Marylin è burrosa: Settant’anni di “Playboy”

Paolo Interdonato | Pantomime del Calisota |


Le mattine di dicembre sono fredde. Ci si stringe nel cappotto e si rabbrividisce quando una lama di vento riesce a infiggersi tra le spire della sciarpa.
A Marylin, da quella copertina bianca, il freddo non fa alcuna paura. Ha le braccia e le spalle scoperte; il viso, incorniciato da una nube vaporosa di capelli biondissimi, esplode nel più allegro tra i sorrisi. Quella felicità che ispira tepore forse le viene dalla coperta che le cinge le gambe. Sembra caldissima. Oppure tutto quel caldo e quella sicurezza le giungono dalla consapevolezza che, a ventisette anni, la sua carriera è giunta a una svolta: nel corso dell’anno, il pubblico è corsa ad ammirarla in Niagara e Gli uomini preferiscono le bionde.
Giovedì 10 dicembre 1953: “Playboy” atterra tra gli umani come un disco volante. Sulla copertina, in bianco e nero, c’è Marylin Monroe e, accidenti, uno strillo annuncia che all’interno della rivista la si vedrà nuda: vale proprio la pena investire quel mezzo dollaro. La rivista non promette molto di più di quanto strillato nel sottotitolo, “Entertainment for men”.

Hugh Hefner, anche lui ventisettenne, molla il suo posto da copywriter a “Esquire” perché gli è stato rifiutato un aumento di 5 dollari. Raccoglie 8.000 dollari da una cinquantina di investitori distinti, compresi la mamma e il fratello, e progetta una rivista per soli uomini. Ha comprato a poco prezzo una foto di Marylin di quattro o cinque anni prima, quando ancora non si chiamava così e faceva la modella. È il ritratto di una donna nuda bellissima, sdraiata tra i drappeggi di un lenzuolo rosso. Attorno a quell’immagine, Hefner costruisce il primo numero di una rivista: non scrive la data di pubblicazione né in copertina né altrove; non sa se e quando riuscirà a pubblicarne un secondo. È un successo. Le quasi cinquantaquattromila copie stampate sono presto esaurite.
Da quel momento le vendite di “Playboy” cresceranno vertiginosamente, fino ad arrivare, negli anni Settanta, a picchi di sette milioni di copie. Su quella montagna di riviste piazzate in mano a una popolazione quasi esclusivamente maschile, Hefner costruirà un impero, fatto di carta, televisione, web e assurdi posti lussuosissimi.
L’ultimo numero della rivista cartacea è datato 17 marzo 2020.

Fino a qui l’evento scatenante del quale ricorre il settantesimo anniversario. Benché sia difficile dire bene di una rivista che ha fatto di tutto per essere il più bello e patinato tra i libri di testo del patriarcato, è giusto prestare attenzione alla ricorrenza. Subito dopo aver stappato, metto via il cappellino e la trombetta e smetto i festeggiamenti.

Quando mi chiedono perché è importante parlare di “Playboy”, snocciolo il solito insieme di cose rilevanti.
Innanzitutto, le donne nude: lo sfoglio della rivista nei decenni ci offre una finestra sulle trasformazioni dell’immaginario erotico maschile.
Poi mi concentro sulla qualità dei racconti, sul fatto che quella rivista pagava così bene gli scrittori da poter ospitare la migliore narrativa breve statunitense, compresa quella di genere.
A quel punto, piazzo la scenetta delle grandi interviste: «Per conquistare l’attenzione del pubblico sulle sue strategie di gestione della Guerra Fredda, quel porco di Kissinger da chi si faceva intervistare? E le mitiche dichiarazioni di Frank Sinatra sull’ateismo? E Muhammad Ali? E Salvador Dali? E Mae West? E Tennessee Williams? …»
E, per finire, mi gioco la carta dei grandi cartoonist: Jack Cole, Gahan Wilson, Will Elder, Harvey Kurtzman, Jules Feiffer, Shel Silverstein
Se sono in buona, racconto di quando Hefner – che era un editor di cartoon piuttosto severo (e non sempre competente) – chiese ad Arnold Roth di cambiare il modo in cui aveva disegnato un naso, facendolo più lungo e affusolato, perché così com’era gli sembrava un pene; pare proprio che Roth abbia risposto: «Più lungo e affusolato è come disegno i peni».

Tutto soddisfatto, tiro un bel sospiro e godo dell’eco della mia voce. Non si è ancora spenta quell’eco che un’amica mi gela con una constatazione.
«Ah, bene. È bello sapere che voi uomini avete da settant’anni almeno un posto sicuro in cui rifugiarvi. Avete potuto comprare una rivista con le donne nude, allo scopo di masturbarvi, potendo però dire che lo facevate per gli articoli, le analisi, le interviste, i racconti, le vignette… Magari, alla fine dell’elenco potevate perfino ammettere: “E ci sono delle foto di donne bellissime nude che indicano con chiarezza a che punto è l’immaginario erotico”. Però quel posto sicuro è un luogo esclusivo di intrattenimento per soli uomini. Uomini che sono anche dei playboy, dei seduttori, capaci di godere del bello in tutte le sue forme e di ammantarsi di una cultura finissima. Le donne sono ammesse solo se sono disposte a spogliarsi, a mostrarsi disponibili, a essere sedotte, a divenire prede più o meno consapevoli di maschi al cui fascino non si può resistere. Sono soddisfazioni, eh…»

E vabbeh! Ma allora non si può più dire niente.

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