Sedici euro

Boris Battaglia | Pantomime del Calisota |

Le cose succedono per caso. Non c’è nessun disegno, né scemo né intelligente, a progettarne la causalità. È il braccio armato del nostro immaginario, quella bravissima ingegnera che è l’immaginazione, a costruire tra le cose che ci capitano architetture relazionali. Mi sono successe due cose, e siccome mi sono successe in sequenza, la seconda ha spiegato la prima. Ma in realtà nulla le legava e le lega. Dai, ti racconto.
A Lucca non avevo comprato nulla. Ci ho fatto un salto solo per stringere la mano a Edmond Baudoin e bere vinaccio rosso della casa, in una delle standardizzate trattorie lucchesi, con qualche amicə. I fumetti li compro in altri posti, su un grande store che sta in rete, in un supermercato del libro che sta in piazza Piemonte e in una libreria specializzata che sta sull’Alzaia, dove passo quasi sempre, prima di infilarmi nel solito locale a tirar mattina.

Qui, attirato dal formato del volume e dall’estetica pulp della copertina, che rimandava a riviste degli anni Trenta e Quaranta, come “Dime Detective”, “Amazing Stories” o “Wonder Stories” ho comprato Barbarone, di Gipi. Non so se le cose sono collegate, te l’ho detto che tutto capita per caso, ma nel farmi decidere per l’acquisto ha contato il fatto che la mia immaginazione mi ha indicato come il titolo rimandasse a una personaggia regina incontrastata del mio immaginario: Barbarella. Immagino tu lo sappia: che Jean-Claude Forest, aveva iniziato a pubblicarla (nel 1962) su “V-Magazine”, una rivista fondata e diretta da George H. Gallet, che si ispirava dichiaratamente alle pubblicazioni pulp americane. Va bene. Uno più uno fa due, risultato sufficiente a farmi tirare su il volume e sfogliarlo. Nelle ultime tavole, schiantato al suolo, c’è il razzo con cui Tintin è andato sulla luna. Estetica pulp + Forest+ Hergè. Il risultato è che vado alla cassa e gli sgancio i sedici euro richiesti e mi porto a casa (cioè, prima al bar e poi a casa) l’ultima fatica di Gipi.

Lo leggo e la lettura mi costa soverchia fatica. Nessuna traccia di estetica pulp, di Forest, né di Hergè. Nemmeno di Pierre Boulle, non pretendevo l’autore lo avesse letto, ma intitolando l’avventura di Barbarone, Sul pianeta delle scimmie erotomani, l’intellettuale (sia detto con ignominia) tardo postmodernista che alberga in me, si aspettava di dovere fare i conti con il proprio sapere iconico, e in particolare con la saga dei cinque film prodotti da quel genio di Arthur P. Jacobs. Niente di niente. L’autore non gioca nemmeno con Tim Burton né con Matt Reeves, ma soprattutto: non gioca con me.
Avevo letto un’intervista in cui l’autore sosteneva di essersi ispirato a un romanzo breve di Robert Sheckley, Il matrimonio alchimistico di Alistair Crompton, e che i tre personaggi del suo fumetto sono le sue tre diverse personalità, come Alistair e due androidi Durier erano le tre facce di un’unica personalità. Recupero, dalla mia collezione muffita di Urania il numero 757 e mi rileggo il romanzo. Vero niente.
Insomma. Il fumetto non mi è proprio piaciuto. Leggerlo mi è costato fatica e fastidio. Ma ancora non mi è chiaro il perché. Lo scoprirò dopo, quando mi capiterà la seconda cosa che ti dicevo. Intanto lo rubrico tra le cose da dimenticare e contabilizzo i sedici euro come perdita netta.

Finché non mi capita una cosa assolutamente slegata da tutto questo.
Per motivi con i quali non starò qui ad annoiarti (mi sono già annoiato troppo io), mi tocca leggere un saggio accademico sull’autobiografismo nella letteratura italiana. Quando arrivo al capitolo su Vittorio Alfieri ho l’illuminazione. Sostiene l’autrice che Alfieri in tutta la sua opera, e non solo nell’autobiografia La vita scritta da esso, parla di sé in continuazione non permettendo ai comprimari di sottrargli la scena. Stimolato dagli eventi esterni, seleziona i contenuti autobiografici da riversare in ogni opera con una chirurgica attenzione allo scopo letterario che vuole ottenere. Il collegamento è immediato: il titolo dell’autobiografia alfieriana mi riporta alla mente La mia vita disegnata male di Gipi. Allora riprendo in mano Barbarone e lo rileggo.

Tutta l’opera di Gipi è una serie di tappe nella scrittura della propria autobiografia, che all’inizio funziona molto bene (almeno da Questa è la stanza fino a Unastoria) poi si inceppa. Stimolato dalla necessità critica di dimostrare di essere capace, come (anzi: meglio) degli altri di realizzare un fumetto classico dentro la più classica delle gabbie del fumetto popolare italiano (quella bonelliana), fa La terra dei figli. Purtroppo non riesce a contenere quell’urgenza autobiografica, che gli sfugge di mano, straripa ovunque e la dimostrazione di sapere usare la gabbia diventa l’unico elemento di costruzione di senso di quel fumetto, dando vita a un’opera irrisolta.
Probabilmente consapevole di questo parziale fallimento (intendiamoci: a mio avviso, e l’ho scritto altrove, La terra dei figli ha alcuni aspetti di notevole interesse) Gipi torna a fare ciò che sa fare meglio, la propria autobiografia dichiarata, ricalcando la struttura di Unastoria, libro che forse è il suo capolavoro, e innestandoci sopra un contenuto simile a quello di S.. Purtroppo stavolta non riesce a controllare, come alfierianamente aveva fatto precedentemente, gli elementi autobiografici, non riesce a sceglierli adeguatamente e a dare loro equilibrio: il libro ne risulta insincero e meccanico.
Probabilmente deluso egli stesso dal risultato, a questo punto Gipi si disaffeziona al fumetto e si dedica a cose come la televisione, il cinema, e soprattutto brevi strisce, dall’intento satirico, su Instagram.
E a questo punto succede una cosa. Nell’aprile del 2021 pubblica una striscia del commissario Moderno, dai tempi comici perfetti (lo ammetto, per quanto la trovassi reazionaria, ho riso), giocata tutta su un equivoco spacciato per paradosso. Marisa denuncia al commissario di essere stata picchiata da Andrea, e il commissario le crede, perché è un uomo, appunto, moderno e alle vittime donne si crede sempre. Solo che Andrea si rivela essere una donna anch’essa. E sostiene, una volta condotta dal commissario, sia stata Marisa a menare lei.
Questa cosa ha fatto incazzare un sacco di gente che ha attaccato l’autore come maschilista e reazionario.
Al punto da muovergli un’urgenza di autodifesa che ha autobiograficamente riversato in questo ritorno al fumetto. Il problema non sono i luoghi comuni che affastella in propria difesa: dalla dimostrazione teorica che la commedia degli equivoci fa ridere (le scimmie che, nella sequenza iniziale, fraintendono il suo racconto prendendolo per un invito a incularselo, con battutina omofoba: come prospettiva non era poi nemmeno malaccio. C’è a chi piace!) al fatto che non si può più dire niente (quando finisce in prigione per aver offeso l’ambasciatore di non mi ricordo dove, dandogli della merda di cane perché non poteva fare altrimenti: somiglia effettivamente a una merda di cane); dall’innocenza dei soprannomi attribuiti per le caratteristiche somatiche del proprio interlocutore (pozza di piscio) che, infatti, lo accetta senza problemi, alla stigmatizzazione del linguaggio forzato a definire cose strampalate come la fluidità di genere (Goggo che si pronuncia Ggg). Questa serie di banalità reazionarie avrebbero anche potuto essere gestite in modo geniale e produrre qualcosa di potente.

Ora, si può essere maschilisti e reazionari (pensa a Milton Caniff, a Frank Miller e agli altri mille) e produrre opere immense e bellissime. Invece Gipi commette uno sbaglio. Per costruire questa excusatio, non riesce a staccarsi dalla sua quotidianità, da quello che è il suo immediato e infila nel libro una serie di strisce disomogenee, la cui singola struttura ritmica è quella della lettura su Instagram, tenendole insieme da un pretesto così esile (non basta piantare il razzo di Tintin alla fine di quella storiella ciclica per darle fondamenta degne di Hergè – altro grandissimo autore reazionario) che alla fine ottengono l’effetto contrario a quello desiderato dall’autore. Troppo preso dalla costruzione narrativa della propria autodifesa, secondo la modalità espressiva che ormai gli è più propria, quella delle gag su un social, Gipi si dimentica che al gioco deve partecipare anche il lettore, e affastella una serie di sketch talmente autoreferenziali che, se probabilmente fanno ridere lui, certo non divertono il destinatario. Quando chiudi il volumetto sai però qualcosa in più sul suo autore.
Alla fine non erano sedici euro spesi così male.

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