Come se fosse Antani (8 di 12)

Boris Battaglia | come se fosse Antani |

Capitolo ottavo – Ridere da morire

Capitolo ottavo di dodici. Dove con la scusa di definire la poetica monicelliana ti confesso la mia passione erotica per Stefania Sandrelli e poi mi diletto ad attualizzare la lezione del più vecchio dei miei maestri. Uno morto sei anni prima che io nascessi, ma di cui non mi stancherò mai di rileggere tutto quello che ha scritto: Georges Bataille.

Quello che ti ho raccontato nel capitolo precedente mi serviva soprattutto a due cose. La prima, che non c’entra nulla con la natura di questo saggio, ma la cui sede mi sembra il luogo più consono dove farlo – era dichiarare, coram populo, la mia passione erotica per tutti i personaggi interpretati da Stefania Sandrelli tra il 1961 e il 1983: Angela di Divorzio all’Italiana (Germi) e Agnese di Sedotta e abbandonata (Germi), Adriana di Io la conoscevo bene (Pietrangeli), Giulia di Il Conformista (Bertolucci), Sandra di Il diavolo nel cervello (Sollima), Tiburzia di Brancaleone alle crociate (Monicelli), Luciana di C’eravamo tanto amati e Giovanna di La terrazza (entrambi di Scola), Loredana di Ecceziunale… veramente (Vanzina), per finire con Teresa di La Chiave (Brass). Sul personaggio di Giovanna della Terrazza, un giorno, se la vita me lo concede, scriverò un saggio molto lungo.

Se ti sembrano solo turbamenti adolescenziali, beh… non hai tutti i torti. Nel 1983 ho 15 anni e solo per raccontarti come riuscii a vedere La Chiave, dovrei scrivere uno di quei bei romanzi borghesissimi e autobiografici passibile di vincere Lo Strega. Poi però dovrei bere a collo quel liquore di merda e la sola idea mi urta lo stomaco. Sono un alcolista che, per sua fortuna, può permettersi di non rinunciare al gusto. Per non dirti dell’indecisione sulla cravatta da mettermi. Ho studiato da anarchico e la Lavallière so pure annodarmela, ma ho anche uno spiccato senso del ridicolo.

Cazzo, però! Fammi un cenno, no?! Per riportarmi all’ordine. Sto sbrodolando e come sempre smarrisco l’ordine delle argomentazioni. Dovevo dirti della seconda cosa, quella più importante, per cui mi è servito scrivere lo scorso capitolo, dove ho cercato di fare il punto sulla filosofia monicelliana. Ecco la seconda cosa è la sua weltanschauung. La sua visione del mondo e della posizione in esso occupata dai viventi. Una visione che potremmo definire batailleiana.

Ribadisco: Monicelli non aveva di certo preoccupazioni filosofiche. In una bella e sincera intervista concessa a Sara Faillaci e pubblicata su un numero di “Vanity Fair” del maggio 2007 in occasione dei suoi 92 anni, lo ammette apertamente.

«Guardi che io sono abbastanza superficiale, non sto ad approfondire più di tanto.»

È quindi probabile che non abbia mai letto La part maudite (1949), né L’erotisme (1957), né La littérature et le mal (1957), e che la sua idea degli esseri umani e della realtà sociale gli sia derivata più da un’inclinazione caratteriale che dalla riflessione teorica. Ma è un dato di fatto che molto del pensiero di cui la sua opera è testimonianza, affonda – probabilmente in modo inconsapevole – le radici in quello di Georges Bataille.

Santa Maria Novella, grazie alla sua posizione geografica, è la quarta stazione italiana – dopo Roma Termini, Milano Centrale e Napoli Centrale – per flusso giornaliero di passeggeri. Girarci la scena di un film è un’impresa complessa, fatta di pianificazioni preventive e costante coordinamento tra la produzione cinematografica e le autorità ferroviarie che, anche durante le riprese, devono gestire e consentire comunque il regolare traffico dei treni. È sicuramente per questo che per girare la sequenza degli schiaffi di Amici miei, ai produttori responsabili della Rizzoli Film venne assegnato il binario 16. L’ultimo a destra del corpo centrale della stazione, dove si da meno fastidio occupando la banchina perché dietro c’è solo il deposito bagagli.

Insomma, solo una questione pratica. Che il binario 16 fosse quello da cui il 9 novembre 1943 partì il primo convoglio con gli ebrei destinati ad Auschwitz è solo una coincidenza di cui nessuno della troupe borgatara era a conoscenza, dato che la targa commemorativa sarà posta in testa al binario solo nel 2013.

In quella fredda mattinata di un inoltrato dicembre del 1974, gli attrezzisti, gli elettricisti, gli scenografi, i truccatori e le sarte, le comparse, gli attori – tra i quali non ce n’è uno fiorentino – e probabilmente anche il regista e il suo aiuto (erano due: Carlo Vanzina e Mario Garriba), non sono a conoscenza del fatto che quel binario, solo 30 anni prima, fu un tragico viatico verso la barbarie nazista e la morte, per moltissimi fiorentini.

Eppure quella sensazione di catastrofe imminente è presente in tutta la sequenza (in realtà, in tutto il film). Il riso che ci provoca è velato da un’ombra di macabro disagio, frutto della fotografia magistrale di Luigi Kuveiller capace di rendere perfettamente quella “luce naturale al limite dello squallore” (sono parole di Monicelli) necessaria alla miglior espressione della poetica del regista.

Kuveiller aveva già lavorato con Monicelli nel film precedente, quel capolavoro di Romanzo popolare, e aveva fatto un lavoro eccezionale per rendere il lividore della periferia milanese.

«Kuveiller mi seguì subito nella direzione di una luce che sembrasse rubata, senza però esagerare in una ricerca ossessiva di realismo. In Romanzo popolare viene fuori uno squallore pari a quello dell’ambientazione in periferia, in Amici miei Firenze è ingrigita, mai smagliante come la si vede nelle cartoline. Era uno molto veloce a preparare le luci, il contrario del perfezionismo di Storaro, con cui non vorrei mai lavorare in vita mia.»

Questi due film, proprio grazie all’incontro con la fotografia di Kuveiller, sono quelli dove meglio si esprime, dove diventa più visibile quello sguardo batailleiano che Monicelli pratica in ogni suo film. Quel rire de mourir che ci porta “al di là del serio”, non per permetterci di continuare a vivere, non si ride per questo. La morte non spaventa Monicelli, te l’ho già detto che per lui è il motore delle storie, presenza costante, ma per trovare un senso al nostro restare vivi, al nostro essere sostanzialmente dei sopravvissuti.

Per Bataille la morte non è il termine naturale della vita. Cioè sì, biologicamente lo è. Ma a Bataille non interessa la biologia, gli interessano le sovrastrutture culturali. E la morte è necessariamente un costrutto culturale: un evento di trasformazione, un meccanismo generativo di nuove possibilità. Con tutti i suoi riti la morte è assimilabile al gioco: entrambi sono un mezzo di liberazione dai vincoli dello squallore del reale e creano la possibilità di esprimere la propria creatività.

Dice Monicelli che

«l’infantilismo dei protagonisti di Amici miei è una via senza uscita verso la morte.»

È vero, i cinque protagonisti non possono fare altro che giocare come bambini in attesa del gioco definitivo. Non dimenticarti, già te l’ho fatto notare, che la voce narrante del film è quella di un morto e che proprio nel momento in cui muore, il Perozzi gioca la sua supercazzola migliore e più creativa, battendo – in quella sfida dichiarata durante l’incontro con il vigile fuori dal bar del Necchi – colui che se ritiene l’inventore e il maestro: il conte Mascetti.

La morte, attraverso il linguaggio costruito su di essa, sistematizza il possibile, rendendolo intelligibile. Nel momento che questo accade, quando l’assurdità e l’inutilità del reale diventano comprensibili, o ci si rinchiude in una angusta e tragica mistica della vita (sia etica che religiosa) o si va al di là del serio, finendo nel comico. Non è la morte il termine naturale della vita, ma la risata che scaturisce da questa consapevolezza.

Come si chiude infatti Amici miei? Con lo scoppio di risa degli amici sopravvissuti dietro al feretro del Perozzi.

Lo so. Questo concetto di comicità è lontano dalle banalità teoriche di un filosofo come Henri Bergson, di un autore come Luigi Pirandello o di un manualista come John Vorhaus. A Bataille non importa come funziona la comicità dal punto di vista pragmatico, del perché ridiamo o cosa ci fa ridere. A lui preme capire chi sono io mentre rido, chi o cosa divento. Il riso è un esperienza totalizzante (Bataille la definisce “sovrana”) associabile solo all’eros; un’esperienza durante la quale vengo portato fuori da me per essere messo davanti a me setsso a agli altri, agli amici miei. Solo quando rido e quando scopo sto veramente comunicando con gli altri.

Mentre Perozzi, Mascetti, Melandri, Necchi e Sassaroli scappano ridendo come matti, dopo aver schiaffeggiato i passeggeri in partenza, dal sottopassaggio del binario 14, Melandri grida eccitatissimo:

«Ragazzi, come si sta bene tra noi, solo tra uomini. Ma perché non siamo nati tutti finocchi!»

Non c’è bisogno di essere raffinati freudiani per comprendere la carica omoerotica del rapporto tra i cinque amici, sublimata attraverso la rappresentazione allegorica di un rito satirico e omo-orgiastico nella lunga sequenza del ricovero nella clinica del Sassaroli.

A questo punto devo fare un inciso. L’ennesimo. Ma fidati, è interessante.

Tu lo sai che buona parte della riflessione di Bataille sull’erotismo, prende le mosse dalla lettura di Donatien Alphonse François de Sade. Bene, facci caso. La clinica del Sassaroli non è un ospedale – cioè sì, in nella realtà era L’Istituto di cura chirurgica del Salviatino di Firenze, splendido edifico liberty la cui storia è molto interessante, ma non te la racconto qui – ma la trasposizione del castello di Silling, dove il duca di Blangis organizza le 120 giornate. Monicelli dando a Blangis il volto di Adolfo Celi e rendendo esplicita la comicità del romanzo sadiano, dimostra di aver capito (sempre l’abbia letto) de Sade molto meglio di Pasolini (che non lo aveva capito per un cazzo). Salò o le 120 giornate di Sodoma esce lo stesso anno di Amici miei.

Il sesso e la risata. I due temi portanti di tutto il cinema monicelliano. Quelle che seguono sono parole di Bataille – tratte da La part maudite– ma potrei attribuirle a Monicelli, parlando di Amici miei, e tu ci crederesti.

«L’esistenza non si trova dove gli uomini si considerano isolatamente; essa comincia con le conversazioni, le risate condivise, l’amicizia, l’erotismo.»

I tre argomenti portanti di Amici miei: l’amicizia, il ridere di ogni cosa e il sesso.

Tre argomenti solo apparentemente elementari, carichi – come vedremo nei prossimi quattro capitoli, i più difficili di questo saggio – di implicazioni non sempre risolvibili nel senso che vorremmo. E soprattutto quasi mai condivisibili. È il principale problema che dovremo affrontare e di cui dovremo farci una ragione: ciò che ci fa ridere è sempre roba che non condividiamo e detta seriamente ci indignerebbe. Non ci farebbe ridere, altrimenti.

Adesso però, torniamo sulla banchina del binario 16.

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