Judenhass: La lunga strada verso Auschwitz

Omar Martini | La corsa dell’oritteropo |

Dopo la conclusione di “Cerebus” nel 2004, l’attività di Dave Sim si sposta su alcuni progetti, collegati sempre all’oritteropo (“Following Cerebus” e “Cerebus Archive”), in cui vengono presentati sia il “dietro le quinte” che quello che aveva preceduto quella serie così seminale. A questi si aggiungono due testate a fumetti di alterno successo (“Glamourpuss” e l’attuale serie di “albi unici” che vanno sotto il nome collettivo di “Cerebus in Hell”), però la pubblicazione che senza dubbio merita un approfondimento specifico è Judenhass, un comic book uscito nel 2008.

Graficamente, Judenhass è la diretta conseguenza dell’interesse per il fotorealismo evidenziato negli anni precedenti, da Form and void, il secondo ciclo del dittico Going Home in cui si narra la parte conclusiva della vita di Ernest Hemingway, in poi. In seguito, questo approccio sarebbe continuato nella testata “Glamourpuss” e, in maniera completamente totalizzante, nel racconto degli ultimi momenti di vita di Alex Raymond; tematicamente, invece, con l’attenzione dell’autore alla religione, così essenziale da diventare perfino ingombrante negli ultimi due volumi della serie di “Cerebus”, è la persecuzione del popolo eletto, scelto da Dio, a catturare la sua attenzione, più che i dettami del credo stesso.
A questi due elementi forti si aggiunge la costante attenzione alla storia del fumetto, che fornisce lo spunto per affrontare questo progetto, e l’atteggiamento del moralizzatore, del fustigatore dei peccati (o delle mancanze, se vogliamo escludere l’inevitabile connotazione religiosa), che ha percorso tutta la serie di “Cerebus”: dalla parodia degli aspetti più ridicoli dei comics statunitense (l’esempio più evidente sono le incarnazioni del personaggio di Cockroach) o dell’entertainment in generale (per esempio, le versioni di Mick Jagger e Keith Richards, con i loro biascicamenti incomprensibili), passando per la critica al sistema del fumetto di intrattenimento che schiaccia e distrugge i propri autori (esemplificativo il ciclo Reads), fino ad arrivare, in The last day, al culmine di un attacco insensato e gratuito a donne, aborto e Islam.

Quello che abbiamo di fronte è uno strano oggetto, difficilmente definibile, con degli aspetti interessanti, ma anche con zone ambigue e, forse, discutibili. Vediamo il suo essere alieno da come si presenta: un normale comic book spillato di 56 pagine, composto da 48 pagine di fumetto e 8 pagine di note, impaginate con un solido font “bastoni” in grassetto che mantiene l’atmosfera di pesantezza che caratterizza tutto il prodotto. Non ci troviamo davanti a un graphic novel, né a un esempio di graphic journalism né a un’idea nuova di formato. Siamo più nella zona del pamphlet, realizzato e concepito graficamente nel modo più banale possibile, in cui Sim parla a ruota libera, mantenendo un vago filo narrativo corrispondente alla storia della persecuzione del popolo ebraico, in cui la Shoah rappresenta una tappa inevitabile, e non un episodio storico casuale. È per questa motivazione che l’autore preferisce parlare (e decide di titolare) l’opera Judenhass, cioè l’“odio nei confronti degli ebrei”.
Il punto da cui parte il suo discorso è che, in occasione del sessantesimo anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, ha riflettuto sul fatto che chiunque, a un certo punto della propria carriera, dovrebbe realizzare un’opera che abbia come tema la Shoah, soprattutto se lavora nel campo dei fumetti americano, visto che è un settore creato e sviluppato originariamente da persone di origine ebraica in un momento in cui l’odio per gli ebrei si stava gradualmente manifestando sempre più apertamente. A maggior ragione perché, per «fortuite ragioni geografiche e la grazia di Dio», il destino di finire in un campo di concentramento, solo perché erano ebrei, sarebbe potuto capitare ad autori come Jack Kirby, Joe Shuster, Will Eisner e tanti altri.

Se questo assunto sembra un po’ pretestuoso per l’obbligatorietà del tema da trattare e il dovere che deve ricadere sugli autori di fumetti (americani?), è l’affermazione successiva che risulta piuttosto confusa e contraddittoria:

«“Affinché non si dimentichi”… “mai più”… sono nobili sentimenti che suonano bene e sono collegati al ricordo storico di quello che era stato fatto a questi individui innocenti e a milioni di altri come loro. Ma mi sembra che le parole sono in gran parte prive di significato se (come è stato il caso fino ad ora) i film, i libri, le opere teatrali e i documenti delle testimonianze storiche sono espressioni pronunciate in gran parte, se non esclusivamente, dagli ebrei. Se c’è la possibilità che il sistematico odio per gli ebrei venga eliminato dalla nostra società, non potranno essere solo gli ebrei a pronunciarsi nettamente contro di esso. La Shoah fu fatta agli ebrei… e, sì, anche ad altri. Ma il fatto che “anche ad altri” sia diventata un’interiezione universale quando viene sollevato il soggetto dell’Olocausto, mi sembra che indichi un’ambiguità centrale e maligna da parte dei non-ebrei. La Shoah è stata fatta agli ebrei, per cui è naturale che gli ebrei la ricorderanno, ci mediteranno sopra e la documenteranno, e per gli ebrei “affinché non si dimentichi” e “mai più” sono naturalmente una parte essenziale della loro identità culturale post-1945, con la loro continua esistenza come popolo posta implicitamente molto a rischio e molto in dubbio.»

Il fustigatore morale si manifesta e attacca tutti i non ebrei per non realizzare quelle opere necessarie alla memoria e nascondere la propria mancanza di azione dietro al fatto che l’olocausto non ha toccato solo gli ebrei. Però lo stesso Dave Sim, in un certo senso, fa un’operazione analoga al contrario: ignora completamente le persone non ebree che sono state profondamente colpite dall’opera di sterminio dei nazisti perché, verrebbe da pensare, non fanno parte di quella categoria (gli eletti) che a lui interessa.
A questa considerazione, fa seguito prima una specie di glossario sui termini che hanno caratterizzato la distruzione sistematica degli ebrei, sia in tedesco che nella lingua ebraica, e poi la parte (testuale) più cospicua: una serie di citazioni di testi, autori, intellettuali e politici espresse nel corso dei secoli. Questi estratti sono periodicamente intervallati da brevi testi di Sim che aiutano a inquadrare meglio la storia che si dipana davanti ai nostri occhi, soprattutto per quello che concerne gli eventi che precedono e seguono la Seconda Guerra Mondiale. Questa narrazione finale serve soprattutto a illustrare il clima di diffidenza che ha sempre perseguitato gli ebrei, anche nei momenti più critici, e di come le falsi tesi complottistiche, sulla falsariga dei Protocolli dei savi anziani di Sion, continuino a essere fabbricate e diffuse.

Indicando un generico “sopravvissuto al campo”, fa capolino una citazione da “Se questo è un uomo” di Primo Levi

In questo racconto quello che manca è il sentimento, la partecipazione, la compassione. Non sembra esserci amore nei confronti di un popolo perseguitato, piuttosto le reazioni che stimola nel lettore, con un insieme di testi selezionati e presentati senza un approccio giornalistico, sono di rabbia e ira derivanti da questo taglio sensazionalistico. L’impressione è che, in maniera analoga alla rappresentazione scandalosa di Hemingway all’interno di “Cerebus”, Sim voglia andare alla ricerca delle frasi a effetto di personaggi stimati e famosi per tirare fuori degli scheletri dall’armadio. Non c’è il tentativo di spiegare le ragioni dietro a determinate affermazioni, pensieri e opinioni, ma semplicemente lo sparare addosso a persone celebri. Alla fine, leggere che Marlon Brando (famoso per le sue posizioni a favore delle popolazioni dei nativi americani) ha dichiarato che gli ebrei fossero sempre stati attenti a come venivano rappresentati al cinema, oppure che il famoso poeta T.S. Eliot ha affermato che gli ebrei fossero delle forze del male che hanno reso il mondo orribile non fornisce nessuno strumento per capire il retroterra di quelle frasi. Il loro scopo diventa puramente scandalistico.

Anche la parte grafica contribuisce ad accentuare il taglio freddo e poco partecipe. Estremizzando lo stile foto-realistico portato avanti negli ultimi anni, riproduce le fattezze di alcuni degli autori delle citazioni riportate e che hanno avuto un ruolo importante, nel bene e nel male, nella storia del popolo ebraico, ma soprattutto ricrea, con un’attenzione quasi ossessiva, diverse foto scattate nei campi di concentramento. La costruzione di queste tavole è, soprattutto nella parte iniziale, composta da dettagli dei corpi devastati dei sopravvissuti: un indugiare sui primissimi piani dei loro volti e delle loro membra scheletriche su cui zooma avanti e indietro, senza un chiaro andamento e scopo. Se si esclude la sequenza iniziale in cui c’è una carrellata verso l’entrata di Auschwitz, queste pagine hanno un montaggio di micro-vignette bizzarro e a scatti, come se l’occhio a volte si ritraesse da quello che viene disegnato, altre volte invece si vuole immergere profondamente. Questa apparente confusione è ulteriormente accentuata da un elemento importante: a differenza delle foto originali, questi disegni non spaventano o inorridiscono. La visione delle membra scheletriche, per quanto fatta in maniera realistica e, da un punto di vista tecnico, ineccepibile, non accompagna il lettore sull’orlo dell’abisso ma, in maniera perversa, lo porta a perdersi nei tratteggi infiniti che caratterizzano queste pagine.

Alla fine dell’albo è presente una sezione testuale, che riserva delle sorprese. L’autore fa delle osservazioni interessanti sulla difficoltà di distinguere tra fonti false e vere, mettendo in evidenza già allora quello che sarebbe diventato l’attuale questione della diffusione invasiva delle “fake news” e di come sia estremamente lungo e laborioso riuscire a distillare e circoscrivere quelle corrette. A causa di questa tematica estremamente delicata, Sim anticipa su carta quello che è ormai diventato un problema estremamente diffuso, così come il suo utilizzo della pagina della posta e dei redazionali aveva anticipato, nel bene e nel male, l’uso divisivo dei social media. Non solo: si pone il problema della contestualizzazione delle citazioni e della comprensione se quello che ha reperito sia espressione dell’odio nei confronti degli ebrei, oppure se invece la presenza del popolo ebraico sia casuale e quindi l’accusa si riferisca esclusivamente all’azione che viene discussa (l’esempio più evidente è la considerazione, in passato, dell’attività dell’usura). Lui stesso rimane colpito dalla diffusione delle false citazioni e delle informazioni distorte, tanto che racconta che la persona stessa che l’ha aiutato in quel lavoro di ricerca, a un certo punto, dopo essere stato inondato da questa grossa quantità di testi da verificare e contestualizzare, sente vacillare la sua capacità di discernimento tra quello che è falso e quello che è vero. È la massa, quindi, il problema, e la costanza con cui si riesce a trovare la disinformazione il vero pericolo.

Una debolezza intrinseca di questa interessante parte, però, è l’uso delle annotazioni scritte per fornire ulteriori dati rispetto alle immagini che avevano condensato e cristallizzato molte informazioni. Non è un approccio nuovo né in lui né nel fumetto in generale (due esempi estremamente rappresentativi sono gli ultimi fumetti di Chester Brown e From Hell di Alan Moore ed Eddie Campbell), ma personalmente trovo qualcosa di gradualmente poco convincente nell’approfondire un discorso usando un altro mezzo. Sembra l’ammissione dell’incapacità del fumetto di rappresentare e raccontare livelli più profondi del discorso. È il medium diverso, non le note esplicative in sé, che provoca questa mia perplessità… per cui mi domando se non sarebbe possibile immaginare delle note disegnate per continuare in maniera coerente il discorso fatto fino a quel momento. Probabilmente renderebbe il prodotto finale più compatto e, soprattutto, in grado di mostrare l’estrema duttilità dell’utilizzo del fumetto.
Infine, dimostrando una coerenza nella sua idea delle possibilità di Judenhass che descrive anche alla fine della postfazione:

«Purtroppo, in quest’epoca di attenzione decrescente, mi sembra che ci sia bisogno di una sintesi dei fatti che permetta anche al lettore più lento e all’insegnante più riluttante di comprendere e trasmettere in qualche modo l’enormità della Shoah e il profondo livello di ostilità contro gli ebrei che l’ha resa possibile. Spero che Judenhass, con un tempo di lettura di circa 25 minuti, serva a questo scopo. Su quattro anni di istruzione superiore, c’è da sperare che si possano trovare 25 minuti per insegnare agli studenti delle scuole superiori l’argomento… e il significato continuo… dell’Olocausto.»

qualche anno fa Dave Sim ha deciso di rendere questa opera di pubblico dominio e, quindi, fruibile da tutti. Poiché attualmente la copia cartacea è di difficile reperibilità, chiunque fosse interessato a leggere il suo fumetto, può scaricare legalmente il pdf da QUI,

Judenhass è un’opera che non è invecchiata molto bene. Se quando venne pubblicata quindici anni fa, poteva, con i difetti in parte illustrati in questo pezzo, avere un minimo di interesse ed essere uno strumento da usare per mettere sotto i riflettori alcuni aspetti della questione dell’Olocausto, ora, nel 2023, con un’attenzione maggiore alla diffusione e comprensione di visioni del mondo e della storia che non siano prodotte solo da maschi bianchi occidentali, la narrazione parziale, involontariamente percorsa di odio che Dave Sim ha realizzato, rischia di essere controproducente e non ottiene l’obiettivo che si era inizialmente proposto di diffondere delle informazioni che dovrebbero essere condivise. Quello che rimane, alla fine, è un esperimento grafico con alcuni elementi di interesse, fondamentale tassello per arrivare a quella che rimane, dopo “Cerebus”, la sua opera più importante: La strana morte di Alex Raymond.

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