Quel rumore di catene: Zerocalcare su “Internazionale”

Francesco Barilli | post-it |

Giorgio Gaber ha inciso per la prima volta Qualcuno era comunista ne Il Teatro Canzone, doppio album live che riprendeva la stagione teatrale 1991-92. Quella, per capirci, in cui Gaber portava in scena una raccolta antologica del genere (il teatro-canzone, appunto) creato vent’anni prima, con pezzi già proposti nelle stagioni precedenti.

Qualcuno era comunista era l’unico inedito, se non sbaglio. Un riuscitissimo monologo, giocato su più registri narrativi e un accompagnamento musicale che va in crescendo per spegnersi nel finale, quando la voce, partita anch’essa timida e poi sempre più potente e a tratti rabbiosa, resta sola e si fa accorata. In quel finale i sorrisi iniziali si spengono. L’elenco di ragioni per cui «uno era comunista», alcune banali o di comodo e altre nobili, viene snocciolata fino allo sfogo commosso che racconta il sogno infranto. Non senza rimpianti, nonostante Gaber affermi il contrario.

Però, nonostante quello che potresti pensare, non sono qui a parlarti della canzone. Neppure di comunismo o ideologie, ma solo del momento in cui l’orchestra inizia la dissolvenza e l’interpretazione del Signor G cambia e, ti dicevo, spegne i sorrisi. Quando dice:

«Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri».

Mi girava in testa, la frase. Poi ho preso “Internazionale”, con la nuova puntata del diario a fumetti che Zerocalcare sta dedicando alla vicenda di Ilaria Salis. È qui che mi è venuta in mente una cosa scritta da Paolo, quando ha appiccicato il suo post-it sull’argomento.

«Zerocalcare soffre per chiunque soffra, sente il dovere di difendere gli oppressi, di prendere le parti di chi sta peggio di lui».

La definizione mi sembra azzeccata. E accostare il fumettista romano al personaggio immaginato da Gaber (che può essere felice solo se lo sono anche gli altri) mi è sembrato evidente. NON, sia chiaro, sul piano ideologico, di cui m’importa niente e c’azzecca ancor meno, ma su quello etico. Il principio, del resto, è stato espresso dall’autore più volte, nei fumetti come nelle interviste come nelle sue serie animate su Netflix: nessuno si salva da solo, nessuno deve essere lasciato indietro. Figuriamoci se Michele non sente empatia e voglia di sbattersi per chi, come Ilaria, è confinata da un anno nelle galere ungheresi. In un pozzo profondo, come sintetizza amaramente.

Siccome questa cosa, questa voglia di fare o almeno dire qualcosa minimamente utile, la sento anch’io, fra l’aorta e l’intenzione, avevo pensato di fare un pezzo da Tradrittore. Magari partendo dal fottio di cattiverie apparse su quotidiani che non leggo, non menziono e non toccherei con una canna da pesca da sei metri per sfogliarli (sì, mi sto autocitando). Ma lo schifo era troppo forte (che poi, dopo le citazioni, avrei dovuto rispondere) e la voglia mi è passata. Dopotutto…

Dunque cosa fare? Pure qui Zerocalcare giunge in aiuto.

Accontentati dunque di questo post-it. Appiccicalo sul frigo, prova a immaginare il tintinnio delle catene alle caviglie di Ilaria e ricordati: il numero di Internazionale di cui ti ho parlato è quello che copre la settimana 5/11 aprile. Sono un po’ in ritardo con la segnalazione, scusami, ma forse lo puoi ancora recuperare in edicola. Altrimenti, puoi spulciare le versioni on line. Sono regolarmente aggiornate qualche giorno dopo e puoi leggere anche le altre puntate realizzate da Zerocalcare sul processo di Budapest.

Se poi vuoi contribuire alle spese legali, eccoti pure su (Quasi) il link.

Ti è piaciuto? Condividi questo articolo con qualcun* a cui vuoi bene:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

(Quasi)