Alan Moore, Dave Sim e La strana morte di Alex Raymond (1 di 4)

Quasi | La corsa dell’oritteropo, Mappaterra del Mago |

Un crossover tra Mappaterra del mago e La corsa dell’oritteropo di Francesco Pelosi e Omar Martini

La strana morte di Alex Raymond, fumetto incompiuto di Dave Sim, nasce dal desiderio (e/o bisogno) dell’autore di confrontarsi con la tecnica di disegno che lui chiama “fotorealistica” e che ha avuto in Alex Raymond e nel suo Rip Kirby, secondo Sim, la sua massima espressione.
Dave Sim è considerato uno dei padri dell’autoproduzione e il suo Cerebus, serializzato dal 1977 al 2004, per un totale di 300 numeri, tutti rigorosamente autoprodotti, è senza dubbio una pietra miliare del fumetto. Omar Martini ne sta parlando da mesi qui su “Quasi”, con una serie di articoli intitolati La corsa dell’oritteropo, e proprio per questo, dopo aver letto SDOAR (abbreviazione per The Strange Death of Alex Raymond che utilizzeremo da qui in avanti), ho pensato di chiedergli di fare due chiacchiere su questo libro che mi ha sconvolto e su alcune istanze che sembrano legarlo alle opere di Alan Moore che sto trattando da mesi con la Mappaterra del Mago.

Ma di cosa parla SDOAR? La risposta è tortuosa. Certo, SDOAR parla della morte di Alex Raymond, il grande disegnatore di Flash Gordon e Rip Kirby, rimasto ucciso il 6 settembre 1956 in un incidente automobilistico, ma parla anche dell’evoluzione della sua tecnica di disegno, dal “realismo stilizzato” al “fotorealismo” (secondo le definizioni di Sim), che viene messa a confronto con quella degli altri due grandi disegnatori dell’epoca: Hal Foster, con il suo “realismo non stilizzato”, e Milton Caniff, con il suo “realismo fumettistico”. Poi, SDOAR parla anche degli strumenti che Sim utilizza per ricreare queste tecniche, delle decine di incredibili riproduzioni che Sim rifà per poter “carpire” gli strumenti del mestiere, e infine, ed è qui il punto, delle strane connessioni magiche fra la morte di Raymond e i suoi fumetti, arrivando a chiamare in causa persino Aleister Crowley: Sim definisce tutti questi collegamenti “metafisica del fumetto”.
In sintesi, Sim sostiene che Ward Greene, lo sceneggiatore di Rip Kirby, infarcisse le strisce che scriveva per Raymond di simboli e significati esoterici, per arrivare, tramite una magica induzione che l’immaginario opera sulla realtà, a manipolare quest’ultima e ottenere le attenzioni sentimentali di Margaret Mitchell, la scrittrice di Via col vento, morta poi anch’essa in un incidente.

Stando a quel che dice Sim, Ward Greene era in contatto con Crowley, dal quale avrebbe appreso la magia operativa, e con William Seabrook, sfuggente avventuriero di inizio Novecento che si dichiarava cannibale; tutte queste connivenze occulte si riversarono nel fumetto e, unite ad alcune scelte inconsce di Raymond, avrebbero portato alla morte del disegnatore.
In tutto questo, ovvero nel modo in cui Sim espone le cose nel fumetto, c’è poi da tener presente, come si può leggere anche nei pezzi di Omar, la sua particolare, e decisamente personale, concezione religiosa (lasceremo da parte invece il suo anti-femminismo, perché, fortunatamente, in questo caso sembra non entrarci troppo).
SDOAR è rimasto incompiuto perché durante la sua lavorazione Sim ha avuto una “misteriosa” indisposizione al polso della mano destra che da allora non gli ha più permesso di disegnare, se non per brevi periodi e con grande dolore. L’edizione italiana del 2022 di Cosmo Editore contiene così anche le pagine realizzate da Carson Grubaugh che, partendo dalle annotazioni di Sim, ha cercato di portare a termine questa operazione colossale. Come però spiegato verso la fine, anche questo tentativo, dopo qualche anno e una parziale pubblicazione in volume, è naufragato.
Bene… Ora che sono state fornite le coordinate, possiamo cominciare la nostra conversazione.

Francesco: Ciao Omar, grazie di avere accettato di realizzare questa chiacchierata. Parto subito in quarta, con la mia prima domanda. Nelle prime pagine di SDOAR, parlando di uno dei personaggi femminili di Rip Kirby, Jessica Millbank, definita una delle molte ragazze “pennellate usignolo”, in riferimento alla tecnica a pennino sottile e incisiva utilizzata da Raymond per ritrarle, Sim scrive: «[è] un archetipo femminile che si sarebbe incarnato (dovete credermi sulla parola finché non arriveremo a quella parte) nel nostro mondo nella vincitrice del premio Oscar come migliore attrice… E, in seguito, principessa… Grace Kelly».
Ecco, questa è la frase che mi ha fatto alzare le antenne, per due motivi.
Il primo riguarda una cosa del tutto personale, una stramba idea che mi gira in testa da anni: sono abbastanza convinto che le tipologie di volti dell’umanità, maschili e femminili, siano variate nell’ultimo secolo in base ai modelli offerti dal cinema, dalla musica e dalla pubblicità. Come se i lineamenti dei volti di tutti i nuovi bambini che nascono e che poi diventeranno adulti, si formassero in base ai desideri inconsci dei genitori, influenzati dall’immaginario che viene proposto dallo star system. Ovviamente, questa non sarebbe una cosa generalizzata, ma diciamo che, in linea di massima, potrebbe funzionare così: i volti “belli” dei divi e delle dive influenzano sottilmente il desiderio inconscio della popolazione che, nel momento in cui procrea, passa in qualche modo tali fattezze “desiderate” ai figli. Intendiamoci, non penso che questa sia una cosa scientifica né che sia sicuramente così. È più che altro un concetto “possibile” con il quale mi intrattengo da alcuni anni. Per questo, quando ho letto quella frase in SDOAR ne sono rimasto colpito.
Il secondo motivo è, evidentemente, l’affinità che un’idea del genere – il fatto che l’immagine archetipica di un personaggio dei fumetti si sia incarnata nell’immagine di un’attrice – ha con le teorie di Alan Moore dell’Idea Spazio e di come questo luogo fittizio dove dimora l’immaginazione, reale solo nella nostra mente, influenzi la vita vera, quella che potremmo definire oggettiva, razionale.
Per cui vorrei partire da qui: concetti come questo si trovano già nelle opere precedenti di Sim (e cioè in Cerebus) o appaiono in SDOAR per la prima volta?

Omar: Non so se l’affermazione “letterale” di Dave Sim possa essere considerata del tutto corretta. Piuttosto, ritengo che il personaggio femminile citato da Rip Kirby così come l’archetipo incarnato da Grace Kelly fossero “semplicemente” il frutto di un’idea di bellezza glamour e altamente sofisticata che si stava sviluppando in quegli anni negli Stati Uniti nel cinema e (soprattutto) nella moda. La storia che ha per protagonista Jessica Millbank (The Millbanks Murder Case) viene pubblicata tra il 1952 e l’inizio del 1953, proprio quando Grace Kelly muove i primi passi nel cinema: solo per citare un paio dei suoi primi film, Mezzogiorno di fuoco è proprio del 1952, mentre Mogambo, il film di John Ford che la lancia, è del 1953. Stiamo quindi parlando di percorsi paralleli, in parte anche temporali, probabilmente generati dallo stesso sostrato culturale e visivo di quegli anni e di quel tipo di società alto-borghese ritratta sia in quei film che nella striscia di Alex Raymond. Questi prodotti non potevano non fare colpo su un pubblico che, dopo gli anni della Seconda Guerra Mondiale, cerca di pensare ad altro e vuole farsi affascinare da quella grazia e da quella raffinatezza che, nella società consumistica degli anni Cinquanta del boom, sembra improvvisamente essere (quasi) alla portata di tutti. È probabile che i due aspetti rilevati da Sim si siano auto-alimentati (per cui le considerazioni che fai sono, da un certo punto di vista, corrette), ma diventa un po’ difficile e complicato dire chi ha generato cosa. Quello che senz’altro è esatto è che quando Grace Kelly muove i primi passi, non è ancora ai livelli di sofisticazione che avrebbe raggiunto solo uno-due anni dopo, grazie a un pugno di film: il trittico di Alfred Hitchcock (Il delitto perfetto, ma soprattutto La finestra sul cortile e Caccia al ladro) e Alta società che, già nel titolo, rappresenta esattamente quel mondo e quell’archetipo a cui fa riferimento SDOAR.

Venendo più direttamente a Dave Sim e al suo Cerebus, non mi sembra di ricordare idee e concetti del genere. Quella che lui attua è un’operazione che agisce in modo opposto rispetto a quello che attribuisce ad Alex Raymond. Usa personaggi e persone realmente esistenti dell’industria dell’intrattenimento (fumetto, cinema, televisione) come se fossero delle maschere e crea degli strani corto circuiti: inizialmente, in maniera piuttosto semplice e, forse, “scontata”, vengono utilizzati per delle parodie (Cockroach è l’esempio più lampante, rappresentando quasi una sorta di evoluzione delle mode e dei trend del fumetto Marvel, oppure Mick Jagger e Keith Richards, dove nel dittico di Church & State incarnano lo stereotipo grottesco dei tossici sempre strafatti); in seguito, invece, gradualmente, si evolvono: possono incarnare il personaggio/simbolo che rappresentano esplicitamente (per esempio, le fattezze del giudice alla fine di Church & State II, sono quelle dell’attore Lou Jacobi, che aveva interpretato un giudice nel film Piccoli omicidi, adattamento cinematografico di un’opera teatrale di Jules Feiffer), possono agire come opposti (il trio statunitense dei “Three Stooges”, reso in italiano come “I tre marmittoni”, sebbene una traduzione più corretta sarebbe “Le tre spalle”, era famoso per la stupidità dei personaggi che rappresentavano; nella rivisitazione di Dave Sim, diventano “The threewise men”, etichetta che gioca su un duplice registro: il primo, come opposto, ha come significato letterale “I tre saggi”, mentre il secondo, considerata anche la svolta religiosa che prende la serie a fumetti e il tono dei volumi in cui compaiono, incamera il fatto che quella definizione è uno dei modi che ha l’inglese per definire i “Re Magi”), fino ad arrivare a una rappresentazione fedele, come quella di Ernest Hemingway, che si cela “dietro” un finto nome (“Ham Ernestway”) che non fa altro che sottolineare qual è il personaggio di riferimento. L’uso che quindi Sim fa di queste maschere è funzionale all’obiettivo dell’autore: mettere in grado il lettore di fare un immediato collegamento e accedere all’inside joke che sta realizzando. Se poi a volte ci sono alcuni riferimenti un po’ troppo criptici, per cui la battuta o la citazione sono colti da pochi, oppure proprio da nessuno… Beh, probabilmente è un problema che ha messo in conto e per cui non si preoccupa più di tanto di non essere stato capito.

[continua]

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