Cerebus: … Quindi?

Omar Martini | La corsa dell’oritteropo |

Dopo 27 anni di produzione e 300 numeri pubblicati (più numerose comparsate in altre pubblicazioni e serie), che bilancio si può trarre di “Cerebus”? E che cosa rimane ora di questo personaggio nell’attuale scenario del mondo del fumetto nord-americano?

Sono due domande complesse, a cui le considerazioni che seguono cercano di fornire una prima risposta, sebbene parziale e non esaustiva.

“Cerebus” e Dave Sim sono i figli di un’epoca ormai legata al passato ma in quel momento anticiparono, nel bene e nel male, quello che sarebbe avvenuto in seguito. Cerebus fa la sua prima apparizione in quel 1977 che sarebbe diventato così importante, da un punto di vista musicale e sociale, per essere stato definito come l’anno ufficiale della nascita del punk (ma si sa che le date spesso non sono così accurate, soprattutto per fenomeni che nascono sotterranei in vari punti del mondo, per poi deflagrare apparentemente in maniera improvvisa). È quindi inserito in quella cultura DIY che fornisce al suo autore la soluzione ai “problemi” che sta vivendo, dopo diversi anni di frustrazione nel cercare di trovare un proprio spazio nell’ambito del fumetto statunitense. La pubblicazione “Cerebus Archive”, uscita qualche anno dopo la conclusione della serie dedicata all’oritteropo, mostra in una manciata di albi cosa fece Sim prima di realizzare la sua creatura ed è utile per delineare gli esordi di un autore che, come molti in quegli anni, appare improvvisamente dal nulla ma, a differenza della maggior parte degli altri, nel giro di pochi anni influenza il settore del fumetto anglosassone.

Fa il suo esordio con piccoli lavori e illustrazioni in pubblicazioni amatoriali o locali, ma è l’incontro e l’amicizia con il disegnatore Gene Day, canadese come lui e prematuramente scomparso nel 1982, dopo essere diventato famoso soprattutto per il suo lavoro sulla testata della Marvel Comics “Shang-Chi Master of Kung-fu”, a segnare un primo momento importante. Sebbene li separino solo sei anni, la collaborazione ha un grosso impatto sul giovane autore, sia per l’etica del lavoro che vede nel suo amico sia perché gli permette di avvicinarsi un po’ di più a un mondo “professionale” da cui, dopo pochi anni di insuccessi, ma soprattutto di esperienze negative, all’insegna della superficialità e del dilettantismo, si allontana per trovare la propria strada nell’autoproduzione. Risposte a proposte di collaborazioni mai ricevute, commenti sbrigativi e lapidari, manipolazioni delle proprie storie senza essere consultato, una volta che arriva la tanto attesa pubblicazione: la trafila che tanti aspiranti autori (in ogni campo) conoscono, alla fine agisce su di lui come pungolo per dare vita al proprio albo. All’inizio non ci sono aspettative o ambizioni particolari, solo realizzare le proprie tavole e storie come vuole e senza eccessive intromissioni arbitrarie. Aiutato da coloro che sarebbero diventati poco dopo, moglie e cognato, Dave Sim, un emerito nessuno con pochissima esperienza, dimostra di essere in grado di crescere in maniera esponenziale nel giro di poco tempo.

La qualità del tratto e delle storie, non sono le le sue uniche caratteristiche. Pur vivendo ai confini dell’impero fumettistico, ne diventa una delle anime più attive, ispirando autori di fumetti, dando una vetrina a nuovi disegnatori che, in appendice agli albi di “Cerebus”, pubblicano le loro storie o degli estratti delle loro pubblicazioni. Non solo: con tour, prese di posizioni e anche un albo che vuole essere un vademecum su come auto-pubblicarsi, è al centro di quel movimento di fumetto indipendente e in bianco & nero che avrebbero caratterizzato soprattutto gli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta nell’America del Nord.

Se avete seguito questa serie di articoli, avete visto che il mio interesse iniziale era nato dal desiderio di mostrare l’evoluzione del tratto del disegnatore ma poi, a causa dei miei interessi, il contenuto è passato, in maniera naturale, a esplorare la narrazione e i volumi, soprattutto perché, al di là di quello che si intende con il termine “graphic novel’, di quello che era (o è) e di come è cresciuto questo prodotto, l’importanza di Dave Sim nella concezione di un oggetto libro, che raccolga una storia (autoconclusiva o suddivisa in più capitoli) è stata fondamentale per il mercato anglosassone: se non ci fosse stato Cerebus, probabilmente quell’idea si sarebbe diffusa e imposta con tempi più lunghi, e forse (ma qui stiamo ragionando su eventualità che non potremo mai verificare) alcune opere non sarebbero mai esistite o sarebbero state realizzate in modo diverso. L’impostazione del Sandman di Neil Gaiman è decisamente figlia di questa idea, per non parlare del Bone di Jeff Smith, giusto per citare due esempi molto famosi.

Ma…

Qui avete trovato e letto solo una parte della storia (in realtà di elementi che compongono questa complicata storia ne mancano tantissimi): “Cerebus” è un Giano bifronte che vive una duplice esistenza. C’è la realtà, probabilmente neutra e ancora attuale, dei sedici tomi (o “phonebook”, come li aveva definiti) per i quali, in parte, è ancora ricordato, ma Cerebus è esistito anche (o forse soprattutto) come comic book. Questa parte della sua storia editoriale è stata altrettanto importante, anche se molto più controversa.

Si nota un’evoluzione nel suo uso del formato “comic book”, sebbene un elemento rimane costante: è il palcoscenico dell’autore. Inizialmente è lo strumento con cui raccontare come è nato e come si sta evolvendo la serie (per esempio, nei primissimi numeri si legge di come è entrato in contatto con lo scrittore Michael Moorcock o con il disegnatore Frank Thorne), attraverso le introduzioni, da sempre presenti nella seconda di copertina, e la pagina della posta. Sarà proprio questo l’elemento con cui inizia lo scambio e il rapporto diretto con i lettori.

La pagina della posta ha sempre avuto una certa importanza nella storia del fumetto americano e probabilmente quella di “Cerebus” è stata l’ultima a interrompersi, dopo che le case editrici l’avevano gradualmente cancellata nel corso degli anni Novanta. C’erano quelle tenute da editor che rispondevano alle domande (assurde e non) dei lettori oppure quelle gestite dagli autori stessi che cercavano di entrare in contatto con chi li seguiva e raccontare (o spiegare) quello che stavano facendo. Personalmente, le ultime pagine del genere che ho letto sono state quelle della DC Comics di Grant Morrison (che raccontava i suoi deliri durante la gestione travagliata di “The Invisibles”), e Garth Ennis (che con “Preacher” ha spinto i propri lettori, sfiorando lo sfruttamento, a procurargli i romanzi, soprattutto di guerra, che gli interessavano… e che molto probabilmente sono state la base di molte delle sue storie seguenti) e quella di Fantagraphics Books per “Black Hole”, dove Charles Burns cercava di creare un punto di contatto con i lettori, soprattutto per rievocare le esperienze dell’adolescenza. Questo suo mettersi (apparentemente) a nudo con il lettore, raccontando l’evoluzione della serie come risposta al mercato, ponendosi come emblema di un movimento di auto-produzione di cui diventa (e/o si fa) alfiere, la pubblicazione di nuovi autori, fornendo in maniera disinteressata il palco e l’attenzione che “Cerebus” aveva, ne costituiscono la forza ma, quando avviene il fatidico cambio di rotta (qualcuno potrebbe chiamarla “involuzione”), ne diventa anche il punto di debolezza. C’è una identificazione totale tra Sim e la sua creatura editoriale, non necessariamente da un punto di vista autobiografico (sebbene ci siano diversi elementi che probabilmente renderebbe interessante fare una lettura di questo tipo), ma perché l’albo non è più un semplice strumento per pubblicare una storia a fumetti, ma esprime in ogni suo elemento quello che Sim pensa. È il suo modo di dialogare con il mondo e, essendo un tipo irruento e certo non semplice (anche perché fortemente convinto delle proprie opinioni e poco disposto a piegarsi e a scendere a patti), il dialogo spesso si tramuta in “rissa” oppure, come è accaduto alla fine, in un monologo per un pugno di persone.

Quello che probabilmente ha fregato Sim è che, essendo Cerebus un progetto così personale, per lungo tempo parte della sua esistenza lavorativa, ha smarrito il senso iniziale del perché lo stava facendo. Leggendo in maniera continuativa i 16 volumi (o i 300 albi) si vede che a un certo punto la storia vira direzione, diventando qualcosa di diverso. L’aspetto narrativo viene perso e questo cambiamento, credo, fa scaturire una serie di domande: «Perché un autore realizza quello che sta facendo?», ma anche «Perché un lettore continua a leggere, e cos’è quello che gli interessa?». In diversi momenti mi sono interrogato in questo senso, soprattutto verso la conclusione, con quella diecina di albi (quindi quasi duecento pagine) di pseudo-esegesi o riscrittura di testi sacri. Se da un lato è ammirevole che, dopo tante richieste (forse teoriche) in cui si invocava il fatto che il fumetto poteva (e doveva) essere usato per qualunque cosa e in qualunque modo, ecco che quando viene usato per esprimere qualcosa di religioso (o per esprimere un proprio punto di vista su quell’argomento), io (personalmente, come lettore) lo rifiuto. Sono io, singolo, con le mie idee e i miei interessi, a non entrare in sintonia con quella materia oppure quelle parti costituiscono davvero un momento “debole” all’interno della narrazione? È forse perché il fumetto perde quasi completamente il suo aspetto narrativo, e diventa “semplice” esternazione di una visione del mondo di cui io “non accetto” certe parti? Eppure ci sono esempi in narrativa o nella saggistica di usi analoghi della forma. Riteniamo quindi che sia il fumetto a non essere all’altezza di esprimersi in questo modo oppure a non funzionare è il fatto che viene utilizzato per delle idee che molti possono ritenere “controverse”?

Non sono ancora riuscito a darmi una risposta… soddisfacente.

Alla fine, Cerebus lascia molti quesiti aperti per il suo uso della forma e del contenuto e perché la creatura si sovrappone e si identifica (quasi) completamente con un autore che è stato protagonista di molti litigi, rendendo, in un certo senso, il proprio “albetto” precursore delle attuali dinamiche di partigianeria che si vedono nei social media. Allo stesso tempo, è stato anche l’autore che negli ultimi quarant’anni ha sempre voluto percorrere nuove strade attraverso cui realizzare le proprie innovazioni sull’uso del fumetto e sulle possibilità di narrare una storia usando questo medium. Non si è mai dato pace perché questo suo approccio alla sperimentazione è connaturato in lui, trasparendo anche nelle sue opere successive. Possiede delle qualità che sono in pochi ad avere al momento nello scenario del fumetto del nord-America… però per questo suo atteggiamento personale, nel bene ma anche nel male, l’ha pagato e continua a pagarlo.

Cerebus è ormai un personaggio quasi dimenticato; il suo autore, a causa delle sue idee e del suo non accettare accordi che gli sembrano compromessi, è stato completamente ostracizzato; la sua opera è raramente oggetto di valutazione e, quando accade, ci si sofferma, inevitabilmente, sulle debolezze più che sugli indubbi pregi oppure si cade nel facile manicheismo di lodare la prima metà e criticare la seconda parte. Negli ultimi anni ci sono stati ipotesi di accordi per ripubblicare i sedici tomi (Fantagraphics e IDW), ma non se ne è mai fatto nulla, a parte un volume che riproduce tutte le copertine degli albi. C’è da dire che lo stesso Sim ci ha messo del suo. A parte qualche exploit di cui parleremo in futuro, continua a legare il suo nome esclusivamente alla sua creazione di quasi cinquant’anni fa: a causa di un problema alla mano che gli impedisce di disegnare, ha avuto l’idea (inizialmente, ritengo, interessante) di prendere i disegni di Gustave Dorè dell’Inferno di Dante Alighieri, inserirci Cerebus (una minima serie di posizioni, che vengono ripetute all’infinito) e creare delle strisce in cui dovrebbe parodiare tutto quello che appare ridicolo. Come miniserie di quattro albi poteva avere un senso: sebbene non completamente riuscita, era un esperimento che dimostrava come l’autore volesse continuare a esplorare terreni inesplorati… ma sfortunatamente non si è fermato ed è continuata: ogni mese esce il pseudo numero uno di “nuove” ipotetiche serie che ironizzano sia nel titolo che nelle copertine i comics (riproducono cover di albi celebri o momenti importanti del fumetto americano). Dopo mesi… anni, la parodia è logora e il risultato completamente illeggibile.

“Cerebus” è però anche oggetto di una meritoria ricostruzione delle tavole (la stampa dei comic book, come da tradizione di quegli anni, non era eccelsa) e della ristampa in volumi (eccessivamente) costosi, attraverso periodiche campagne kickstarter. Anche questo è l’ennesimo segno della “caduta”: se l’opera di riproposizione, soprattutto se mirata a presentare nel migliore dei modi il lavoro certosino effettuato da Dave Sim e dal suo collaboratore e co-autore Gerhard, è lodevole e necessaria, il prezzo a cui vengono proposti e, di conseguenza, il pubblico a cui si indirizzano, è limitato. Basse tirature a prezzi da capogiro (per dire, il volume “Form & Void” su cui si sta chiudendo il kickstarter nel momento in cui scrivo, nella sua edizione brossurata costa 85 dollari… più ovviamente le spese di spedizioni che, per chi abita fuori dall’America del Nord, diventano esorbitanti, quasi quanto il costo del volume stesso) per un numero limitato di super-fan, che non si capisce se è composto da persone di mezz’età in cui si scatena l’effetto “nostalgia” di quando erano giovani e si divertivano leggendo il comic book, oppure se, in qualche modo, riesce a trovare qualche nuovo lettore, affascinato da quest’opera colossale.

L’aspetto positivo è che, in tutto questo, Dave Sim è circondato da un gruppo di persone, come forse era accaduto solo ai tempi d’oro in cui era il “profeta” del fumetto indipendente e autoprodotto, che riescono a “proteggerlo” e, in un certo senso, valorizzarlo, in questo momento di totale amnesia. A questo si aggiunge l’aspetto negativo di un mercato che, dopo averlo portato in trionfo, l’ha abbandonato e ignorato in breve tempo, non riuscendo a distinguere tra gli elementi da valorizzare e quelli su cui porre delle giuste e valide critiche.

Per cui, il risultato finale di quasi trent’anni di fumetto sono esperimenti narrativi completamente ignorati, che nessuno continuerà ed evolverà, una testata sinonimo di misoginia e razzismo, e una scarsa platea di lettori che passano il loro tempo a dissezionare ogni elemento della storia, come se stessero facendo l’esegesi della Bibbia. Direi che un prodotto del genere, di cui sono usciti in Italia solo due volumi (il terzo, quasi concluso, non vide purtroppo mai la luce), non poteva che essere discusso all’interno di QUASI, la rivista che non legge nessuno.

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(Quasi)