luce?»
E così è. Il corridoio diventa sempre più luminoso. E a un certo punto iniziamo a infilare una sequenza di porte a vetri scorrevoli. Mi aspetto che Christine, da un momento all’altro, si schianti sulle porte che hanno tardato ad aprirsi come Wyle E. Coyote. Invece quelle fotocellule sono sensibilissime.
Credevo che le aziende abbandonate fossero fatiscenti e funzionassero male. Questa sembra tirata a lucido come la canna di un fucile di precisione.
Quando si apre l’ennesima porta a vetri, faccio un sobbalzo. Dietro ci sono due tipi che sembrano venuti fuori da
Men In Black. Completo nero, camicia bianca, Ray-Ban scuri, scarpe lucide, fondina ripiena in bella vista e auricolare.
Quando vedono Christine, la salutano e non accennano a fermarci. Rallento e tremo un po’, ma Michela e Michel mi incalzano. Recupero i due passi perduti e mi riposiziono a un’attaccatura della vecchia pazza che tira la volata. Dove cazzo stiamo andando?
Davanti all’ultima porta c’è un gorilla ancora più grosso degli altri. Invece di spostarsi, si piega verso la maniglia e ce la apre con educazione.
Entriamo.

«Maman!», la voce stridula e la gioia sono fuori luogo.
La piccola delegazione composta da due donne e due uomini è arrivata, con passo sicuro e privo di incertezze, in una sala riunioni con tavolo di cristallo ovale e megaschermo. Attorno al tavolo una dozzina di uomini elegantissimi. Tutti maschi.
Completi sartoriali e accessori scelti con cura. Pettinature perfette e carni abbronzate con discrezione.
A capotavola c’è un tipo gigantesco completamente calvo. Anche lui è vestito con una cura speciale. È lui ad aver squillato l’urletto felice quando siamo entrati nella stanza: «Maman!»
Muove il suo quintale e mezzo verso di noi. Mentre tutti gli altri lo guardano con discrezione. Si piega verso Christine e le posa un bacio delicatissimo sulla fronte.
«Maman, qui stiamo parlando delle nostre cose.», le dice con dolcezza, «Ne avremo ancora per un po’. Ti dispiacerebbe aspettarmi nel salotto con i tuoi amici? Vi faccio portare un tè.»
«Guillame, amore mio, vorrei che prima risolvessimo una piccola questione.», risponde Christine, «Guittoni ha cercato di sottrarmi il pensatore di Camille.». Mentre il gigante sussulta, la donna incalza, «E voleva anche la lettera.»
Guillame si gira di scatto e fissa uno degli uomini seduti attorno al tavolo. Quello indossa un completo scuro e un maglione nero sotto la giacca, impallidisce all’istante. Cadaverico, solleva le mani davanti al petto. Dice, «Aspetta, Guillame… p-posso spiegare!»
«E ha cercato anche di fare del male a me e ai miei amici.», insiste Christine.
Guillame non aspetta. Attraversa la stanza con due passi, mentre tutti si allontanano, isolando l’obiettivo.
Il gigante sferra un manrovescio allo sventurato. Poi lo afferra per il collo, con una sola mano, e se lo porta a pochi centimetri dal volto, quasi volesse baciarlo, «Guittoni è uno dei tuoi!». Il corpo si stacca da terra.
«Ha infastidito maman!», nello sguardo dell’uomo vestito di nero c’è solo terrore e rassegnazione.
«Non hai controllo dei tuoi!», un sacco appeso che afferra con entrambe le mani il braccio enorme che lo sta strangolando.
«Sei pericoloso!», una gamba agitandosi sbatte contro il tavolo di cristallo.
«Sei licenziato!», gli occhi sporgono dalle orbite, quasi volessero schizzare fuori.
«Nessuno deve toccare maman!», gli inutili tentati di inspirare aria fanno il rumore di una lama che cerca di tagliare la sabbia.
Il corpo resta appeso al braccio disteso fino a quando smette di muoversi, mentre nessuno ha più il coraggio di guardare.
Poi Guillame lo lascia cadere e lo schianto inerme è quasi confortevole.
Si gira verso Christine e le dice, «Ora, maman, davvero, dovremmo finire la riunione.»
Sorride, mostrando i denti.
Lo sguardo è dolce.

Per fortuna, la macchina del car sharing è ancora lì ad aspettarci.

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