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Civil War – Parte Seconda

Ovvero: come inaspettatamente e innocentemente inizia la fascistizzazione della narrazione supereroistica USA

La prima parte è QUI.

Hai bevuto il prosecco che consigliavo l’altra volta, immagino. Ora speri che io parli DAVVERO del film del 2016. Non aspettarti sfracelli, dopo tornerò in fretta a parlare di fumetti. Che ci vuoi fare, mi piacciono di più. Prima però mi fermo al 2008, quando arriva al cinema il primo Iron Man.

Un successo parzialmente inaspettato, perché quel film è, sì, l’ennesima polpetta tratta dal macinato dei fumetti, ma mai prima d’ora una polpetta era stata così simile all’arrosto originale. La trama sembra ricalcata da quella messa in piedi da Stan Lee e Don Heck su “Tales of Suspense” n. 39 del 1963, e l’Iron Man/Robert Downey Jr. è dannatamente simile a quel personaggio. Stark, industriale milionario, genio scientifico e playboy, deve costruirsi un’armatura per fuggire da una caverna dove è imprigionato. Nel sud-est asiatico o in una grotta dell’Afghanistan? Tranquillo, con la politica USA i problemi di ret-con si risolvono da sé, qualche conflitto e qualche anfratto da cui far fuggire Tony, dotato della prima improvvisata corazza, lo si troverà anche fra cent’anni. Pure su Marte, se serve.
Quel film è per molti versi la prima pietra su cui sarà costruito il castello narrativo chiamato Marvel Cinematic Universe. Anzi, quella pietra più propriamente viene posata nella scena post-credits, quando Samuel L. Jackson nei panni di Nick Fury si presenta a Stark e propone la creazione degli Avengers.
Da qui partono vari film. Evitiamo di fare notte (o mattina, non so quando mi stai leggendo) e passiamo subito a questo:

Il film è un bel polpettone d’azione, uno sbadabang brakkaboom che offre quanto ci si deve aspettare in termini di intrattenimento. Ma non è questo che ci interessa, ora.
Ora, appunto, lascia stare robe da nerd marvelmaniaci. Io e te sappiamo quanto sono diversi l’universo fumettistico e quello cinematografico. Che CW film NON abbia una pedissequa attinenza col fumetto è naturale. È la differenza nel messaggio che viene suggerito a essere sottile e inquietante.

Nel lavoro di Millar e McNiven, l’abbiamo visto l’altra volta, Capitan America ritiene che la legge sulla registrazione di chi è dotato di superpoteri vada a violare le libertà individuali e non esita a diventare un latitante. La posizione di Cap, in questo contesto, più che “liberal” possiamo definirla, con un azzardo semantico, persino libertaria.
Nel film è diverso. Anche stavolta è un evento tragico a innescare una catena di conseguenze. Un cattivone si suicida facendosi esplodere. Wanda Maximoff riesce a limitare i danni, ma la morte di diversi innocenti infiamma ugualmente la sfiducia della comunità internazionale verso gli Avengers, esattamente come nel fumetto. Il segretario di Stato comunica quindi ai Vendicatori la decisione delle Nazioni Unite: dovrà essere un ente politico internazionale a decidere preventivamente e a supervisionare gli interventi dei super-eroi. Anche nel film la squadra si divide, con Tony Stark favorevole alla gestione delle Nazioni Unite. E pure stavolta Steve Rogers si oppone, ma – ATTENZIONE – lo fa perché vuole che gli Avengers continuino a operare liberamente, senza controllo altrui. La posizione del Capitano a stelle e strisce è solo apparentemente simile a quella del fumetto. Steve, nella pellicola, desidera essere libero di andare avanti a «fare il culo ai terroristi», anche fuori dagli USA, senza render conto a nessuno. Proseguendo nel consueto parallelo con il mondo reale, la libertà invocata da Cap non è quella dei diritti civili. È l’arbitrio delle extraordinary rendition e dei dirty jobs. Tienilo a mente, ci tornerà utile.

Okay, il Capitan America cinematografico, confrontato con quello dei fumetti, è vicino NON al soldato idealista del Marvel Universe classico, ma semmai al Cap degli Ultimates – «un soldato che mena». Però resta il fatto che nel fumetto il confronto era ideologico: un Iron Man “fascista”, per semplificare, contro un Capitan America paladino dei diritti. Ed era facile vedere, ti dicevo l’altra volta, nell’Atto di Registrazione dei Superumani un richiamo a quel Patriot Act che ha rafforzato il potere dei corpi di polizia e di spionaggio statunitensi, indebolendo privacy e diritti civili.
Nel film paradossalmente è quasi più liberal (tra mille virgolette) la posizione di Iron Man. Qui, gli Avengers sono una sorta di corpo speciale con superpoteri, teste di cuoio iperpotenziate che agiscono militarmente dentro e fuori i confini USA. Le Nazioni Unite vorrebbero perlomeno instaurare una regolamentazione che Capitan America rifiuta.
Sono passati 9 anni fra le due versioni di CW, fumetto e film, e la stessa storia ha visto il proprio messaggio scivolare su un piano inclinato. Al mondo è andata pure peggio, ma ora non fermiamoci su quello. Il cinico pragmatismo del finale ha perso, sul grande schermo, quella venatura di nostalgia idealista che aveva nel fumetto. La domanda, nei due medium, è rimasta la stessa. È la risposta a essere diventata sfuggente.

Ma io, te l’ho detto, amo i fumetti, non il MCU. Quindi ciò che m’interessa è vedere se e come anche la narrazione a nuvolette sia scivolata sullo stesso piano inclinato.

Il caso vuole che la ristampa “Super Eroi Classic” (iniziativa di Panini Comics in collaborazione con RCS, esce settimanalmente dal 2017) in una recente uscita riproponga “Daredevil” 127 del 1975.

Devil e il dimenticabilissimo supercriminale Torpedo distruggono una casa di “civili”, accecati come sono dalla loro lotta. Una lotta nata, come spesso accadeva nell’ingenuità delle storie di quel tempo, da un fraintendimento – Torpedo non è solo dimenticabilissimo, non è nemmeno un vero criminale. Marv Wolfman e Bob Brown mostrano entrambi i personaggi terminare il proprio scontro solo quando vengono scossi da una donna, infuriata dopo aver assistito alla distruzione della propria casa.

I mascherati, insomma, già nel 1975 NON vivono in un mondo a parte, e quelle abitazioni rase al suolo in tanti albi hanno, seppure in una storia ingenua, conseguenze sulle vite di uomini e donne “reali”. Te lo faccio spiegare dall’alter ego di Devil, Matt Murdock, nell’episodio successivo, stavolta nella versione tradotta…

Insomma, Millar e McNiven non hanno scoperto nulla quando ci hanno mostrato gli eroi sconvolti in mezzo alle macerie, lasciate da una battaglia che non si sta più combattendo “per” qualcosa, ma combattendo e basta…

Seguimi ancora in questa operazione nostalgia e vai ora a “Thor Annual” n. 6 del 1977.

Alcuni terroristi armati sono asserragliati in un palazzo con un reattore nucleare attivo. In una sola vignetta il poliziotto ha sintetizzato a dovere quanto sia complicata la situazione da fronteggiare. Thor sgominerà i terroristi (avevi dubbi?). Ma prima di rullarli di cartoni accenna addirittura a una NOBILE CAUSA, da parte della banda.

Non è una svista. Poche vignette dopo, gli autori (Len Wein e Roger Stern ai testi, Sal Buscema e Klaus Janson ai disegni) ribadiscono una certa comprensione verso le ragioni (non certo verso i metodi) dei criminali.

(va bene, in realtà non ho trovato la vignetta originale. Ho scavato negli scaffali geologicamente stratificati dei miei fumetti per trovare la versione tradotta, con scansione “alla brutto dio”. Accontentati…)

Veniamo dunque a cosa racconta la testata storica dei Vendicatori negli anni che traghettano CW dal fumetto al grande schermo. Fermiamoci su “Avengers” n. 11 del luglio 2013 (by Hickman/Deodato). L’ultima storia degli Avengers che io abbia voluto leggere.

Una bella differenza rispetto al tono comprensivo di Thor, quarant’anni prima. E la frase non è semplicemente scappata di bocca alla Vedova Nera. Poche vignette dopo, Natasha lo specifica in un “gustoso siparietto”.

(te lo dicevo che alla libertà di extraordinary rendition e dirty jobs saremmo arrivati…)

Nelle poche tavole che mancano alla fine Natasha ribadirà lo stesso concetto e farà di peggio. Più di lei è Hickman che ti spiega l’ingenuità dei fumetti del passato contrapposta al cinico e disincantato realismo di quelli attuali.

Okay, okay, me lo dico da solo prima che provveda tu. La Marvel è stata tante cose. Capitan America che prende a cazzotti Hitler prima ancora di Pearl Harbor. Le aperture liberal. La sfida al Comics Code. I movimenti studenteschi nei Campus. I primi personaggi afroamericani. Ancora Cap che diventa un vagabondo, scosso dalla corruzione politica del proprio governo nella saga L’Impero Segreto, versione Marvel del Watergate. La prima supereroina musulmana, Kamala Khan. L’occhio strizzato alle controculture, alle battaglie per i diritti civili e alle questioni di genere.

Insomma, non c’è solo Natasha che vuole torturare i terroristi e poi piazzargli due pallottole in testa. Ma io non leggo gli Avengers per ricordarmi che il mondo fa schifo. NON gli Avengers. Mi sta bene leggere Blast di Larcenet, non cerco la pura evasione. Ma, ripeto, NON leggo gli Avengers per ricordarmi che il mondo fa schifo.

Per il cinema è uguale. Potevo farla più breve. Potevo dire, semplicemente, che mi sono rotto. Che per vedere un privato a cui si affida una sorta di governance della sicurezza planetaria, un Elon Musk in armatura, fra poco non sarà necessaria l’immaginazione, non serve un film. E io non ho bisogno di vedere l’ecologismo folle di un Thanos come unica alternativa a un modello di mondo che si sta sgretolando, per poi assistere al sacrificio del capitalista buono (Stark) che ripristina quel mondo senza risorse – ma in cui, ora, tutti sono felici, perché in fondo «there is no alternative», come diceva la Thatcher.

Perché nel 2006, e poi al cinema dieci anni dopo, è questo che ci veniva chiesto. Due maschere, dure e contrapposte, evocavano la domanda «Da che parte stai?». Mica era solo un invito alla lettura del fumetto o alla visione del film. Prendi posizione, scegli, ti veniva chiesto. E “Avengers” n. 11 del luglio 2013 è stata l’ultima storia degli Avengers che io abbia voluto leggere. Perché io da che parte sto lo so da un pezzo.

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